«Nessun ricatto sessuale»: assolto il carabiniere che comandava l'ispettorato del lavoro a Livorno  

L’ex comandante del nucleo dell’ispettorato del lavoro dei carabinieri Federico Dati con l’avvocato Igor Leonardis

Secondo i giudici il maresciallo, arrestato nel luglio del 2017, è estraneo a tutte le accuse che gli venivano contestate 

LIVORNO. Lo dice a bassa a voce. Mentre trattiene lacrime ed emozioni dopo quattro anni di silenzi, solitudine e sofferenze. Si lascia andare solo quando il giudice sta per terminare la lettura della sentenza con cui lo assolve da tutti i reati per i quali era imputato: «Viva la giustizia», ripete. Federico Dati, 61 anni a settembre, maresciallo dei carabinieri e soprattutto ex comandante del nucleo ispettorato del lavoro di Livorno, si lascia andare sulla sedia, accanto al suo avvocato. Il posto da dove ha seguito tutte le udienze del processo in cui era imputato per ipotesi gravissime per chiunque. Di più – e non lo nasconde – per chi ha giurato di difendere gli altri da chi quei reati li compie: concussione, tentata concussione, falso e soprattutto violenza sessuale. Più semplicemente – secondo l’accusa – avrebbe messo in atto «ricatti sessuali» sfruttando il proprio ruolo: in cambio di prestazioni avrebbe dunque promesso alle titolari di alcuni esercizi commerciali di non contestare le irregolarità che invece erano emerse nei controlli che lui stesso faceva.



Tutte accuse che, una dopo l’altra, sono cadute durante il dibattimento nonostante la richiesta di condanna avanzata dal pubblico ministero Giuseppe Rizzo che nella penultima udienza per il maresciallo, oggi in pensione per raggiunti limiti di età, aveva chiesto sei anni di reclusione. In attesa di leggere le motivazioni che saranno depositate tra novanta giorni un’interpretazione alla sentenza cerca di darla l’avvocato Igor Leonardis che insieme al collega Antonio Cariello ha difeso il carabiniere. «Finalmente – è la premessa – è stata fatta giustizia. Ma con questa inchiesta, è bene sottolinearlo, hanno distrutto un uomo. Anche se questa vittoria riabilita in tutto e per tutto il mio cliente. La sentenza? È evidente che la formula usata dai giudici, vale a dire quella che il fatto non sussiste, significa che il tribunale non ha ravvisato la condotta che veniva invece contestata al nostro cliente da parte della procura. Dunque significa che non c’è stata nessuna minaccia reale o psicologico nei confronti delle persone che lo accusavano».



Cercando di semplificare il concetto giuridico le donne, in particolare la titolare di un centro estetico che ha fornito prestazioni sessuali, lo avrebbe fatto senza che l’imputato l’avesse obbligata in nessun modo. Proprio quelle testimonianze, ripetute in aula quando la donna è stata ascoltata, quattro anni fa erano state decisive, insieme ad altre cinque, per convincere prima i due pubblici ministeri che hanno seguito l’inchiesta, e poi il giudice per le indagini preliminari a richiedere e poi emettere la misura cautelare degli arresti domiciliari. Per Dati – era il luglio del 2017 – quel giorno è iniziato un incubo: sospeso dal lavoro e trattato «peggio degli i scippatori da marciapiede». Quasi quattro anni dopo la rivincita, le lacrime trattenute e quella frase liberatoria: «Viva la giustizia». —

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