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Le lacrime di Maria, rapinata al parco della Scopaia: «Dentro a quella borsa c’era la mia vita»

Una volante della Polizia (Foto d'archivio)

Livorno: la signora, 60 anni, dovrà tenere il polso ingessato per un mese. «Ma ora non so come farò senza i documenti»

LIVORNO. La prima cosa a cui ha pensato, dopo la paura di quei secondi che sembravano interminabili, è stata: «E ora senza i miei documenti, come faccio?».

Maria Trebuian, 60 anni, romena, in Italia è venuta per lavorare come badante. Per la precisione a Livorno, da sole tre settimane. E per un mese, invece, dovrà tenere il gesso al polso, segno di quell’aggressione che ha subito nel pomeriggio di giovedì in via Francia, nel cuore del quartiere Scopaia. Lì, su quella panchina dove si concede un paio d’ore di riposo ogni pomeriggio al fresco degli alberi, è stata prima avvicinata poi derubata da due uomini. Secondo le prime ricostruzioni, e come conferma l’indomani nel suo racconto al Tirreno. Il suo cellulare e 20 euro, il “bottino” che per i due uomini valeva l’aggressione. Quel che non sapevano probabilmente è che in quella borsa c’erano soprattutto i documenti di riconoscimento per lei importanti per le trafile burocratiche: rientri, viaggi, lavoro. La sessantenne, soccorsa poi da un’ambulanza della Misericordia di Antignano, non parla molto bene l’italiano, per questo si fa aiutare, nel fornire la ricostruzione dei tasselli che compongono il pomeriggio di giovedì scorso, dai componenti della famiglia dove lavora.

Maria, innanzitutto come sta adesso?

«Adesso sto meglio, ma dovrò tenere il gesso al polso per un mese, così mi hanno detto all’ospedale. E in quella borsa che mi hanno portato via c’erano i miei documenti. Sono molto preoccupata per quelli. Sono da poche settimane in Italia; a Livorno per la prima volta. In precedenza ho lavorato a Lecce per un po’. Non mi era mai successa una cosa del genere però, questo lo devo dire».

Ci spiega com’è andata: cosa si ricorda di quel momento?

«Nel pomeriggio di giovedì, come faccio spesso, sono andata sulle panchine di via Francia, quelle che separano le due strade e rimangono all’ombra, sotto alle piante, per riposarmi in pausa dal lavoro al fresco, viste le temperature estive. Ero al cellulare e guardavo l’ora, con la mia borsa di fianco, appoggiata sulla panchina, quando sono arrivate due persone giovani in motorino, avevano entrambe il casco. Il più basso dei due si è avvicinato, mentre l’altro è rimasto a una ventina di metri all’incirca da noi. Nonostante il casco però saprei riconoscerlo perché si è avvicinato molto e si intravedeva il volto».

E cosa le ha detto?

«Non parlava bene l’italiano, aveva una carnagione olivastra e mi ha chiesto informazioni sul nome di una strada che però non ricordo perché non sono pratica del posto, sono qui da poco, forse mi ha chiesto dove fosse via di Salviano».

E poi cos’è successo?

«Mentre mi giustificavo, quasi scusandomi, perché non conosco bene la vostra lingua, mentre dicevo “non posso aiutarti”, mi ha agguantato la borsa per portarmela via. A quel punto mi sono alzata per resistere e tenere la borsa con me. Non ce l’ho fatta, era più forte, mi ha sbilanciato e sono caduta dopo essere stata strattonata e sono caduta sul braccio e sul polso. Dopodiché ricordo che sono andati via di corsa. Non passava nessuno a quell’ora (circa le 15,30) da lì. Poi mi sono rialzata e sono andata subito, a piedi, dalla famiglia dove lavoro in queste settimane, sono qui dai primi di luglio. Ero disperata, piangevo. Hanno chiamato i soccorsi per medicarmi».

Maria, il giorno dopo, a distanza di quasi 24 ore dal fatto, cosa si sente di dire a queste persone?

«Ripeto è una cosa che non mi è mai successa prima fortunatamente. In Italia ho lavorato per molto tempo solo a Lecce. Quando mi hanno detto di Livorno pensavo fosse una città molto bella e tranquilla. Ora invece ho il polso gonfio, ingessato per un mese e ieri (giovedì, ndc) ero frastornata. Adesso però non riesco a darmi pace. In quella borsa c’erano tutti i miei documenti. Sono preoccupata per quello...». —



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