Sos aule: all’ex asilo di via Galilei ci sono le aule vuote

Porte aperte all’istituto Santa Margherita di Livorno: «I locali sono grandi e poi c’è il giardino. Se gli studenti delle superiori ne hanno bisogno la Diocesi c'è»

LIVORNO. Dentro a quegli stanzoni ancora coloratissimi e arredati c’erano bambini e insegnanti fino a giugno 2020. Oggi la ex scuola materna paritaria Santa Margherita gestita dalla Fondazione San Carlo Borromeo dal 2004, al numero 13 di via Galilei, è vuota. Si tratta di centinaia di metri quadri a disposizione in una posizione strategica e utilissimi per quelle scuole superiori che si trovano a fare i conti con la mancanza di aule.

L’ex asilo si trova, infatti, in quello che viene definito un distretto scolastico, perché lungo quella strada ci sono il maxi liceo Cecioni, accanto c’è il grande Iti Galilei e in due istituti fanno oltre quattromila persone tra docenti, personale e studenti. Sempre nei paraggi c’è l’istituto geometri Buontalenti di via Zola e nella vicina piazza Due Giugno c’è il professionale Orlando.



«Fu il vescovo Coletti a comperare tutto l’edificio dalla congregazione delle suore Santa Margherita Caiani di Poggio a Caiano, successivamente monsignor Simone Giusti ne vendette tre quarti a Casalp per l’emergenza abitativa e la scuola materna paritaria è sempre rimasta in tutto il piano terra che ha anche un bel giardino all’esterno e una dependance molto grande», a fare il punto della situazione è Riccardo Lucchesi, rappresentante legale pro tempore della Fondazione San Carlo Borromeo.

Così come per le ex scuole Venerini di via Lopez la Diocesi di Livorno, con il vescovo monsignor Simone Giusti in testa, sarebbe ben felice di poter mettere a disposizione quei locali vuoti a scuole che hanno problemi di spazi. Perché, come dice il vescovo, gli studenti sono il futuro e hanno diritto a locali adeguati.

In altre parole, se la Provincia di Livorno chiede aiuto nella sua ricerca di spazi per soddisfare le richieste soprattutto dei licei Cecioni (per settembre servono dieci aule in più) e dei cugini dell’Enriques (per l’inizio del nuovo anno scolastico necessitano di almeno sette aule in più oltre alla sede e alla succursale di via Goldoni), la Diocesi tende la mano.

Tornando alla struttura vuota di via Galilei, a disposizione c’è un ingresso, una segreteria, un ampio salone, una mensa, un corridoio, vari servizi igienici, stanzini, una chiostra. All’esterno c’è un giardino con alberi da frutto. Sempre nello spazio esterno c’è una grande dependance di non meno di duecento metri quadri dove erano state ricavate altre aule per i bambini con tanto di servizi igienici. Insomma gli spazi ci sono. Ad oggi vuoti e in cerca di qualcuno che torni a farli vivere.

«Come si può vedere - continua ancora Lucchesi - chi entra qua dentro deve fare alcuni interventi per rinfrescare queste aule e questi spazi che sono stati abbandonati da quasi un anno: sicuramente gli impianti elettrici e di riscaldamento sono perfettamente funzionanti, così anche le tubazioni dei servizi igienici non presentano problemi».

Quell’edificio ha una sua tradizione storica in città. Livorno era molto legata sia alla scuola materna che alle suore che abitavano in quei tre piani di via Galilei.

Suore che nel 2004 hanno passato la gestione della scuola alla Fondazione San Carlo Borromeo che in due anni vide raddoppiare gli iscritti grazie anche al lavoro di quattro insegnanti e del personale di servizio. Le suore nel 2004, infatti, furono chiamate dalla casa madre dell’istituto Santa Margherita a trasferirsi a Poggio a Caiano dove si trova la sede centrale: motivo ufficiale del trasferimento fu l’anziana età delle sorelle ed il fatto di essere rimaste in sei.

«Questo istituto in città è sempre stato famoso per i rammendi dei vestiti: fino al 2010 qui c’erano tre signore che rammendavano e venivano da tutta Livorno qui a farsi cucire i vestiti», continua Lucchesi. La tradizione di ago e uncinetto là dentro getta le sue radici proprio nel dna delle suore dell’istituto Santa Margherita. Anima storica di questa arte era suor Maria Valeria che dedicò la sua vita ai bambini e al cucito, appunto. Erano “mani d’oro” che lavoravano le stoffe da donare alla chiesa e in beneficenza.