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«Lì sono tutti morti». Così si svelò l’inferno del Moby Prince

Lo sguardo dell’unico sopravvissuto, i silenzi, i dubbi e la sconvolgente verità. Ecco il racconto di uno dei cronisti che la notte della tragedia andò tra i primi al porto di Livorno: «Mi hanno detto che una bettolina si è incendiata al porto. Vai a dare un’occhiata»

Quella notte al porto sono arrivato tra i primi, piuttosto scocciato perché dopo una giornata da cronista al Tirreno avevo sperato di andarmene a casa. Invece è arrivato il vicedirettore: «Mi hanno detto che una bettolina si è incendiata al porto. Vai a dare un’occhiata».

Chiamo le ambulanze ed i vigili del fuoco per avere notizie e risolvere la cosa per telefono. Sono vaghi i pompieri ed i volontari tacciono: brutto segno. Vuol dire che qualcosa è successo davvero e sono stati diffidati a parlare. Bisogna proprio andare sul posto. Mentre guido penso alla nave cisterna in fiamme. Deve essere una di quelle che comprano petrolio di contrabbando dai comandanti delle navi che, all’arrivo, registrano un consumo di carburante inferiore al previsto e quindi lo rivendono sottobanco. Non succede tutti i giorni ma si sa che anche questo fa parte dei traffici illeciti di tutti i porti del mondo.


Ovviamente le operazioni di scarico e carico del petrolio si svolgono di nascosto, a luci spente ed in condizioni di sicurezza certo non ottimali. Se è così, mi dico mentre arrivo al porto, stavolta gli è andata male.

Arrivo sulla banchina dove c’è un gruppetto di persone, una Volante della polizia e qualcuno della capitaneria di porto. Cerco notizie sicure. In Capitaneria non si entra. Il comandante si annoda la cravatta dietro la vetrata: anche lui stava smontando dal servizio. «Niente, niente, per ora non si può dire nulla».

Escono i rimorchiatori, escono squadre di soccorso. Passano i minuti e la mezz’ora. Fa anche freddo e ci viene voglia di rientrare in macchina a me ed al fotografo che intanto ho fatto arrivare. «…Sì, si è incendiata una bettolina…». «…No, forse è una nave più grossa». «…È una nave grande, una petroliera che è finita contro la bettolina che navigava a luci spente e che è spuntata da dietro un’altra nave…». Se ne dicono tante in questa strana sera di primavera. Il cielo è scuro. Sembra che poco fuori dal porto ci sia nebbia: «È quella che ha provocato il disastro…». È un freddo strano. Tutto è strano stasera; eppoi ho fame, anche sonno, sono stanco. Pare impossibile ma quando succede qualcosa è sempre quando sei in queste condizioni. Mi avvicino alla Volante. «Ciao Fulvio, come stai?» Il poliziotto abbassa appena il vetro, mi riconosce anche se non ci vedevamo da anni. Allaccio subito la conversazione per scoprire qualcosa senza far insospettire l’amico; una conversazione stupida come non mai anche perché ho l’orecchio alla radio di bordo che fingo di non sentire per dedicarmi alle stupidaggini che stiamo dicendo, del tipo «ricordi quando eravamo piccoli? Che risate quella volta…che paura quell’altra…e mamma? Babbo?»”

Il capopattuglia torna dalla capitaneria. «Chiudi il vetro Fulvio». C’è nuovo movimento in banchina. Ecco altra gente, funzionari di porto, questura, guardia di finanza. Non perdo di vista Fulvio: sta scuotendo la testa. Poi se la prende tra le mani. Apre un po’ il finestrino: «In fiamme c’è un traghetto…». Intanto arriva una delle motovedette di soccorso: corriamo col fotografo verso gli uomini avvolti nelle coperte. Sono il capitano della petroliera Agip Abruzzo ed altri dell’equipaggio. L’ufficiale dà la sua versione dei fatti: «Siamo stati speronati». Da chi? »Scusate, lasciateci andare, siamo sconvolti…». È stato lui a dare l’allarme. O almeno il suo allarme è stato sentito dagli operatori a terra.

