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Livorno, parla il marito della donna uccisa a martellate: «Ginetta morta? Non lo sapevo»

La polizia sabato scorso davanti al palazzo dove è stato trovato il corpo di Ginetta Giolli e il portone dell’appartamento con i sigilli

Il marito della Giolli ieri mattina era di fronte alla sua ex macelleria: «Sono tornato da poco, ero a Roma. Ora devo andare in questura»

LIVORNO. Lo sguardo assente, quasi stranito. Poche frasi. «Sì, sono io il marito di Ginetta Giolli. Non sapevo ciò che è successo, sono tornato ieri da Roma. Vado subito in questura». Youssef El Haitami volta le spalle alla macelleria al civico 79 di via Garibaldi e comincia a camminare, allontanandosi. È il marito della donna di 62 anni massacrata a martellate nell’appartamento al civico 425. Ma dice di non sapere che cosa sia successo in quella casa, né come. Dice addirittura che non immaginava la moglie fosse stata uccisa.

Il Tirreno l’ha incontrato ieri mattina tornando nella via dell’omicidio per raccogliere le testimonianze di chi vive nello stesso palazzo in cui Ginetta Giolli è morta. Sulla stessa strada, qualche chilometro più avanti, c’è una macelleria: quella che un tempo era di El Haitami. Varcata la soglia, dietro al bancone, c’è un uomo.

«Youssef? - dice rispondendo alle domande del Tirreno - Non è più sua questa macelleria, l’ha venduta una ventina di giorni fa. Non lo conosco bene, ma ogni tanto viene a comprare la carne. L’ultima volta l’ho visto ieri (sabato ndr) verso le 11».

Ieri verso le 11? Ma ieri hanno trovato il corpo della moglie, uccisa a martellate... L’uomo dietro al bancone sgrana gli occhi, si mette la mani nei capelli. «Non lo sapeva?». Va nel retro della bottega, si lava il volto, poi torna nel negozio e in quel momento da lì passano due persone: una delle due poi si rivelerà essere il marito di Ginetta Giolli. «Eccolo, - dice l’uomo dietro al bancone della macelleria - è Youssef».

La domanda è chiara: è Youssef El Haitami, marito di Ginetta Giolli, che abitava al civico 425 di via Garibaldi? La risposta è altrettanto chiara: «Sì, sono io. Non sapevo niente di quello che mi dice essere successo. Non abito lì, ma alla Cigna. Ed ero a Roma, sono tornato ieri. Non sapevo nulla, - ripete - non sapevo nulla...».

Poi realizza. «Ma allora io devo andare subito in questura. Devo andare in questura». «Vai. Vai in questura», gli dice quello che con ogni probabilità è un amico o un collega. E l’uomo si allontana.

El Haitami e Ginetta Giolli erano sposati da tre anni. 62 anni lei e 55 anni lui, i due non convivevano, ma lui sarebbe stato più volte ospite della moglie. Fin da subito ricercato dalla polizia, El Haitami non risulta al momento indagato. Mentre gli inquirenti della Squadra mobile si chiudono nel massimo riserbo, sostenendo che «c’è un’indagine in corso».

Nel frattempo nel palazzo al civico 425 di via Garibaldi l’unico suono è quello del silenzio. Chi entra ed esce lo fa a testa bassa, senza aver voglia di parlare. Perché all’appartamento del terzo piano ci sono i sigilli del sequestro che contribuiscono a ricordare a tutti ciò che è accaduto.

Il corpo della livornese Ginetta Giolli sabato è stato trovato sul letto di casa, con una serie di colpi alla testa. Ha dato l’allarme un’amica, che non la vedeva da qualche giorno. Poi i vigili del fuoco hanno forzato la porta dell’appartamento in cui viveva e polizia e operatori sanitari della Svs hanno visto il corpo. L’appartamento è stato quindi posto sotto sequestro, da qui i sigilli, "locale sottoposto a sequestro penale".

Chi entra e chi esce da quel palazzo di via Garibaldi non apre facilmente la porta per parlare. Non ha voglia. Non incrocia volentieri gli sguardi degli altri. E ora vicino a quella casa è stato sistemato un foglio bianco. «Questi quartieri sono abbandonati da anni da tutte le istituzioni. Questa volta ci è scappato il morto. Riposa in pace Ginetta. Che sia fatta giustizia». --

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