«Le ricette di mio padre Sergio: così creava ponce, elisir e anice»

Massimo Bianchi racconta la storia della sua famiglia dall’inizio dell’Ottocento: il commercio di pelli, il fascino del palcoscenico, la fabbrica di scarpe    

Mauro Zucchelli

Livorno. L’ha intitolato “Una memoria ritrovata”, l’ha dedicato “alla mia famiglia”. È una doppia sottolineatura azzeccata: si tratta di alcuni quaderni, «di quelli che usavamo alle elementari», che erano «rimasti sepolti» chissà dove fra le piccole grandi cose di casa. Finché dopo una infinità di anni saltano di nuovo fuori. Stiamo parlando dei taccuini di ricette della distilleria di Sergio Bianchi, padre di Massimo che è stato vicesindaco socialista della nostra città ma anche dirigente di alto livello del Grande Oriente, numero due nazionale del Grande Oriente per 15 anni (e poi gran maestro onorario, una sorta di “senatore a vita” della massoneria, dal 2014 in Italia e dal 2016 in Albania), dichiarando pubblicamente la propria appartenenza anche quando non lo faceva quasi nessuno.


Bianchi pubblica per i tipi di Vittoria Iguazu Editora – la preziosa casa editrice livornese di Riccardo Greco – quel che ci vuole per creare, infusi e essenze enumerati uno per uno, l’ “assenzio svizzero” o il “Benedettino speciale”, il “Composto per bevanda Spica” o il “Bitter d’Olanda”, la “China improvvisata” o l’ “Elisir di rabarbaro”, il “Ponce all’arancio” o il “Rhum concia inglese”, il “Sassolino per Camparini” o il “Rosolio di cannella”, l’ “Elisir Coca boliviana” o l’ “Aperitivo Pappagallo”, lo “Zabaione al cognac a 21 gradi” o il “Certosino”. Fino al “Liquore del Diavolo” con quel che serve per trovare il punto giusto di colore, visto che secondo un vecchio detto si beve «anche con gli occhi».

Sono taccuini, quaderni e perfino rubriche telefoniche (per avere l’indice alfabetico delle ricette): portano date «fra il 1945 e il 1954», presentano anche correzioni che sono il segno degli aggiustamenti dovuti all’esperienza o magari formule particolari a misura di questo o quel cliente.

L’editore tiene a sottolineare «la dedizione e la passione che trasmettono queste pagine» offrendo l’identikit di un «uomo che amava il suo lavoro»: sembra di entrare nella stanza dei segreti alchemici di un sacerdote celtico e, al tempo stesso, è la testimonianza di «un modo di stare in società» che vale «un lascito prezioso per gli amanti del buon bere».

Massimo Bianchi invece, in apertura del libro, utilizza un format che ha già adoperato nei suoi precedenti lavori di scavo della memoria locale in una “archeologia del presente”: lo fa intrecciando la narrazione con le sue “curiosità” che contrappuntano il testo, magari per ricordare che «a Livorno non è mai esistito il ghetto e la sinagoga è a pochi passo dalla cattedrale cattolica». Senza dimenticare una citazione da Engels, l’altra metà di Marx: descrive Livorno come «la sola città italiana che dalla caduta di Milano è stata spronata ad una vittoriosa rivoluzione», quella che «ha finalmente comunicato il suo slancio democratico a tutta la Toscana, ha imposto un ministero decisamente democratico, più decisamente democratico di quel che non si sia mai avuto con una monarchia, e così decisamente democratico quale solo pochi se ne sono avuti con una qualsiasi repubblica». Così sulla “Neue Rheinische Zeitung” del 30 novembre 1848: siamo a un passo dalla disperata difesa di Livorno a suon di schioppi dall’attacco del più potente esercito di allora, quello asburgico, nel maggio successivo.

Dentro la Grande Storia da Leopoldo II in poi, ecco la piccola storia di Livorno città aperte e ribelle e poi, ancora più in piccolo, la vicenda familiare della dinastia Bianchi. Il libro è dedicato alla distilleria paterna fondata negli anni ‘30 e, in certo qual modo, rifondata nel ’47 in via Bandi dopo il rientro dallo sfollamento a Montecatini, allargandola anche alla produzione di canditi e marmellate. Ma Massimo Bianchi risale all’indietro nelle memorie familiari fino al capostipite Vincenzo che, impegnato nel commercio di pelli, che a inizio Ottocento giunge a Livorno sulla base delle agevolazioni del porto franco, anche perché richiamato dal buon governo granducale.

Il figlio Gustavo, anziché mettersi sulle orme mercantili del babbo, ama la strada dell’arte: segnatamente, del teatro. Il babbo era però preoccupato per dare continuità all’azienda: finì che il giovane Bianchi rimase con un piede in azienda ma era evidente che il suo cuore batteva per l’attività nelle compagnie in cui recitava con big del palcoscenico, compresa Adelaide Ristori, forse la principale star femminile del teatro ottocentesco del nostro Paese.

Non era per nulla – ricorda il bisnipote – una figura minore nella grande compagnia altrui: basti ricordare la «tournée trionfale in Sud America come primo attore» (con il fuori programma di una complicata traversata al di là dell’Atlantico che lo portò a regalare una lampada votiva alla cattedrale di Santiago).

Dei figlii di Gustavo, Silvio diventerà «uno dei più importanti operatori italiani del settore aprendo succursali a Lucca e Siena, mentre Arturo ne proseguì il percorso teatrale e Gino puntò ad una avventura imprenditoriale nel campo delle calzature «aprendo una fabbrica nei locali che oggi sono occupati dal Cral Stanic». Proprio quest’ultimo prenderà parte alla fondazione della sezione livornese del Partito socialista, poi il sindaco Uberto Mondolfi lo nominerà alla guida dell’istituto Pascoli: nell’elenco dei perseguitati dal fascismo si troverà il suo nome così come quello del figlio Sergio e del genero avvocato Umberto Scarpa, poi presidente della Svs.

Quel “Sergio” è il padre di Massimo: lo ritroveremo nelle cronache della Gazzetta Livornese nell’ottobre ’21 per via di un grave incidente sul lavoro nel calzaturificio paterno: lui perde un braccio, poi la fabbrica chiude e il negozio idem. Sergio diventa rappresentante, «una delle poche che poteva essere esercitata da un invalido senza l’obbligo dell’iscrizione al Partito fascista». Sarà grazie all’aiuto di Pietro Vigo, «ultimo erede della dinastia di industriali del liquore Vigo e Doccioli», che intraprende l’attività di distillatore. Ed è su questa finestra che si apre il libro delle ricette dei liquori. —

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