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«Moby Prince, è stata una bomba». La verità di Onorato trent’anni dopo la tragedia

L'armatore del traghetto conferma in un’intervista quanto disse nel 2017 ai senatori E accusa l’allora ministro di aver puntato sull’errore umano

Livorno. Proprio nei giorni in cui il gruppo armatoriale della sua famiglia sta cercando in extremis di evitare il fallimento, a distanza di trent’anni dall’apocalisse in cui morirono 140 persone a bordo di uno dei suoi traghetti l’imprenditore Vincenzo Onorato torna a parlare del Moby Prince e dice: è stata una bomba. Anzi, per essere più precisi: siccome conoscevo benissimo il comandante Ugo Chessa ed è impossibile che tutto sia stato causato da un errore umano, siccome respinge al mittente ogni accusa di deficit di manutenzione del traghetto, non resta che credere a qualcos’altro. Cosa? La risposta sta nella perizia dello 007 Alessandro Massari, che parla di sette tracce di esplosivo a bordo: per Onorato senior è stata una bomba.

L’ha detto in una intervista al quotidiano sassarese La Nuova Sardegna. In realtà, non fa che ripetere quel che aveva ribadito alla commissione d’inchiesta del Senato nel novembre 2017: magari in maniera più perentoria. Soprattutto due cose. La prima: non crede affatto alla possibilità che sia colpa di un errore umano o una distrazione del comandante Chessa, neanche ci fosse stata nebbia («chiedeva sempre ai suoi ufficiali sul ponte un doppio rilevamento delle altre navi, uno ottico e uno sui radar, solo a quel punto lasciava il comando a un altro ufficiale»). La seconda: la teoria dell’errore umano l’ha certificata il ministro Carlo Vizzini, subito dopo un colloquio a tu per tu con il comandante della Capitaneria Sergio Albanese dal cui ufficio Onorato racconta di esser stato cacciato fuori.


Ce n’è una terza sulla quale invece glissa nell’intervista dopo che nell’audizione in commissione aveva insistito «con amarezza»: è il trattamento in guanti bianchi, quasi deferente, riservato all’equipaggio dell’Agip Abruzzo. A loro furono date due stanze in Capitaneria: 1) «furono interrogati non la mattina dopo l’incidente bensì due giorni dopo»; 2) «in questi due giorni fu consentito ai legali dell’Agip di lavorare con l’equipaggio». Risultato: «una assoluta omologazione di dichiarazioni su quel che era successo quella notte». Non è tutto: la petroliera «fu dissequestrata quasi subito, il Moby Prince è rimasto lì sette o otto anni», dice l’armatore.

Si potrebbe aggiungere che la Capitaneria vietò ai periti del pm di salire a bordo della petroliera, intanto il carico era stato travasato in un’altra petroliera Agip. Peccato che poi,nonostante 25 anni più tardi le dichiarazioni ancora contrarie del personale di allora, la commissione d’inchiesta accerterà che il carico non era quello dichiarato e la petroliera non proveniva da dove era stato comunicato.

Messaggi in bottiglia a chissà chi guardando più all’oggi che a trent’anni fa? La bomba, in realtà, è per Onorato una deduzione: non fornisce prove se non l’adesione alla perizia di Massari, immagina che l’esplosione abbia disorientato la plancia di domando del traghetto che «mette il timone a dritta e va contro l’Agip».

Dietro la bomba quale scenario c’è? Nell’intervista al giornale sardo Onorato non torna a ipotizzare manovre di gruppi concorrenti né racconta di minacce (nell’audizione con i senatori aveva riferito di non aver avuto intimidazioni), si limita a parlare del clima della guerra del Golfo e della vicinanza di Camp Darby. Ma aggiunge: «Chi l’ha messa doveva conoscere bene la nave, ma non intendeva provocare una strage, altrimenti l’avrebbe messa in una borsa abbandonata nel salone passeggeri».

Nel puzzle di misteri di questa tragedia, uno dei tanti: riguarda il mayday. La petroliera e il traghetto sono ancora incastrati quando lanciano la disperata richiesta di aiuto: quella dell’Agip Abruzzo è chiara e comprensibile, quella del Moby Prince no. Perché? «Non lo so spiegare», aveva detto l’armatore ai senatori.

C’è infine il capitolo assicurazioni: è emerso che a poco più di due mesi dalla sciagura, gli armatori della petroliera e del traghetto in tandem con i rispettivi pool di assicurazioni avevano steso un accordo per dividersi i risarcimenti e i costi dell’incidente senza farsi troppo male l’un l’altro. Ma nell’intervista Onorato non ci sta a farsi mettere in croce: davanti ai commissari l’aveva derubricata a una strategia dettata dalle assicurazioni, adesso rivendica la scelta (e la disponibilità a togliere il limite armatoriale agli indennizzi) come l’unico modo per dare «liquidare rapidamente i risarcimenti ai familiari delle vittime». E aggiunge: «Se non lo avessimo fatto, dopo 30 anni non avrebbero ancora avuto nulla». —

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