«May day, may day, Moby Prince: siamo in fiamme. May day…»: l’appello disperato dell’operatore radio del traghetto invece non l’ha sentito nessuno quella sera. Lo ascolteremo tempo dopo ad una delle tante udienze che dovevano portare alla verità sulla tragedia. A quell’udienza la registrazione che era ancora sul nastro della radio dei naviganti venne fatta sentire dal magistrato, il dottor Lamberti, per ben dieci volte al perito di parte che si ostinava a dire che il messaggio era incomprensibile. “Ma lei laggiù, Silvestri, lo sente, voi giornalisti lo sentite?» Per la verità sì. Il presidente Lamberti si adirò non poco.

Ma quelli del Moby quando li portano a terra? Nessuno risponde. «Stiamo lavorando». A quanto pare quella palla di fuoco che gira su sé stessa è anche difficile da individuare. O almeno così si dice sul momento. Intanto sono arrivate le televisioni. «Una domanda al cronista locale: in pochi mesi avete avuto incendi sulle colline eppoi un nubifragio. Ora questo scontro in mare. Che sta accadendo a Livorno?». «Mah, forse la Madonna di Montenero non ci vuole più aiutare» dico, seccato, al microfono. Ed il collega televisivo a microfono spento: «Ma che risposta mi dai?»». «E te che domanda mi fai?»

Poi ecco un’altra motovedetta: «Viene dal traghetto, viene dal Moby». Finalmente. «Quando tempo ci hanno messo. Ora sapremo, ora sapremo». Mi butto in prima fila col fotografo. Scende a terra un uomo che pare fuori di sé. Mai visti occhi del genere. «Scatta, scatta ora la foto che si è tolto la coperta dal viso». Il flash illumina quegli occhi e le telecamere lo scatto bestiale verso di noi del mozzo Bertrand: un’immagine che passa alla storia di quella sera. Per nostra fortuna lo trattengono. Poi riprende l’attesa: ma quando arrivano gli altri? Fa ancora più freddo. I vetri della Volante sono appannati; non riesco a sentire cosa dice la radio. Quando il capopattuglia scende, l’amico Fulvio riapre un attimo il vetro: «Non arriverà più nessuno. Sono morti tutti». Ora è il gelo davvero. Ma dobbiamo organizzarci al meglio: cercare prove, testimonianze per testimoniare oggi e domani un evento che non ha precedenti. Occorre una barca per arrivare sotto bordo del traghetto in fiamme, trovare notizie, ancora notizie. Arrivano tutti, anche gli altri colleghi. Io devo correre al giornale per scrivere la prima edizione. Altri seguiranno i fatti sul posto, almeno per il tempo necessario a scrivere. Perché poi torno e passo la notte sulla banchina, in barca. A respirare quell’aria di morte, a cercare informazioni per ricostruire una verità mai trovata in tanti anni fatti di processi, supposizioni, teorie di bettoline che viaggiavano a luci spente per rubare carburante, di attentatori, di irredentisti sardi, servizi segreti, carichi di esplosivo, depistamenti, bugie, perquisizioni e sabotaggi. Ed ancora miliardi bruciati in perizie, comitati e contro comitati, commissioni, veri e falsi esperti. Persino macabri aneddoti: qualcuno durante le operazioni di recupero avrebbe brindato con lo champagne trovato nei frigo del Moby Prince. Alla salute di chi?

«Il colpevole lo trovi entro 24 ore o non lo trovi più – diceva sempre Antonio Paino, uno dei più grandi investigatori che hanno diretto la squadra mobile di Livorno – E ricordate che la verità è spesso quella più semplice. Quella che abbiamo sotto gli occhi». —

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