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Alluvione, quattro anni dopo: prevenire e proteggere ora completiamo la messa in sicurezza

Rio Maggiore e Ardenza, argini e ponti: ma guardiamo anche a nord. Perché nessun pezzo di territorio può permettersi di rimanere indietro

C’è una ferita ancora aperta. Sta nel dolore di chi ha perso tutto: gli affetti più cari, la casa, la speranza. E c’è un obbligo morale: tenere vivo quel ricordo. Impedire, come oggi denuncia Alessandra che quel giorno ha perso una sorella di 34 anni, che il dolore si esaurisca in una manifestazione privata. Che la commemorazione di quella notte maledetta di quattro anni fa, col tempo, diventi una routine, una data, un’abitudine. Senza un vero e proprio esercizio di memoria collettiva che si traduca in qualcosa di concreto. Un impegno.

E poi c’è una ferita che ha lasciato la natura, ma non senza le colpe dell’uomo: quel mare di fango che si è portato dietro devastazione e distruzione. Una ferita profonda che ha cambiato il nostro territorio, la nostra città, le nostre abitudini, scalfendo le nostre co nvinzioni e sicurezze. Ed anche in questo caso ci troviamo di fronte ad un dovere morale e civile: ricostruire senza commettere gli errori del passato. Prevenzione e protezione devono diventare un nuovo paradigma dell’agire di tutti i giorni. Lo ha ricordato, ieri sera, anche il vescovo Simone Giusti nella sua omelia nella parrocchia di Collinaia, quartiere emblema di questa apocalisse. Non si può soltanto dare la colpa al clima – ha detto il vescovo, – perché se è solo colpa del clima “che colpa abbiamo noi? ”

Il dovere delle istituzioni e di noi tutti e lavorare perché si possa vivere in una città sicura, dove l’evento eccezionale (e quel giorno, è vero, 256 millimetri di pioggia si rovesciarono su Livorno e sulle sue colline: in pratica otto mesi di precipitazioni condensate in tre ore) non rappresenti più un alibi, ma dove ogni cambiamento ed ogni piccolo segnale d’allarme possa essere letto ed interpretato senza ritardi e omissioni. In attesa che l’autorità giudiziaria accerti se sono stati commessi errori (e dunque se ci siano delle responsabilità) l’imperativo, oggi, è quello di completare in fretta i lavori di messa in sicurezza che Regione, Comune di Livorno e Genio Civile hanno avviato, partendo proprio da quei corsi d’acqua ingabbiati e tormentati, il rio Maggiore e il rio Ardenza, che causarono distruzione e morte.

Molto è stato fatto se pensiamo agli interventi in zona stadio e all’Apparizione, come anche sulle colline, a Montenero. Oltre 35 milioni già spesi per ricostruire e prevenire. Ma c’è ancora molto da fare e c’è l’esigenza di chiudere quanto prima questa partita, rispettando i cronoprogrammi e superando, laddove esistono, gli ostacoli della burocrazia. Sul Rio Maggiore ci sono altre cinque tappe decisive: il nuovo ponte in via Peppino Impastato (i cantieri ci sono, ma sul lato distretto sanitario). Completare il tratto tra via Rodocanacchi e via Toti, l’adeguamento dell’area verso il cimitero della Misericordia con abbattimento e ricostruzione del ponte di via dell’Ardenza. Infine il delicato stombamento del rio alla foce dell’Accademia, una delle operazioni più delicate. Mentre si procede in via Grotta delle Fate e sul rio Ardenza, c’è da dare una risposta anche a nord della città, un’area non meno vulnerabile che si estende fino a Stagno. Perché nessun pezzo di territorio può permettersi di rimanere indietro.

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