A Livorno un luogo della cultura sarà intitolato ad Aldo Santini

Aldo Santini (foto Laura Lezza)

A dieci anni dalla scomparsaL'idea torna in campo nel corso dell'iniziativa a Villa Fabbricotti per ricordarne la figura ai lettori di oggi

LIVORNO. Un incontro straordinario per ricordare un uomo straordinario, a dieci anni dalla scomparsa. Aldo Santini, giornalista e scrittore dalla penna fatata: i suoi articoli sono frammenti di letteratura, i suoi libri raccontano storie affascinanti. A Villa Fabbricotti, sul palco che ha ospitato la rassegna "Leggermente" (e non poteva esserci luogo più adeguato) il direttore del Tirreno Stefano Tamburini, il sindaco Luca Salvetti, l'assessore alla cultura Simone Lenzi e il ristoratore "Beppino" Mancini, lo raccontano in modo suggestivo così come un videomessaggio di Bruno Manfellotto, alla guida del Tirreno negli anni in cui ospitava i "ritratti" di Santini.Salta fuori l'idea di intitolare a Santini un luogo pubblico della città. L'aveva lanciata un anno fa Manfellotto e torna a farlo adesso. Tamburini prende la palla al balzo e apre un dibattito sul tema: cosa intitolare a Santini? Prende la parola dalla platea Claudio Frontera, ex presidente della Provincia: propone la biblioteca dei Bottini dell'Olio, e il Museo della Città. Il sindaco Salvetti rilancia con l'Emeretoca di Villa Fabbricotti. Lenzi, che ha la delega allo toponomastica, si dice colpito dalla proposta della biblioteca: «È coerente e convincente». A settembre verrà dato qualche segnale in questo senso. Ma prima un sondaggio tra la gente: partendo proprio dal Tirreno.Tanti gli amici del giornalista tra il pubblico.

«Santini ha il merito di essere stato il primo nel dopoguerra a riportare Livorno in un orizzonte più grande - esordisce Lenzi - ed è stato possibile perché era un uomo con uno sguardo più ampio, ha raccontato la città con parole in grado di varcarne i confini. Lui ha raccontato storie meravigliose, meglio di tutti». Tamburini ha fortemente voluto questo passaggio della memoria. «Santini - dice - è stato per Il Tirreno qualcosa di unico. La domenica lui scriveva una storia. Me la sono sempre bevuta. E quando si presentava qualche collaboratore o collega che scriveva complicato, tiravo fuori i suoi pezzi aggiungendo "leggi questo e impara". Da lui si poteva apprendere in primis la scrittura chiara. Quella che ti permette di leggere un articolo fino in fondo. E una volta che arrivavi al termine c'era la sensazione del "peccato, è già finito"». Lanciava un'idea dietro l'altra, dice Tamburini. «I suoi articoli, anche da grande inviato in giro per il mondo, sono dipinti fatti con le parole. Sono onorato di dirigere il giornale in cui lavorò Santini, uno che nella scrittura alzava la Coppa dei campioni».Salvetti era presente, come cronista di Telegranducato, il giorno in cui Santini ricevette la "Livornina d'oro". «Nel momento della consegna disse: "Grazie, ma Livorno così non va". Segno di quanto amasse la città. Sarei curioso di leggere un suo pezzo su quel che proviamo a fare oggi. Avremmo preso qualche bacchettata, ma assolutamente costruttiva».Un altro grande amico, Beppino Mancini, titolare del ristorante La Barcarola, tappa fissa di Santini: «Quando veniva nel ristorante era come venisse il sole. Mi criticava e spronava perché mi voleva bene. Voleva che andassi in giro per l'Italia a vedere i ristoranti: cosa che non feci mai. Il cacciucco lo decantava nei primi anni in maniera eccelsa, ma in un secondo tempo pensava che non fosse più in linea con i tempi: lo voleva più leggero. Io respinsi le sue critiche, e andai avanti per la mia strada. Ma negli anni ho cambiato: ho ammesso che aveva ragione Aldo».

A tavola Santini «ha imparato tanto delle persone: lo si capisce leggendone i libri», segnala Manfellotto nel suo videomessaggio. «Sapeva che mangiando potevano lasciarsi sfuggire qualche dettaglio in più». E poi aggiunge: «Quando veniva in redazione, portava personalmente gli articoli al direttore, scritti con la gloriosa "lettera 22". Poche correzioni a mano, si accertava che la titolazione fosse coerente».L'aneddoto è dietro l'angolo. «Fu molto contento della Livornina, ma quando uscì scrisse un articolo su via Grande, amareggiato per come era mal ridotta rispetto al passato luminoso. Non era solo nostalgia, ma la spinta per riportare quei luoghi agli antichi splendori». L'ultima parola, che in sé contiene tutto, la regala Giuliana Cervi, per oltre 40 anni al fianco di Santini. «Mi faceva rileggere tutto quello che scriveva. Diceva "non cambio una virgola", poi cambiava.Era modesto. Amava Livorno in un modo smisurato: "più delle donne", sosteneva».