Alluvione, il racconto dell'ex bimba motosa quattro anni dopo: «Io, col cuore nel fango»

La straordinaria generosità dei giovani «Ci siamo sentiti utili, finalmente in campo. Non siamo bamboccioni, sappiamo rimboccarci le maniche e lo abbiamo dismostrato»

LIVORNO. «Bimba motosa io? Boh, non credo. Cioè: non lo so, non posso rispondere né sì né no. Di fango ne ho tirato via tanto in quei giorni, ma proprio tanto tanto». Un’altra mezza frase: «Però, come faccio a saperlo? Non avevi mica la tessera di “bimbo motoso”: semplicemente c’era da spalare fango e l’abbiamo fatto». Pausa, poi ancora pausa, infine: «L’abbiamo fatto perché era giusto farlo, perché eravamo braccia giovani e forti, perché ci sentivamo parte di qualcosa di grande: ti dicono che sei una bambocciona perché studi e stai sulle spalle dei tuoi genitori ma poi nessuno ti dà spazio. Avevate bisogno di noi, eccome se avevate. Anzi, avevamo: eravamo parte della città, non parcheggiati da qualche parte a farci un birrino, e voi adulti a pontificare che noi qui e noi là». All’inizio ci vuole la pinza per tirar fuori le risposte a lei che se ne sta in biblioteca a studiare la fosfatasi alcalina, 29 anni, fuori corso, e stasera porterà pizza e birra ai tavoli dei coetanei in liberissima uscita in dolce stil movidaiolo.

Diciamo che «ho quasi 29 anni», si chiama Giulia e chissà se è il suo vero nome: «Il cognome no. E, se continua a insistere, per me questa conversazione finisce qui: ho già abbastanza problemi sul lavoro che non voglio dar pretesti per farmi sbattere Il Tirreno sul muso. Ho provato a fare la rider, però dopo un pattone col mio scooter in una buca di Borgo ho smesso: non fa per me…».


Giulia-chissà-se ha cominciato che era appena l’alba di domenica: «Macché volontariato, io ero andata a salvare le poche cose di casa di nonna Ida. Si capiva che il peggio era passato, ma i vicini avevano chiamato mamma per dirle che nonna aveva bisogno di aiuto. Io e mio fratello ci siamo precipitati, babbo l’ha messa in salvo a casa nostra e noi abbiamo cominciato a buttar fuori l’acqua. Acqua e fango, più fango che acqua. Poi sei lì e cosa fai? Se hai un minimo di cuore è impossibile non accorgersi che i vecchietti della casa accanto sono messi perfino peggio, solo che il figlio vive credo in Francia e non hanno proprio nessuno: li lasci lì e arrangiati? Un livornese non lo farebbe mai. A parte che io proprio livornese non sono, e anzi per parte di babbo sono un po’ pisana. Ma a Livorno l’ho proprio respirato nell’aria questo modo di fare: se c’è da dare una mano si dà senza pensarci un istante, punto e basta. È quel che ho fatto: l’ho fatto io, l’ha fatto mio fratello. Ma anche un paio di miei ex compagni di scuola. E dal vecchietto della porta accanto, passi poi a quelli “accanto ad accanto”, e via così. Non c’è nemmeno qualcuno che te l’abbia chiesto: è la cosa giusta da fare».

Rimpianti a distanza di quattro anni? «Un po’ no e un po’ sì», confessa Giulia. «Badi bene, io mica chiedo che il sindaco ci riceva in Comune e ci dica quanto sono meravigliosi questi ragazzi così bistrattati perché la società adulta ci dipinge tutti quanti come “divanati”. Al contrario, mi avrebbe imbarazzato e forse non ci sarei andata. Però…»

Però? «Quel clima di fraternità – riprende lei, e ormai si vede che il ricordo è pelle viva – era indescrivibile: eravamo tutti uguali e non esiste che uno abbia anche solo immaginato di approfittarsene per rubare qualcosa. Era come se quel dramma sconvolgente ci avesse strappato dalle nostre vite ovattate e ci avesse messo alla prova. Mi sono venuti in mente i ricordi che ascoltavo anni fa da mio nonno che non c’è più: erano i tempi dei partigiani, lui era venuto dalla Puglia e aveva rischiato di esser fucilato per venire a liberare Livorno e riconquistare la libertà. Chi gliel’aveva fatto fare? Nessuno, se non la sua idea di come si sta al mondo. Loro pativano la fame, io ho (quasi) tutto: ma in quel senso di fratellanza l’ho sentito mio appena sono diventata più grande».

Il rimpianto, chiamiamo le cose con il loro nome, è che poi ciascuno sia tornato a casa sua e, per quanto impiastricciata di mota, di dolore e di lutto, quella “sospensione della normalità” sia finita nel nulla come una bolla di sapone. «No, non è vero – sbotta lei – questi sono solo i discorsi che fate voi adulti disillusi. Forse all’esterno non si vedrà granché ma io sono cambiata davvero: lo sa perché mi rompo la testa a studiare invece che andarmene al moletto? Sogno di andarmene a aiutare la gente con Emergency: il cuore ce l’ho, mi manca la professionalità. Ma su quella ci sto lavorando, e non s’immagina con quanta fatica. E invece, quattro anni dopo quei giorni, eccoci tornati a fare le brave ragazze, talvolta magari un po’ meno brave, come se non fosse accaduto niente: invece abbiamo visto che possiamo renderci utili, possiamo esserlo davvero: non ha senso rimanere a fare gli eterni adolescenti nel Paese del Bengodi. Sì, il Covid ma sbaglia chi lo paragona a quel che hanno vissuto i nostri bisnonni con le bombe che piovevano giù dal cielo e i nazisti che ti minacciavano col mitra».

È come se l’ex bimba motosa – Giulia perdonerà quest’ansia catalogatoria – chiedesse non di tornare indietro ai “giorni della mota”: sarebbe sciocco sperare nell’apocalisse per sperimentare la solidarietà umana. «Ma almeno in quella settimana e mezzo si era spezzata questa “bolla” in cui a noi giovani sembra di vivere: una “bolla” protettiva, fatta delle migliori intenzioni per tenerci al riparo. Nessuno vuol vivere la propria esistenza fra parentesi, rimanendo alla finestra: sono disposta a insudiciarmi con la “mota” pur di arrivare alla sera stanca e tuttavia con la consapevolezza di aver fatto qualcosa di buono. Qui ora tutt’al più mi tengo impegnata con lavoricchi. Arrivo a casa stanca sì ma per aver fatto un tot di coperti, dato il cencio e rimesso a posto fuori e la sala interna. I quattrini però so io come li spenderò: mi pagherò un bel corso in una università straniera, vedremo dove perché l’Inghilterra ora è tagliata fuori, e andrò a rendermi utile in qualche parte del mondo. Per sentirmi bimba motosa – stavolta l’ha detto lei – in un paesino del Camerun o lassù sui monti dell’America Latina: forse come dottoressa. E, se non ci riesco a finire, magari come aiutante di qualcosa: promesso, non mi spaventerà nulla».



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