Caprilli fu ucciso? Spuntano documenti inediti sulle ultime ore del grande cavaliere

Federico Caprilli

Gabriele Benucci, autore e scrittore, si è trasformato in detective. Troppi misteri su quella che sembrava una banale caduta da cavallo

Nacque nel 1868 a Livorno e sulla facciata del palazzo di famiglia è ricordato da una lapide. Federico Caprilli, il genio dell’arte equestre, l’invincibile, visse fra Ottocento e Novecento. Morì troppo giovane e in circostanze mai chiarite. Aveva inventato il sistema naturale di equitazione per gestire il cavallo in molto innovativo e senza coercizione, un sistema utilizzato per scopi militari, che coinvolgeva cavallo e cavaliere. Oltre cent’anni dopo, la morte di Caprilli è diventata un cold case. E Gabriele Benucci, classe 1967, livornese, organizzatore culturale, autore di teatro e scrittore (recente una pièce proprio sul cavaliere interpretata da Fabrizio Brandi durante Scenari di Quartiere 2021, ndr), si è trasformato in detective per lavorare sull’argomento con una ricercatrice.

Cosa c’è ancora da trovare per rispondere alle domande che circondano la morte di Caprilli avvenuta nel dicembre 1907?

«Stiamo lavorando su alcune documentazioni note e meno note, qualcuna inedita, cercando di ricostruire l’atmosfera della Torino di quegli anni, di conoscere meglio fatti e personaggi della società dell’epoca. Siamo sicuri – spiega Benucci – che ci sono aspetti irrisolti a proposito della tragica morte di Caprilli dopo una caduta da cavallo. Un incidente o forse no, comunque un fatto circondato da elementi non chiari che potrebbero trovare una nuova chiave di lettura».

Quando e perché ha cominciato ad appassionarsi alla figura di Caprilli.

«Mi sono avvicinato a Caprilli nel 2003 per caso, quando come progettista europeo stavo lavorando con la Labronica Corse Cavalli agli Ippodromi del mare, un progetto finanziato dalla Ue. Entrai nell’ippodromo di Livorno e cominciai a chiedermi chi fosse Caprilli. Siccome sono curioso per natura, mi misi a studiare il personaggio scoprendo una storia straordinaria dal punto di vista dei contenuti, perfetta per una scrittura teatrale. Il 14 luglio del 2004, proprio all’ippodromo, debuttò la pièce “Il cavaliere volante”. Fu realizzato anche un libro in cui si raccontava la vita di Caprilli e si approfondivano anche, questo lo fece Fulvio Venturi, la Belle Époque e i grandi personaggi che frequentavano l’ippodromo: i fratelli Nadi, Costanzo Ciano, Dario Niccodemi, Guido da Verona, Beniamino Gigli, e poi il Duca degli Abruzzi, D’Annunzio, Tina di Lorenzo, Cléo de Mérode che avrà a che fare proprio con Caprilli. Nell’occasione scoprii anche la rivoluzione tecnica nell’approccio con il cavallo avvenuta nel momento in cui nasceva l’automobile».

Una circostanza non molto fortunata…

«Senza dubbio. Il cavallo nel mondo militare, ma anche come mezzo di locomozione, sarebbe andato a scomparire. E guarda caso Caprilli, quando venne assegnato alla fine degli anni Ottanta dell’Ottocento al reggimento di cavalleria Piemonte Reale, incontrò e diventò amico di Emanuele Bricherasio, di famiglia nobile, che sarà uno dei fondatori dell’Automobile Club d’Italia e cofondatore della Fiat».

Fra l’altro Bricherasio morì nel 1904 nel Castello di Agliè dove era ospite dei conti di Genova.

«Anche questa morte è avvolta dal mistero. Sui giornali comparve solo un trafiletto in cui si diceva che era morto il vicepresidente della Fiat, rampollo di una nobile casata. Non è da escludere che partendo da qui, si potrebbero incrociare elementi utili anche per la ricostruzione della morte di Caprilli, le cui ceneri riposano proprio a fianco dell’amico nella Cappella Bricherasio in provincia di Alessandria».

Caprilli continua a spronarla nelle sue ricerche.

«Si, più passa il tempo e più Caprilli non mi lascia. L’ho sempre in testa. Così nel 2018 mi decisi a scrivere un secondo libro». Per inciso va detto che durante il terzo progetto degli Ippodromi del Mare, Benucci conobbe Lucio Lami, un giornalista milanese che venne a Livorno invitato da Attilio D’Alesio, direttore della Labronica Corse Cavalli. Lami, oggi scomparso, è l’autore di “una biografia straordinaria” - così la definisce Benucci - che affianca quella scritta nel 1909, due anni dopo la morte, da Carlo Giubbilei e ripresa pochi mesi fa da Carlo Tinti che ha curato la riedizione con l’aggiornamento linguistico.

