Morì a 30 anni schiacciato dal camion in via di Montenero: «L’hanno ucciso, ora pretendo giustizia»

Chiesto il processo per i vertici della cooperativa “Il Carro”. L’accusa è omicidio colposo in cooperazione. Secondo l'accusa la strada doveva essere chiusa, invece è rimasta aperta e il mezzo è stato parcheggiato su un lato, troppo vicino al muro, per far passare le auto

LIVORNO. Mamma Fatmira commina lungo la salita del dolore. Verso il corpo di suo figlio. Gli occhi gonfi di lacrime. La mascherina che scivola sul collo. E lo sguardo nel vuoto. Per non lasciarla cadere la sorreggono in due. È la mattina del 5 maggio dello scorso anno. Via di Montenero. Romario Spaneshi, 30 anni, il maggiore di tre fratelli, è appena morto sul lavoro: rimasto schiacciato tra il camion sul quale doveva salire per alcune operazioni di potatura dentro villa Paneraj e il muro di cinta di una casa dalla parte opposta della strada.

Dodici mesi dopo gli occhi si sua madre sono gli stessi di allora: rossi, gonfi, persi. Con dentro lo stesso dolore. «Quando Mario aveva otto anni e abbiamo deciso di lasciare l’Albania per venire in Italia – dice – lo abbiamo fatto per dargli l’opportunità di una vita migliore. Invece me l’hanno ucciso. E dopo un anno la giustizia non è ancora arrivata a niente. A nostro avviso non tutti i responsabili sono stati individuati. Addirittura a chi guidava il camion non hanno neanche tolto la patente. Invece noi viviamo nel dolore. Guardiamo sua figlia, che era la sua gioia, e sappiamo che non potrà più abbracciarla. Ecco perché da quel giorno siamo morti tutti».


Quello che è accaduto quella mattina, la prima dopo il lockdown dello scorso anno, lo ha ricostruito la procura di Livorno, che nei giorni scorsi ha chiesto il processo per tre persone con l’accusa di omicidio colposo in cooperazione: Daniele Felci, 49 anni, in qualità di rappresentate legale della società cooperativa “Il Carro” per la quale lavorava l’operaio, Stefania Piazza, 58, responsabile tecnico e dipendente della stessa cooperativa e Llazar Ciancetta Kumaraku, 54, preposto e addetto alla sicurezza della società. Ma gli avvocati dei fratelli della vittima, Federica Morgantini e Anna Francini spiegano: «Abbiamo sottoposto alle indagini elementi diretti a fare luce ed estendere la responsabilità del decesso». Come a dire: non è finita qui.

Alla richiesta di rinvio a giudizio, la data dell’udienza sarà fissata a breve, il pubblico ministero Giuseppe Rizzo, titolare del fascicolo, ha allegato gli atti e l’attività svolta in questi mesi dalla polizia giudiziaria, i rilievi tecnici effettuati dall’Asl, le dichiarazioni raccolte a verbale dalle persone informate sui fatti. E soprattutto la consulenza depositata il 6 agosto scorso e firmata dall’ingegner Stefano Rum. È dentro a questo documento che ci sono molte delle presunte irregolarità che avrebbero portato alla morte dell’operaio.

A cominciare dalla posizione del camion lungo via di Montenero, una strada ripidissima con una pendenza che arriva addirittura al quindici per cento. Secondo la procura, per compiere in sicurezza quel tipo di intervento, la cooperativa avrebbe dovuto chiedere al Comune di Livorno di chiudere – per tutta la durata delle operazioni di potatura – la chiusura di quel tratto al traffico. «In questo modo – conferma l’avvocato Massimo Manfredini, legale della moglie e dei genitori della vittima – il camion sarebbe stato sistemato in mezzo alla carreggiata».

Al contrario, invece, non avendo richiesto quel permesso, quando l’autista e l’operaio sono arrivati in via di Montenero, il mezzo è stato parcheggiato sulla sinistra della strada, lungo il muro, per permettere alle auto di passare. L’incidente è avvenuto quando – scrive il pubblico ministero – si procedeva ad azionare il meccanismo di fuoriuscita degli stabilizzatori per il necessario livellamento della macchina. Operazione che non è mai stata completata. Perché – è sempre la ricostruzione dell’accusa – al momento del distacco delle ruote dal suolo, il camion è scivolato a valle. Mario, che nel frattempo si era sistemato tra il mezzo e il muro della casa, è stato travolto, intrappolato e schiacciato, senza nessuna speranza di salvarsi. In quel punto la famiglia di Romario ha messo una sua foto. «In attesa – conclude la mamma – che sia fatta giustizia per mio figlio e per tutti i figli». —



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