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Alluvione a Livorno, parte la causa contro la Regione Toscana per risarcire i danni

È pronta l’azione apripista del comitato: «L’ente cattivo custode del rio Ardenza»

Era un venerdì sera di settembre, anno 2018, quando alle porte del primo anniversario della tragedia, sotto al tendone del circolo Arci di Collinaia, il neonato Comitato alluvionati di Livorno annunciò l’intenzione di mettere in piedi una battaglia legale per chiedere che le famiglie colpite dal nubifragio del 10 settembre 2017 fossero risarcite completamente. Certo non per le persone care portate via dai fiumi impazziti – il dolore per le otto vite perse, quello no, non potrà mai essere risarcito – ma almeno per i danni subiti a causa di acqua, fango, crolli, infiltrazioni. Danni che tra case, palazzi, auto, garage, giardini, per molti raggiungono decine di migliaia di euro.

Ora quella battaglia legale sta per entrare nel vivo: le carte sono pronte, tra un mese i primi due rappresentanti del comitato presenteranno al Tribunale regionale della acque pubbliche di Firenze la causa pilota per chiedere il risarcimento totale dei danni. A chi? Alla Regione Toscana, per “difetto di custodia” dei fiumi, in questo caso del rio Ardenza.


A spiegarlo nel dettaglio è l’avvocato fiorentino Gilberto Giusti, che dal 2018 studia da vicino le carte insieme alle famiglie livornesi e che in Toscana è considerato un esperto in materia di cause legate alle alluvioni, visto che ha seguito in prima linea i principali eventi che hanno colpito il territorio dagli anni Novanta a oggi. «Con il comitato – spiega – abbiamo fatto un lungo lavoro di approfondimento sulle opere idrauliche sia del rio Ardenza che del rio Maggiore, per verificare se ciò che è accaduto nel 2017 sia da attribuire solo a un evento meteorologico eccezionale o a carenze delle opere a difesa. Il risultato del nostro lavoro ci ha permesso di accertare vari elementi che oggi ci portano a dire che a nostro avviso sia per l’Ardenza che per il rio Maggiore sussiste un difetto di custodia da parte degli enti preposti, con profili diversi per ciascuno dei due fiumi. Su questa base – viene al punto – abbiamo deciso di portare la questione davanti al Tribunale regionale delle acque pubbliche e a maggio inizieremo il nostro percorso».

Ma perché la causa sarà contro la Regione e non verso altre realtà, come il Comune o i consorzi di bonifica? Il legale fa una premessa: «Spesso dopo ogni alluvione si dà la colpa a eventi straordinari. L’esperienza mi insegna che non è mai così: gli eventi straordinari mettono a dura prova problemi già esistenti. Non c’è dubbio che il tempo e l’intensità delle piogge siano cambiate, i dati scientifici lo dimostrano, ma pensate ad esempio al cedimento di un argine per scarsa manutenzione o alla ridotta sezione idraulica di un rio per l’accumularsi nel tempo di detriti di ogni genere... Insomma, l’alluvione raramente dipende solo da fatti straordinari, che vanno comunque valutati, come abbiamo fatto con il comitato». E qui entra in gioco l’eventuale responsabilità dell’ente che ha il «dovere di custodia» e che, detto in poche parole, si salva se dimostra che non poteva farci niente.

Perché la Regione? «La normativa sulle opere idrauliche – risponde l’avvocato – negli ultimi trent’anni si è molto diversificata. Oggi la competenza e la custodia sono a cura delle Regioni, che talvolta delegano a Province e consorzi, che però fanno manutenzione minore. Sono le Regioni che devono gestire il rischio idraulico, proteggendo la vita, i beni e l’economia dei cittadini. Il Comune, invece, in generale non ha responsabilità sulle opere idrauliche. Ne ha alcune sui tombamenti. Ma è semmai responsabile di altro, come la gestione della protezione civile». Che è infatti al centro della causa penale che vede coinvolti l’ex sindaco Filippo Nogarin e l’ex capo della protezione civile, Riccardo Pucciarelli.

Altro è la prima causa che il comitato si prepara a portare avanti sul fronte civile. Causa che parte quindi dal presupposto che prima di quel 10 settembre «la Regione aveva già a disposizione vari studi e dati che, come dimostra anche l’ultimo Piano idrogeologico regionale, dicevano che in caso di pioggia con un tempo di ritorno duecentennale il fiume sarebbe andato fuori dagli argini, ma non si è fatto abbastanza per impedirlo». La causa sarà pilota nel senso che in caso di vittoria potrà fare da apripista per gli altri che hanno subito danni. A fare da “piloti” saranno insieme il presidente e il vicepresidente del Comitato alluvionati, Stefano Filippi e Francesco Archibugi, che complessivamente hanno subito danni per 25mila euro. Saranno i primi a metterci la faccia, facendo così assumere un importante valore simbolico – oltreché pratico – all’iniziativa. È chiaro che scegliere un importo non troppo alto per la causa pilota (25mila euro di eventuale risarcimento) è una strategia legale, permette di contenere le spese in caso di mancata vittoria. Ma solo per dare un’idea dell’impatto dell’iniziativa: a oggi i sottoscrittori, ovvero coloro che hanno già versato una quota a sostegno della causa, sono 30 (compresi condomini interi di via Pacinotti e dintorni, quindi le famiglie coinvolte sono molte di più) che in totale hanno subito danni certificati per quasi un milione e mezzo di euro.

Attenzione: solo coloro che hanno aderito all’iniziativa del comitato o che vorranno farlo iscrivendosi alle liste potranno essere della partita legale. «Questo – sottolinea da ultimo il legale – consentirà loro di interrompere la prescrizione che in caso di danni da alluvione scatta dopo cinque anni». Quindi tra pochi mesi. —

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