Nel suo libro del 2018 quali aspetti vengono approfonditi?

«Nel volume ‘Federico Caprilli. Il cavaliere volante’ (Ed. Erasmo) ho cercato di andare oltre le due precedenti biografie, quella del 1909 che punta sulle tecniche di equitazione e quella di Lami che indaga sul personaggio. La vita di Caprilli si può descrivere con tre colori: il verde della campagna dove cavalcava, il rosa delle tante storie d’amore, e il giallo della morte. Il mio secondo libro è diviso in due parti: c’è la storia e c’è il romanzo. Ci sono le donne di Caprilli da Letizia di Savoia vedova del fratello di re Umberto, una relazione che lo portò da Pinerolo al confino di Nola, dove si legò ad Elena d’Aosta duchessa d’Orléans anche con grande scandalo. Caprilli non era ben visto dalle gerarchie militari, non faceva carriera, ma era resiliente, andava avanti per la sua strada. Diventò un idolo dell’equitazione amato dalle folle, e durante una sosta a Parigi di ritorno dall’Inghilterra, dopo uno spettacolo alle Folies Bergère andò in camerino per congratularsi insieme ad alcuni commilitoni con la ballerina Cléo de Mérode che senza esitazione si rivolse proprio a lui e lo invitò a cena. I colleghi lo rividero in hotel il giorno dopo a mezzogiorno».

Nella vita di Caprilli c’è anche il mistero delle Olimpiadi del 1900.

«Erano le seconde Olimpiadi dell’era moderna e si svolsero a Parigi. Caprilli voleva mostrare al mondo il suo metodo di equitazione naturale e chiese alle gerarchie militari di poter partecipare ai giochi. Fu autorizzato, ma poi l’autorizzazione venne ritirata. Poteva andare Gian Giorgio Trissino, preparato da Caprilli. Ma quest’ultimo si recò comunque a Parigi. Il nome non compare negli annali dei giochi, ma nelle cronache di alcuni giornali francesi si trova un certo Monsieur Caprilli».

E qui c’è tutta una storia di medaglie assegnate e di gare disputate (forse - secondo alcuni - anche sotto falso nome). Ovvero Caprilli avrebbe gareggiato in abiti borghesi e secondo questa ricostruzione sarebbe stato lui, il cavaliere livornese, a vincere la prima medaglia olimpica (un argento) per l’Italia.E poi c’è il giallo della morte di questo eccezionale cavaliere.

«La ricerca in corso è complessa, vedremo fin dove riusciremo ad arrivare. Comunque nel 1906 Caprilli conobbe l’attrice Vittorina Lepanto durante una caccia alla volpe e voleva sposarla. Il 5 dicembre del 1907 lui partì in treno da Pinerolo per Torino dove aveva appuntamento con Vittorina. Nella città sabauda incontrò prima alcuni amici con i quali pranzò nel ristorante del Cambio. Da qualche tempo era capitano e stava per arrivare la promozione a maggiore. Poi si recò Porta Nuova, ma non trovò Vittorina. Allora andò nella scuderia di Enea Gallina dove passò in rassegna i cavalli, rimanendo colpito da un morello scartato dalla duchessa d’Aosta. Caprilli volle comunque salire in sella e si allontanò al piccolo trotto verso piazza d’Armi».

E qui che cosa accade?

«Cadde da cavallo e venne raccolto da alcuni passanti e da inservienti di Gallina che lo portarono nei locali al primo piano della scuderia. Fu chiamato un medico, il dottor Gallina (solo omonimo del titolare), che non fece spostare il ferito nonostante l’ospedale Mauriziano fosse vicino. Fece una diagnosi di frattura della base del cranio. La mattina alle 7 arrivò il professor Carle, un luminare, che la confermò. Poco dopo Caprilli morì. Il titolare della scuderia dichiarò di aver visto Caprilli cadere in avanti dal cavallo. Ma l’incidente avvenne in un punto non visibile dalla scuderia e nel tardo pomeriggio di una giornata grigia e nevosa. E poi cadendo in avanti come avrebbe potuto fratturarsi la base del cranio?».

Ci sono però altre circostanze mai chiarite.

«Sì, come quelle relative alle dichiarazioni di diversi passanti che dissero di aver udito alcuni colpi in concomitanza dell’incidente. Perché nessuno chiamò questi testimoni? E perché il medico non fece trasferire la sera stessa il paziente nel vicino ospedale? Forse si voleva nascondere qualcosa, tipo una ferita di arma da fuoco o una bastonata? Il cavallo, poi, ritornò da solo e impaurito nella scuderia: cosa lo aveva terrorizzato? Sono domande che sottintendono delle ipotesi. Ecco perché la morte di Federico Caprilli è un cold case sul quale lavorare a fondo per riuscire a dare una connotazione il più convincente possibile di quanto accadde in quella sera di dicembre di oltre un secolo fa». — RIPRODUZIONE RISERVATA