In famiglia più della metà dei contagi: la provincia di Livorno maglia nera in Toscana

La vaccinazione di una persona appartenente alla categoria dei “fragili”

È quanto emerge analizzando il dossier dell'Agenzia regionale di sanità: i dati e le spiegazioni

LIVORNO. Ben più della metà dei contagiati il Covid l’ha preso all’interno delle mura domestiche: è la famiglia il luogo numero uno dei contagi. Vale un po’ ovunque ma soprattutto a Livorno: più del 57% di tutti i casi di positività hanno alle spalle una trasmissione da parte del babbo o della nonna, del nipote o della figlia, della mamma o del nonno convivente.

La “fotografia”, scattata dall’Istituto superiore di sanità attraverso la griglia di rilevazione della “sorveglianza attiva anti-Covid”, è nel dossier di dati resi pubblici dall’Ars, l’Agenzia regionale di sanità. In tutta la Toscana non esiste nessun’altra provincia con una percentuale così alta di contagiati da una persona della propria famiglia: siamo ben dieci punti al di sopra della media regionale, e a Prato la quota non arriva al 34%, a Grosseto è poco al di sopra del 37% e a Firenze supera di un niente il 41%.


Guardando a un campione-tipo di cento casi, per gli altri quasi 43 dove è avvenuto il contagio? A parte un 13% e spiccioli infilati nella categoria “altro”, salta fuori che grossomodo sette su cento sono avvenuti sul lavoro (6,8%) o tramite operatori sanitari (7,1%), altri sei sono attribuibili all’estero (5,6%) o sono avvenuti all’interno di case di riposo o simili (6,2%), infine nel 3,5% dei casi si parla di contagio in ospedale. Detto per inciso, non esiste la categoria “scuola”: finisce in quella gran zuppa che è la categoria “altro”.

Non è una sorpresa che la frequenza dei contagi in famiglia sia otto volte più alta di quelli avvenuti sul luogo di lavoro: da un lato, ci sono state settimane o mesi di chiusura delle attività economiche (ma anche nel periodo del lockdown più duro metà delle imprese e due terzi degli addetti hanno continuato a lavorare, dice la Camera di commercio), comunque si è moltiplicato il lavoro a distanza; dall’altro, è la famiglia il luogo dei contatti ravvicinati ed è difficile immaginare che la grande maggioranza delle persone indossi la mascherina 24 ore su 24 anche dentro le pareti di casa. Quello familiare è un canale di contagio sul quale non si insiste praticamente mai, e il motivo è lampante: dovremmo ammettere che, salvo il vaccino, contro il coronavirus non esistono né armi né contromosse, visto che in casa sono impossibili mascherine e distanziamento.

Da segnalare anche un altro aspetto: la frequenza di contagi nelle residenze per anziani è stato nella nostra provincia poco più della metà di quanto fatto registrare nel resto della Toscana: certo, rispetto al 6,2% livornese Pisa ha difeso molto meglio i suoi “nonni” (2,6%) ma non dimentichiamoci che in provincia di Firenze è avvenuto nelle case di riposo una morte Covid su cinque (19,9%) e a Massa Carrara quasi (17,6%).

Dunque, se il contagio avviene soprattutto fra le mura di casa, a che serve chiudere? In realtà, fin qui abbiamo mostrato l’analisi statistica dei contagi avvenuti davvero, non quel che poteva accadere. Se i contagi sono in famiglia è perché – a sorpresa, per una città indisciplinata come la nostra – altrove ci siamo protetti con i comportamenti anti-contagio. Se fuori di casa non avessimo indossato la mascherina, se avessimo continuato a fare la vita di prima infischiandosene di tutto e di tutti, forse avremmo avuto i contagi domestici al 30-35% ma semplicemente perché i quasi 16mila casi di positività a livello provinciale (con poco meno di 400 morti) potevano diventare 24-28mila raddoppiando i contagi al di fuori delle proprie quattro mura.

Già a inizio gennaio Il Tirreno aveva richiamato l’attenzione sul record livornese di contagi per il tramite di un familiare: era perfino più alta (64%). Eppure nel frattempo abbiamo avuto zone rosse e restrizioni, dunque avrebbe dovuto crescere la via familiare al contagio. Non è stato così: è bastato quel minimo che è sopravvissuto nella nostra vita sociale senza cene fra amici, senza banchetti per le grandi feste, senza teatro né cinema ed ecco che, colpa magari anche dell’ipercontagiosità delle nuove varianti del virus, ci ritroviamo senza ancora veder scendere davvero il numero dei contagiati e quello dei decessi. —

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