Basket City è ritornata a fare capolino: il derby del PalaModì è della Pielle e dei tifosi 

Prima avevamo le squadre e non un grande palasport, poi il contrario: ora la passione labronica ritrova il tempio della palla a spicchi 

LIVORNO. Il palasport ideato, immaginato, sognato per il derby non aveva mai visto un derby. Sembrava una maledizione, che la Livorno del basket – ma anche la Livorno della politica e quella dell’economia – è stata costretta a subire per più di tre decenni, da quando a metà degli anni Ottanta il catino di via Allende, costruito non molto prima, risultò inadeguato a contenere la passione di una città che viveva di pallacanestro e di rivalità.

Sognavamo un tempio del basket da 9.000 persone per vedere Binion contro Rolle e invece vivemmo per quasi 15 anni con lo scheletro del palasport come cartolina di benvenuto per chi arrivava dalla Variante: il fallimento delle Officine San Marco, simbolo di una crisi della grande industria che stava esplodendo sul nostro territorio, la fusione contro natura di Libertas e Pallacanestro Livorno, come se a Siena la contrada dell’Istrice si fondesse con la Lupa, l’incapacità della politica di trovare una soluzione all’obbrobrio incompiuto, ci lasciarono orfani del basket, della passione, dei derby, anche dell’immagine costruita in tanti anni, da quando gli americani oltre a liberarci ci contagiarono con la passione per la palla a spicchi, dagli albori in via Micali al palazzetino fino al palaAllende.


L’inferno fu interrotto dal Don Bosco, ma non fu un miracolo la serie A in via Allende con una squadra fatta in casa, semplicemente la dimostrazione che sotto la cenere c’era vita e che le luci a Baseket City non si erano spente. Arrivò anche la svolta politica-amministrativa firmata dal sindaco Lamberti che nel 2004 finalmente aprì il tempio dedicato qualche anno dopo a Modigliani, e su quel parquet tornò il grande basket di serie A, le Scarpette Rosse dopo il grande furto dell’89, le V nere, gli eredi della grande Ignis, avversari che a Livorno abbiamo sempre guardato da pari a pari.

Dall’inferno ci sentivamo almeno in Purgatorio ma mancava ancora qualcosa. Il sogno finì di nuovo, mentre i segnali di speranza continuavano, perché non c’erano più Libertas e Pallacanestro, non c’era più neanche il Don Bosco Basket poi Basket Livorno, ma in serie A continuavano a giocare e a fare la differenza frotte di giocatori e di allenatori con l’accento livornese, e così dopo Fantozzi e Bonaccorsi, arrivarono Giachetti e Tommaso Fantoni e in panchina Ramagli, Bechi, Andrea Diana, soprattutto De Raffaele riuscito a portare due scudetti e una coppa Italia a Venezia.

La città del basket insomma non se n’è mai andata da qui. Ma la Pielle impantanata nelle serie regionali, la Libertas scomparsa completamente rappresentavano un vuoto cosmico per chi la pallacanestro ce l’aveva nel Dna e al ricordo degli anni Settanta e Ottanta ancora si commuoveva. Fino a ieri sera, quando il derby è tornato, proprio nel palasport che mai l’aveva visto (il ModiglianiForum), nel trentennale della malefica fusione e chi leggerà queste righe avrà ancora nelle orecchie l’eco degli oltre mille tifosi piellini esaltati per la vittoria sugli “odiati” cugini.

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