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Così il porto di Livorno è diventato il crocevia della cocaina

La presenza invisibile sulle banchine che fa arrivare gli stupefacenti in Europa

«Il porto di Livorno è uno snodo importante nel traffico internazionale di sostanze stupefacenti». È con tutto il peso della sua esperienza alla Direzione distrettuale antimafia che il procuratore capo Ettore Squillace Greco l’aveva detto già nella relazione dell’anno giudiziario nel gennaio di tre anni fa: l’aveva sottolineato proprio ricordando che nel maggio 2017 erano stati ritrovati quintali di cocaina in sette zaini che galleggiavano agganciati a due taniche vuote di fronte alla Terrazza. La droga finita ora al centro dell’inchiesta sull’asse Toscana-Calabria.

Non era la prima volta che lo diceva: alla fine dell’estate precedente, nell’incontro in prefettura che aveva visto protagonista Raffaele Cantone, figura-simbolo dell’Anti-corruzione. In effetti, l’attenzione al porto di Livorno come crocevia sulle rotte del narcotraffico possiamo trovarla anche nel “Primo rapporto sui fenomeni di criminalità organizzata in Toscana” che il team di ricerca della Scuola Normale di Pisa.


LA FONDAZIONE CAPONNETTO


E se adesso i riflettori sono sulle infiltrazioni ‘ndranghetiste in Toscana, vale la pena di ricordare quanto riporta un recente dossier dedicato alla nostra provincia dalla Fondazione intitolata al magistrato anti-mafia Antonino Caponnetto. A cominciare dal fatto che appartiene in gran parte a esponenti di ‘ndrangheta l’identikit del crimine organizzato coinvolto negli anni in operazioni di polizia nel porto di Livorno: sedici “famiglie” come, ad esempio, i Barbaro di Platì, i Nirta-Strangio di San Luca, i Pesce di Rosarno e i Piromalli-Molè di Gioia Tauro. A ciò si aggiungano quattro clan provenienti dalla Campania (Casalesi, Birra-Iacomino, Fabbrocino e Gionta), tre cosche siciliane (tutte catanesi, compresi i Cursoti), più un gruppo di Manfredonia e uno laziale legato ai Casamonica.

IL PENTITO ANNI ’80

Ma i ricercatori della Fondazione Caponnetto indicano anche la storia del pentito ‘ndranghetista Francesco Fonti, che alza il coperchio su un altro genere di traffico “sporco”, una storia di fine anni ‘80: far sparire «600 fusti contenenti rifiuti tossici e radioattivi», da far arrivare tramite «40 camion» fino al porto di Livorno, dovre avrebbero dovuto esser caricati su una nave di una società maltese. Non solo: questo collaboratore di giustizia ha riferito ai magistrati anche la storia di una nave «fatta inabissare nel mare davanti a Livorno con il suo carico di scorie farmaceutiche».

Detto per inciso, è ancora un pentito di ‘ndrangheta, Filippo Barreca, a raccontare – ne abbiamo dato conto in quell’inchiesta – i segreti dietro la storia della tragica notte del Moby Prince. Ma torniamo a mettere sotto la lente la droga anziché le cosche. La cocaina-story arriva da lontano: andando a ritroso fino alle fine degli anni ’80 si trova traccia del primo grande sequestro anti-droga con i 53 chili di coca scovata nelle stive di una bananiera, la “Isla Pinta”, in arrivo da Cartagena. Niente a confronto dei sette quintali di stupefacenti bloccati in porto dagli 007 livornesi: anche sin quel caso su una rotta dal Sudamerica (Perù).

I CRIMINALI INVISIBILI

Da tutta questa attività criminale si potrebbe immaginare un radicamento locale di clan e cosche che mettono radici, s’infilano nell’economia, assediano politici e amministratori. In realtà, forse è il contrario: i criminali devono cercare di essere quanto più possibile “invisibili” e per questo hanno scelto di abitare in piccoli paesi, quanto più possibile lontano dal radar degli investigatori (che inevitabilmente, è ovvio, tiene gli occhi puntati soprattutto sulle città).

Dietro c’è lo schema logistico che individua il tal porto per lo smistamento destinato al mercato degli stupefacenti su base nazionale. Ma nelle 328 pagine dell’ultimo report del ministero dell’interno a firma di Giuseppe Cucchiara, il super-poliziotto dell’Anti-droga) si segnala che «alcuni significativi sequestri indicano come il nostro Paese, posizionato al centro del Mediterraneo, venga utilizzato anche come snodo di transito per carichi destinati ad altri Stati europei».

I DATI DI DIA E ANTIDROGA

Anche nel bollettino dell’anno precedente Livorno spiccava: era «il porto dove è stata sequestrata la maggiore quantità di cocaina» (quasi 531 chili), «seguito da Genova (kg. 297), Gioia Tauro (kg. 217,7), Civitavecchia (kg. 45,2) e da Porto Torres (kg. 31,5)». Segno che nel match fra “guardie” e “ladri – anzi, fra 007 e narcotrafficanti – Livorno mette a segno numerosi sequestri importanti.

Agli occhi degli strateghi del crimine perciò serve una struttura quanto più possibile “leggera” e “invisibile”. Anche perché cambiano le modalità di inoltro a destinazione, una volta giunto il container sul piazzale del terminal: se in passato si nascondeva la droga in fondo a container poi riempiti di tonnellate di merce regolare, adesso si è diffuso il “rip-off”. Come dire: trolley o borsoni subito dietro lo sportello di un container che contenga materiale “odoroso” in grado di confondere i cani anti-droga. A quel punto bisogna contare sulla velocità di qualche complice che alla svelta manometta i sigilli e faccia sparire zaini e borsoni.

Tradotto: se di anno in anno Livorno è presenza fissa insieme a Genova e Gioia Tauro (e ora a Savona) fra i quattro-cinque porti italiani dove si registrano i maggiori sequestri di droga, è perché «le organizzazioni criminali, dopo aver ritenuto negli anni il porto calabrese la porta preferita per l’ingresso della cocaina dal Sudamerica, più recentemente hanno iniziato a privilegiare, anche altri scali portuali del Mediterraneo, in aggiunta a quelli del nord Europa, nell’ottica di diminuire il rischio della perdita dei carichi».

È lo stesso concetto che sottolinea anche la più recente fra le relazioni semestrali della Direzione investigativa antimafia (Dia). Lo ripete segnalando che sono stati proprio i vertici della procura livonese nell’inaugurazione dell’anno giudiziario 2020 a segnalare che «’ndrangheta, albanesi ma anche altre organizzazioni criminali – queste le parole di Squillace Greco – utilizzano lo scalo livornese come alternativa privilegiata ad altri porti come Gioia Tauro e Genova». Inutile dire che il dossier dell’Antimafia non poteva non rimarcare l’ultimo fra i sequestri record (nel febbraio dello scorso anno, appena prima del lockdown): «Oltre tre tonnellate di cocaina occultata all’interno di un container imbarcato a bordo di una nave battente bandiera delle Isole Marshall». —

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