Il vescovo: "Indagini carenti e sentenza ingiusta, il Moby fu strage" 

Il vescovo di Livorno Simone Giusti in duomo durante l'omelia

Il durissimo attacco del vescovo di Livorno Simone Giusti durante l'omelia alla commemorazione in duomo per il 30° anniversario della sciagura in cui a bordo del traghetto morirono 140 persone. "Una svolta l'istituzione della commissione del Senato: merito dell'azione instancabile dei familiari delle vittime e dell'allora presidente Pietro Grasso"

LIVORNO. «Macché tragedia o sciagura: quella del Moby Prince è stata una strage. Ormai non è una ipotesi o una congettura: però per arrivarci ci sono voluti trent’anni». Non potrebbe essere più duro l’attacco del vescovo di Livorno, monsignor Simone Giusti, nell’omelia in cattedrale in occasione delle cerimonie per il 30° anniversario dell’apocalisse del traghetto Livorno-Olbia, nel cui rogo dopo la collisione con la petroliera Agip Abruzzo morirono 140 marittimi e passeggeri la notte del 10 aprile ’91.

«Altro che nebbia o una distrazione del comandante del traghetto», il monsignore-architetto mette nel mirino le perizie («spesso sbrigative») e gli interrogatori («talvolta fatti in modo frettoloso»), oltre che aver snobbato alcune testimonianze importanti e aver visto alcune prove «scomparire nel nulla»: inutile aggiungere altro per far capire il proprio giudizio sul processo di primo grado che ha visto stendere sugli imputati una assoluzione generalizzata perché “il fatto non sussiste”.

Fortuna che la commissione parlamentare d’inchiesta del Senato presieduta da Silvio Lai ha ribaltato la situazione «presentando tre anni fa una relazione di quasi mezzo migliaio di pagine» : è emersa quanto fosse «carente» - le parole dall’altare sono pesanti come pietre – l’inchiesta della procura livornese e «la totale incapacità» della Capitaneria di guidare i soccorsi mentre a bordo del Moby Prince attendevano di essere aiutate.

Adesso sul fronte giudiziario c’è la speranza di una terza inchiesta ma, al tempo stesso, c’è finora la certezza di «140 morti e nessun colpevole», dice il vescovo Giusti. Lo ripete davanti al sindaco Luca Salvetti, al prefetto Paolo D’Attilio e al vicepresidente della Provincia Pietro Caruso, oltre alle massime autorità civili e militari della città: in nome delle restrizioni anti-contagio, presenti nella navata della cattedrale  praticamente solo i familiari delle vittime. A cominciare da Angelo Chessa e Nicola Rosetti, che guidano i comitati dei familiari. Nel corso della liturgia non è mancata una preghiera esplicitamente dedicata, con tanto affetto, a Loris Rispoli, che nella sciagura ha perso la sorella Liana e fin dall’inizio è stato l’anima della battaglia per chiedere verità e giustizia: una preghiera perché è stato costretto a dare forfait per via delle sue gravi difficoltà di salute.

Non è solo un passaggio rituale questa sottolineatura riservata ai familiari dei 140 morti: per Giusti la loro «battaglia coraggiosa» e la loro «azione instancabile» sono state la spinta che ha portato alla svolta grazie all’istituzione della commissione di Palazzo Madama, concretizzata in realtà  «anche per il sostegno effettivo dell’allora presidente del Senato Pietro Grasso».