«Aggredì e offese i vigili per la multa in Baracchina rossa», a processo il titolare - Le accuse

La Procura ha notificato il decreto di citazione a giudizio per i fatti avvenuti il 21 maggio 2020. Il video finì sui social. E ora spunta anche un secondo indagato nell’inchiesta. La replica dei difensori

LIVORNO. «Voi non ci dovete venire a fare queste cose, siete schiavi del sistema: vi dovete rifiutare perché siete come noi. Basta, deve finire questa storia. C’avete rotto il c...o, fate cacare, dovete smetterla di rompere i coglioni». È la tarda mattinata del 21 maggio scorso, il primo lockdown legato all’emergenza sanitaria è appena finito: bar e ristoranti riaprono lentamente. Ma il titolare della Baracchina Rossa, storico locale in stile liberty sul lungomare di Livorno, è fuori di sé. Tra agenti della polizia municipale (l’assistente capo Claudio Begni, la collega Silvia Giachetti e il collega Matteo Morelli) gli hanno appena contestato una multa di 170 euro perché ha raddoppiato lo spazio esterno sistemando sdraio, sedie e ombrelloni senza avere l’ok definitivo del Comune sull’ampliamento gratuito del suolo pubblico.

Così Samuele Scarpa, 46 anni, perde la pazienza. E secondo la procura supera, e di molto, il limite della libera espressione del pensiero. Perché urla contro i tre vigili, impreca, li offende fino quasi allo scontro fisico, corre avanti e indietro davanti all’ingresso del bar. A un certo punto con un calcio butta giù il menù appoggiato sul controviale. Qualcuno cerca di calmarlo, altri – tra passanti e clienti – stanno dalla sua parte. Addirittura lo applaudono come simbolo della resistenza nei confronti di un sistema «dove pagano sempre gli stessi». Così il video del faccia a faccia con i vigili urbani, offese incluse, fa il giro del web. Ad oggi, a distanza di nove mesi, solo su Facebook, quelle immagini hanno avuto centomila visualizzazioni.


Un episodio tanto eclatante che il giorno stesso i proprietari del locale vengono chiamati in Comune dal sindaco Luca Salvetti per un chiarimento. Che da un lato placa gli animi perché Scarpa alla fine si scusa ammettendo di «aver fatto una cavolata». Ma dall’altro – quello politico – fa piovere critiche sul sindaco sull’opportunità di fare da paciere dopo un comportamento simile nei confronti di tre rappresentanti della medesima istituzioni.

Ora, però, la questione dal piano politico amministrativo si è spostata su quello giudiziario. Nei giorni scorsi, infatti, il pubblico ministero Massimo Mannucci, titolare dell’indagine, ha firmato la citazione diretta a giudizio nei confronti di Scarpa e di Stefano Del Carratore, 69 anni, ex informatore farmaceutico arrestato tre anni e mezzo fa (e poi prosciolto in udienza preliminare) perché a bordo della sua auto trasportava quattro bottiglie con polvere pirica che sarebbero servite per una vendetta dopo una truffa immobiliare ai danni di un amico.

I due – per questo tipo di reato non si passa dall’udienza preliminare – sono accusati di oltraggio a pubblico ufficiale e rifiuto di fornire le proprie generalità. In particolare, Del Carratore, la cui sagoma si vede nel video finito agli atti, si sarebbe a sua volta rivolto contro i tre agenti: «Morti di fame, siete invidiosi di lui, fate questo lavoro perché siete comunisti e avete la tessera del partito, siete m.... e buffoni». Nei prossimi giorni sarà fissata la data della prima udienza davanti al giudice. A quel punto i tre agenti potranno decidere di costituirsi parte civile nel processo.

LA REPLICA DEI DIFENSORI

«Stiamo aspettando di visionare il fascicolo poi decideremo cosa fare in vista del processo». Le avvocate Anna Francini e Federica Morgantini non svelano ancora quella che potrebbe essere la strategia processuale per difendere Samuele Scarpa, il titolare della Baracchina Rossa imputato per oltraggio ai tre agenti della polizia municipale che gli avevano appena contestato una mula di 170 euro. «L’esasperazione della situazione in cui si trovava il mio cliente – spiega Francini – può spiegare il comportamento». Ma certo non lo giustifica nel caso che le prove lo confermino a livello processuale. Ecco perché non è escluso che i difensori possano pensare a un rito alternativo da richiedere alla prima udienza.

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