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Arredi già imballati e ricordi spostati: chiude a Livorno il circolo Arci simbolo del Moby Prince

I locali che fino a oggi hanno ospitato il circolo Arci #iosono141 in via Terrazzini (foto Franco Silvi)

Aperto da Loris Rispoli, era anche un punto di riferimento nella difficile via Terrazzini. Il figlio: «Senza di lui a gestirlo è impossibile andare avanti. Ma le attività dell’associazione dei familiari delle vittime non si fermano, gli teniamo il posto per quando potrà tornare» 


LIVORNO. Gli arredi sono già stati venduti per coprire le ultime spese: i tavoli, le sedie, il grosso dell’angolo bar, dove resta solo qualche bottiglia di birra personalizzata, rossa e gialla come le storiche magliette, a ricordare che qui si siede «chi non si arrende». Le foto, i quadri e i manifesti che hanno accompagnato una battaglia lunga trent’anni sono invece già stati spostati in via Terreni, custoditi nella sede dell’associazione dei familiari delle vittime del Moby Prince. A fine mese saranno riconsegnate le chiavi ai proprietari del fondo, poi il circolo Arci #iosono141 di via Terrazzini chiuderà definitivamente le porte.

Non stiamo parlando di un circolo come tutti gli altri. Non sono tre stanze qualunque che si affacciano su una strada qualunque. In questo spazio, inaugurato nell’ottobre del 2016, Loris Rispoli ha messo anima e corpo: lui che nell’aprile del 1991 sul Moby Prince perse la sorella Liana, in via Terrazzini ha realizzato non solo uno spazio simbolo pieno di immagini, giornali e testimonianze di trent’anni di battaglie, ma anche una luce viva e sempre accesa su un quartiere sicuramente non facile.

Il male al cuore che nel febbraio scorso lo ha colto di sorpresa, ora lo sta costringendo a una lunga riabilitazione a Volterra. E senza di lui, per di più in momento di forte crisi per tanti locali causa covid, i familiari hanno deciso di abbassare la saracinesca. «È stata una decisione quasi obbligata», dice il figlio Andrea: «Senza di lui a gestirlo non aveva più senso. Mio padre aveva il tempo e la passione per portarlo avanti. Per altri dell’associazione sarebbe stato oggettivamente difficile prendere il circolo in gestione. Se e quando babbo se la sentirà, quando avrà finito il suo percorso, saremo ben lieti di riaprirlo. Ma adesso non ci sono le condizioni per andare avanti».

Andrea è di poche parole, composte ma commosse: «Non è stato facile prendere questa decisione, babbo è sempre stato il cuore e l’anima di tutto. Ma l’attività dell’associazione dei familiari delle vittime non è ferma, va avanti, il direttivo sta lavorando a nuove iniziative, la commissione parlamentare è partita, seguiremo tutto. E gli terremo il posto per quando potrà tornare».



Cosa Loris Rispoli era riuscito a mettere in piedi nel cuore di via Terrazzini lo raccontano le cronache del 9 dicembre di cinque anni fa, quando con la sua inseparabile maglietta rossa per chiedere verità e giustizia, insieme all’amico Dacian Marin aprì le porte a giornalisti e residenti del quartiere per una tappa simbolo del Caffè Tirreno. I locali inaugurati da poche settimane volevano infatti essere anche un punto di riferimento per una zona difficile, organizzando mostre, dibattiti, incontri. Senza chissà quali pretese, ma con una efficace semplicità. Qui sono stati ricevuti ministri (come la titolare della difesa, Roberta Pinotti, nel 2018), sono partite imprese (come quella di Sandro Lulli a remi dalla Capraia con i nomi delle vittime), sono stati organizzati premi (a cominciare da quello intitolato al nostro Luciano De Majo).



«Era Loris il circolo: lui, la sua storia, le sue attività. È difficile che in questa fase qualcun altro possa prenderlo in mano», commenta così il volto simbolo dell’Arci, Marco Solimano: «Al momento non ho ancora avuto comunicazioni ufficiali, ma so che stanno smontando tutto. In questa fase la famiglia ha preso questa decisione, sperando di ripartire con il ritorno di Loris». «Mi dispiace – aggiunge subito dopo – abbiamo costruito con Loris la possibilità di aprire un circolo non a caso in un luogo così complesso, perché per noi rappresentava anche un presidio di democrazia e di legalità. Ora non dico che è una sconfitta, ma una privazione grande sì». —

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