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Giannini in lacrime saluta il liceco Enriques dopo 25 anni in cattedra: «Lascio come atto d'amore»

Il professore andrà al Classico: «Bisogna cambiare per non abituarsi, porterò con me tutti gli studenti che ho avuto. Il mio segreto? Non farli mai annoiare, ecco perché non ho mai fatto un rapporto»

LIVORNO. Ha pianto lui, ieri. Un po’ in classe e un po’ da solo, sul motorino. Hanno pianto loro, i suoi ragazzi. La 4° M e la quarta B°. Poi la torta “Un grazie non basta”. E la maglietta con la foto di Andrea, il loro compagno che non c’è più, con la scritta “Fieri di averti vissuto”. Sono le ultime ore di lezione. Con quel prof di Storia e Filosofia, Lamberto Giannini, che dopo un quarto di secolo saluta i suoi studenti. E tutto il liceo Enriques. Il prossimo anno sarà in cattedra al liceo Classico Niccolini-Palli. «Ho detto ai miei ragazzi che devono usare la filosofia come strumento per essere felici». Sette ottobre 1997, 9 giugno 2021. Un quarto di secolo. Venticinque anni di disciplina, amore per gli studenti, entusiasmo e, diciamolo pure, anche urla ai suoi ragazzi («sono noto a scuola per urlare»): questo e tanto altro è Giannini.

Pilastro di conoscenza e battaglie del liceo Enriques. Punto di riferimento per generazioni di volti e lotte scolastiche (l’ultima quella per ottenere spazi scolastici adeguati). Prof 59enne che nella sua vita non ha mai fatto un rapporto ai suoi ragazzi. E ancora scrittore e regista, colonna della compagnia dei Mayor Von Frinzius. È poliedrico. «Devi essere sempre innamorato degli studenti, affascinato dal loro mondo, entusiasmarti quando vedi l’ entusiasmo nei loro occhi: lascio l’Enriques dopo 25 anni di magia ma sono fermamente convinto che dopo un po’ nella vita bisogna cambiare per evitare di abituarsi e adattarsi».


Professore che cosa è accaduto? Perché lascia dopo ben 25 anni?

«Tutte le cose hanno una fine, non sono certo un infedele e non dirò mai una parola contro l’Enriques, lasciarla è una sorta di atto d’amore nei confronti di questa scuola dove non sono mai arrivato in ritardo, dove ho preso treni di notte, se ero fuori di Livorno, per gli spettacoli con la compagnia dei Mayor per non mancare: questo per dire che non ho mai perso un’ora di lezione, perché per me è respiro e vita. Perdere un’ora di lezione per me sarebbe come andare al mare senza fare il bagno».

In tanti anni di insegnamento gli aneddoti saranno infiniti.

«Uno bello su tutti fu quando arrivai all’Enriques il primo giorno in assoluto, era il 7 ottobre del 1997, ed entrai in classe con il mio abbigliamento molto casual e semplice: i ragazzi che aspettavano un tecnico per la finestra mi scambiarono per lui e mi indicarono gli infissi da riparare».

E un momento brutto, invece?

«Agli inizi del 2000 ho avuto una crisi personale, pensavo di non avere più la giusta passione per portare avanti questo lavoro e allora presentai la mia lettera di licenziamento all’allora dirigente Elisa Amato Nicosia, lei strappò quella lettera e la ringrazio ancora».

Come dice lei, a scuola è noto per urlare molto ai suoi studenti.

«Io alzo la voce tutti i giorni con i miei ragazzi, sono un sentimentale ma non sono dolce di carattere: ai miei studenti ho sempre insegnato che a scuola non servono le regole fatte di burocrazia, bensì serve la disciplina intesa come capacità di arrivare a determinati risultati abituandosi a concentrarsi sugli obiettivi da raggiungere».

Lei non ha mai fatto un rapporto. È vero?

«Non ho mai fatto un rapporto in vita mia: sono convinto che l’esempio che dai fa la differenza».

Cosa spera di aver lasciato in tanti anni di insegnamento?

«Non ho mai dato l’impressione ai miei ragazzi di annoiarmi: il modo migliore per stare con loro, con gli adolescenti, è far sentire che sei innamorato di loro».

Vuole ringraziare qualcuno?

«Come classi scelgo simbolicamente la 4°B e la 4°M di questo anno scolastico: sono studenti straordinari e anche in questa occasione, quando ho detto loro che me ne sarei andato, alla fine hanno capito e mi hanno detto “siamo felici per lei”. E poi ringrazio il professor Sciuto che tanto mi ha insegnato».

Un dolore che si porta dentro?

«Ho avuto alcuni studenti che purtroppo non ci sono più: Alessio, Edoardo, Giuseppe, Andrea. Il dolore per loro è sempre vivo».

Dice di sentirsi per certi versi un traditore, fa cenno a futuri sensi di colpa. Allora perchè lascia il liceo Enriques?

«L’ho già detto, è stata un’esperienza straordinaria ma ogni cosa ha una sua fine. Ribadisco che nessuna scuola sarà per me ciò che è stato il liceo di via della Bassata ma non volevo che tutto si trasformasse in abitudine».

A settembre sarà in cattedra al liceo Niccolini Palli?

«Per un prof di Storia e Filosofia andare al liceo Classico è come la ciliegina sulla torta: quando a settembre tornerò a scuola la vivrò con ansia, un’ansia ho sempre quando ricomincia la scuola, perché ogni volta mi chiedo se sono sempre in grado di insegnare, poi tutto passa appena metto il piede in aula».

La scuola ideale secondo lei?

«Voglio una scuola senza Dad, che non è didattica a distanza, bensì è didattica in assenza. Poi la mia scuola ideale è quella che mette al centro i bisogni emotivi dell’alunno. L’insegnante deve essere un produttore di entusiasmo e conoscenza non da utilizzare ma da vivere». —

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