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Alessandra, la grande amarezza a quattro anni dall'alluvione: «I familiari delle vittime rimasti soli col nostro dolore»

A sinistra Alessandra Bechini, a destra la sorella Martina scomparsa la notte dell’alluvione a 34 anni

La sorella Martina aveva 34 anni, fu trascinata via da casa dal fiume di fango: «Per noi tutti i giorni è il 10 settembre. Penso a lei sempre, appena mi alzo»  

LIVORNO. «Più passa il tempo, più il dolore aumenta ed è solo nostro: mio e di mia mamma. Un dolore doppio da quando è scomparso anche babbo, per conseguenza della morte di mia sorella».

Alessandra Bechini nella notte dell’alluvione del 10 settembre di quattro anni fa ha perso la sorella Martina, 34 anni, trascinata via dalla sua casa di Collinaia dalla violenza dell’onda fatta di acqua e detriti. Si era sposata un paio di mesi prima di quella tragedia che ha scosso una famiglia, una comunità. E nel settembre 2019, a poco più di due anni da quella notte, per Alessandra e la madre Michela è arrivato un altro lutto, un’altra ferita: l’addio a papà Luciano, ucciso da una malattia e da quel dolore che aumentava giorno dopo giorno per la perdita di Martina. «È successo in conseguenza alla morte di mia sorella», ripete Alessandra. Qui la voce si fa ferma, decisa. Non ha dubbi: quella malattia che ha colpito il padre, per Alessandra, è come se avesse condensato e tradotto tutto il dolore patito in due anni. Dolore e forza, come una fisarmonica, quella forza che Luciano aveva messo per tenere alta l’attenzione sulle vittime di quella notte del 10 settembre 2017 dell’alluvione.

«Babbo voleva capire per bene il perché la macchina dei soccorsi non è partita subito. Lui lo faceva per Martina, ma anche per tutti gli altri. Aveva un senso della giustizia incredibile», ricorda nell’anniversario di quegli attimi terribili Alessandra. «Cosa penso ogni volta la mattina del 10 settembre? Che ho perso mia sorella: è quella la prima cosa che ho pensato stamani (ieri, ndr). Ma in realtà non cambia molto dal 10 settembre ad altri giorni: lo penso tutte le mattine, tutte le sere. E il ricordo, il dolore, sono sempre più forti. Ieri, oggi e domani», fa notare. Come dire: non c’è un calendario della sofferenza, di quei ricordi che ti passando di fronte agli occhi. La tragedia, la comunità che si stringe attorno, la data che diventa memoria e rito collettivo, la paura e talvolta la sensazione che però con il passare degli anni tutto possa diventare più edulcorato, più sbiadito, perdere la giusta intensità, ridisegnando il dolore attorno al perimetro familiare. «Il ricordo è un esercizio fondamentale, per la città, per le persone, per tutti», dice Alessandra che fa la musicista. Ma aggiunge: «Dopo il clamore iniziale ovviamente è tutto un po’ scemato. Lo dico brutalmente: il dolore è rimasto mio e della mia mamma. E più passa il tempo e più si fa maggiormente doloroso. Solo a chi è toccato sa cosa voglio dire», riflette e quando parla della sorella, cita il suo nome, la voce si interrompe, il tono cambia. «Sicuramente fa piacere quando la città non dimentica, ti senti vicino il calore delle persone, ma per noi è sempre il 10 settembre: tutti i giorni...», prosegue.

La partita della memoria e quella della giustizia. «Stiamo seguendo il processo, secondo noi delle responsabilità ci sono, ma non siamo davvero noi familiari a doverlo dire e stabilire. Il processo intanto va avanti. Quello che posso dire è che fatti così non devono più succedere, non si può morire così. Deve essere uno sforzo di tutti, delle istituzioni, per la memoria di mia sorella, delle persone che sono morte per un mancato avviso. È questo il nostro cruccio: nessuno si è fatto vivo in quella notte tra quelli che avrebbero dovuto preoccuparsi della nostra sicurezza, della sicurezza di mia sorella», ribadisce riprendendo e parafrasando una frase che, in una precedente intervista al Tirreno del settembre 2018, aveva pronunciato il padre Luciano. Un passaggio del testimone simbolico, chiediamo. «No, il mio obiettivo è quello adesso di stare vicino a mia mamma, lei è rimasta sola. La accompagno alle udienze al palazzo della giustizia. Se parliamo mai di quanto accaduto? No, mai, non ne ha mai voluto parlare. E io rispetto la sua scelta nell’elaborazione del lutto».



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