144 anni del Tirreno / Un ex direttore racconta l'anima del giornale: "Come stampare un libro ogni giorno"

Nella foto Bruno Manfellotto al centro con il capocronista Alessandro Guarducci, Cristiano Meoni (oggi vicedirettore del giornale) e Mauro Zucchelli

Bruno Manfellotto ripercorre la storia del quotidiano ma guarda anche al futuro: "Necessario dare uno scossone per ricreare uno spirito comune"

Quando un amico, o un ospite a cui tenevo, veniva a farmi visita al “Tirreno”, dopo caffè e convenevoli lo portavo di filato nello stanzone della redazione dove ogni mattina, su un lungo bancone, venivano ordinatamente sistemate tutte le edizioni del giornale. Tredici. Da Massa Carrara a Grosseto, da Lucca a Pontedera, da Viareggio a Pisa, e poi Livorno, Cecina, Piombino…

Ecco, solo sostando per qualche minuto dinanzi a quelle prime pagine orgogliosamente diverse l’una dall’altra ci si poteva fare un’idea della complessità, del radicamento, dell’importanza di quel miracolo artigianale che si ripeteva quotidianamente al numero 9 di Viale Alfieri. Come pubblicare un libro al giorno. Una volta, a un giudice che mi chiedeva conto di un “omesso controllo” su una notizia urticante di cui non ricordo più niente, ebbi l’ardire di rispondere: «Vostro onore, ma lei lo sa che ogni sera stampiamo, oltre al resto, 160 pagine solo di cronache locali? Non c’è giornale simile al mondo. Sfido chiunque a leggere tutto…». Mi mandò assolto.


Diversità, originalità. Quasi una condanna, in realtà una forza immensa. Non fu da subito così. Il giornale era nato il 29 aprile del 1877 – un anno dopo il “Corriere della Sera” e un anno prima del “Messaggero” – per iniziativa di un garibaldino, Giuseppe Bandi, che alla “Gazzetta livornese” che già dirigeva voleva affiancare un quotidiano del pomeriggio, più svelto e aggiornato: infatti lo chiamò “Il Telegrafo”. La seconda vita del giornale comincia invece nel 1923, quando la proprietà passa ai Ciano e la direzione, alla fine degli anni Trenta, a Giovanni Ansaldo che ne innalza la qualità e lo impone facendone il megafono del potente ministro degli Esteri e genero di Mussolini, Galeazzo Ciano.

Non basta. Chiuso dagli Alleati nel 1944, il giornale riappare il 28 gennaio 1945 diretto da Athos Gastone Banti con una nuova testata, “Il Tirreno”. Ma dal 1967 apparterrà al Gruppo Monti che tornerà a chiamarlo “Il Telegrafo” per poi chiuderlo solo nove anni dopo. Dopo un anno e mezzo di autogestione, arriva nel 1977 il Gruppo Espresso che recupera la testata “Il Tirreno” e lo rilancia cambiandone il formato e la concezione: a Livorno la casa madre, cuore pulsante della grande macchina; ma da lì ci si sarebbe mossi verso tutta la Toscana che s’affaccia sul mare, e anche verso l’entroterra.

Carlo Caracciolo, l’editore, Mario Lenzi, il direttore e vero regista dell’operazione, e i collaboratori più stretti si confrontarono presto sull’opportunità di aprire nuove redazioni e dove, magari in territori inesplorati come Siena e Arezzo (qualcuno pensò perfino a Firenze: una sfida). Alla fine lo sforzo fu concentrato soprattutto nella propria, ben definita area di appartenenza, e non solo in coerenza con la testata – “Il Tirreno” – ma anche perché troppo forti erano, e sono, le differenze (e le diffidenze…) tra una Toscana e l’altra.

Comunque, tredici edizioni sono una grande responsabilità. Specie oggi che “Il Tirreno” ha cominciato una nuova vita con una nuova proprietà. A un giornale locale, infatti, si chiede innanzitutto che sia vicino, anche fisicamente vicino ai suoi lettori per comprenderne le esigenze, raccoglierne gli appelli, e formarsi quell’autorevolezza indispensabile per onorare la sua missione principale: farsi portavoce delle comunità che rappresenta, e denunciare con coraggio distorsioni, ritardi, privilegi, malgoverno. Oggi si è aggiunta la Rete che offre strumenti formidabili, immediati e diffusissimi, ma che tanto di più pesano se possono fare affidamento su quel solido tessuto di relazioni, condivisioni e rispetto reciproco costruito in tanti anni di carta stampata.

È un impegno valido sempre, specie oggi. Già durante la Grande Crisi economica erano emersi i limiti del sistema Toscana: l’imprenditore che baratta il rischio d’impresa con la rendita di posizione; il politico che rinuncia a scommettere sul futuro; il sindacalista che tollera privilegi di categoria... Ora viviamo il dramma del virus, la crisi morde, la disoccupazione cresce. Per di più, abituati a un’amministrazione della cosa pubblica fondamentalmente sana, abbiamo scoperto invece deformazioni, corrutele e malversazioni che è indispensabile denunciare ed estirpare.

È necessario uno scossone volto a ricreare uno spirito comune, come negli anni della formidabile ricostruzione post-bellica. In questo impegno, il ruolo di un giornale libero può essere determinante. Purché abbia il coraggio della denuncia e creda in un’informazione mai accomodante, che talvolta può apparire acre, pungente. Ma è bene che sia così. Che essa, come dire?, sappia un po’ di salmastro, come l’aria che si respira passeggiando lungo il mare di Livorno. —

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