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Alluvione, il documento esclusivo. Quando l’ex sindaco di Livorno disse ai magistrati: «Sapevo che l’allerta arancione partiva dalle 24»

Il verbale del primo interrogatorio del 15 gennaio 2018: «Dormivo: nessuno mi ha avvisato del peggioramento»

LIVORNO. È la mattina del 15 gennaio 2018. L’alluvione che si è portata via otto vite in una notte è lontana solo centoventisette giorni. Filippo Nogarin, sindaco di Livorno da tre anni e mezzo, compare per la prima volta davanti ai magistrati che indagano sulla tragedia ipotizzando nei suoi confronti l’omicidio colposo plurimo per una serie di negligenze.

L’interrogatorio avviene nella biblioteca al secondo piano della palazzo di giustizia. Nella stanza, oltre al primo cittadino, ci sono la sua avvocata Sabrina Franzone, i vertici della polizia giudiziaria, il procuratore capo Ettore Squillace Greco e i tre sostituti: Antonella Tenerani, Sabrina Carmazzi e Giuseppe Rizzo.


Il documento, si tratta della trascrizione integrale della registrazione, fino a pochi mesi fa era ancora secretato. Oggi è agli atti del procedimento che vede indagati sia Nogarin che l’allora comandante della municipale e responsabile della protezione civile dall’agosto 2017 Riccardo Pucciarelli.

Nella prima parte dell’interrogatorio il sindaco risponde alle domande dei magistrati riguardo all’organizzazione della Protezione civile. In particolare cerca di difendersi dall’ipotesi – che oggi compare nel capo d’imputazione – di un depotenziamento della struttura avvenuto un mese prima della tragedia. «La riorganizzazione della macchina organizzativa – replica – è un’operazione che ha impiegato molto tempo. L’accusa di averla “smembrata”? Credo che la giunta abbia invece cercato di valorizzarla. Se si fa riferimento ai due geologi abbiamo risposto a un’istanza del consiglio comunale con una votazione a larghissima maggioranza per cercare di ridare forza all’ufficio ambiente». Dal tono si capisce che Nogarin cerca di spiegare come le decisioni non siano del sindaco ma della giunta e le responsabilità, a turno, del segretario generale o del dirigente.

Sulla notte della tragedia l’ex sindaco ammette di aver saputo «dal web» che dalla mezzanotte del 9 alle 23 del giorno successivo l’allerta sarebbe stata arancione.

I magistrati a questo punto leggono il bollettino della Regione delle 0,55 dove la situazione peggiora. «Io – dice Nogarin – questa cosa non potevo saperla perché stavo dormendo, questa cosa mi è passata sopra. Nel senso che io non sono stato minimamente interessato da una comunicazione telefonica o di un messaggio differente (da quello che Soriani ha inviato ndr). Che cosa ho fatto? Sono tornato a casa ad Antignano con mia moglie, non avevamo nemmeno i figli, ho rimesso a posto i giochi. Ho chiuso le tapparelle e alle 23,30 sono andato a dormire con i due telefonini sul comodino».

È il procuratore a chiedere a Nogarin se fossero funzionavano. «Certamente – risponde – sono accesi 24 ore su 24, salvo rarissimi momenti in cui si spengono per via della batteria». Questo per dire che «non ho avuto una comunicazione ulteriore, qualcuno che mi ha chiamato per dirmi: “Guarda, sta cambiando qualcosa, ci sono delle criticità”. Niente di tutto questo. Vengo svegliato la mattina alle 5,30 non da una telefonata, non da un suono di un campanello, ma dall’allarme della pompa di sollevamento del mio seminterrato che era rimasta senza energia elettrica». Nogarin racconta poi di essersi trovato fuori da casa cercando la linea «per chiamare qualcuno». È il procuratore a fare una domanda che lui stesso definisce «provocatoria»: «Lei dormiva, Pucciarelli probabilmente dormiva pure lui, mentre c’era l’alluvione dormivate tutti e due».

«Io non avevo nessuna informazione che poteva in qualche modo destarmi». Insomma la linea difensiva è che nonostante l’allerta qualcuno dovesse aggiornarlo. E non preoccuparsi in prima persona di quello che poteva accadere. Perché «non sono un tecnico» e «l’organizzazione della macchina organizzativa spetta a Pucciarelli». Infine per tentare di giustificare l’assenza che gli viene contestata dai magistrati conclude: «Da parte mia non c’è stato un atteggiamento di leggerezza, cioè io mi sono fidato. Se fossi stato io, il dirigente, con il codice arancio, se non mi fossi sentito tranquillo avrei richiamato ventidue persone». Un provvedimento che però nessuno quella notte ha preso. —

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