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Il dottor Sani: «Vaccini lenti e varianti veloci, sarà un'estate coi divieti»

Livorno, parla il primario di Malattie infettive. «Se si diffondono mutazioni insensibili ai vaccini rischiamo di inficiare quanto fatto finora. No ai viaggi e andrà mantenuto anche il divieto di spostamento tra regioni»  

Un anno fa, lunedì 2 marzo, arrivava in ospedale Stefano Cavero, il paziente numero uno. Spartaco Sani, primario di Malattie Infettive, come vive questa ricorrenza?

«Speravo di poter parlare di questo anniversario in modo diverso. Mi sarebbe piaciuto arrivare a questo giorno in una situazione di libertà e poter ripensare in maniera critica e costruttiva a tutto quello che è successo. E invece ci siamo ancora dentro appieno, anzi non ne siamo mai usciti».


È una tesi che sostiene da tempo...

«Mi ricordo l’incontro che facemmo in agosto per commemorare chi era deceduto. Mi scappò detto che non era finita. Anche se la situazione sembrava sotto controllo facevo fatica a parlare del Covid come di una cosa passata. Abbiamo visto cosa è successo da fine settembre in poi».

Adesso cosa si aspetta?

«Il rischio che la diffusione del virus riparta è molto concreto».

Ipotizza una terza ondata?

«Parlerei di una terza ondata dovuta alle varianti sovrapposta a una seconda ondata mai del tutto sopita. Qualcosa di estremamente impegnativo, che in un momento di stallo della campagna vaccinale - non dovuto all’Asl o alla Regione, ma alla scarsezza di dosi - porterà grande difficoltà. Le prossime settimane saranno fondamentali per il futuro».



Eppure da metà febbraio il quadro a Livorno sembra in miglioramento, in controtendenza rispetto al resto della Toscana e della provincia: ieri i ricoveri erano 49, l’altro ieri erano arrivati al minimo storico di 45...

«In effetti dopo un inizio di anno con un numero di contagi superiore alla media, probabilmente causato dal fatto che durante il periodo natalizio si è sgarrato, in questa fase non stiamo vivendo una pressione particolare sull’ospedale. Ma attenzione: la preoccupazione è che la situazione possa cambiare rapidamente. Il virus ha questa caratteristica, da un giorno all’altro ti ritrovi l’ospedale pieno. Per questo non possiamo smantellare i reparti Covid, ma dobbiamo essere pronti a ricevere altre ondate».

Da cosa dipende questa anomalia livornese?

«Credo che la mancata pressione sull’ospedale dipenda in parte dal fatto che sono colpite persone più giovani. Va anche considerato che durante la seconda ondata c’è stata una importante diffusione del virus in città e tante persone probabilmente sono immunizzate senza saperlo. Tuttavia ripeto: il rischio di una ripresa importante dei contagi è molto elevata».

Le varianti stanno soppiantando il virus tradizionale?

«Il livello di contagiosità delle varianti è molto più elevato rispetto al virus che circolava prima e che c’è ancora. La variante inglese ha un vantaggio perché si replica e si afferma più rapidamente. I soggetti con variante inglese hanno cariche virali più elevate e perdono il virus più lentamente. Ciò comporta, ad esempio, anche modificazioni nella gestione del controllo dei pazienti che devono fare quarantene più lunghe».

Dal punto di vista della malattia cosa cambia?

«A parte la diffusione più rapida, il virus ha le stesse caratteristiche. Su cento contagiati, venti si ammalano e cinque in maniera grave. Ma se colpisce più persone, aumenta il rischio che ci siano pazienti che vanno male. È un problema di numeri, non di aggressività del virus».

Il vaccino in questo senso è fondamentale.

«I vaccinati sono protetti, sicuramente lo sono dalle complicanze, dalla malattia. Non a caso dove le vaccinazioni sono state fatte in maniera ampia, come in Israele ma anche in Inghilterra, la pressione sugli ospedali dopo la vaccinazione è nettamente diminuita».

Ma le somministrazioni in Italia stanno andando avanti lentamente...

«Il nodo è questo: l’obiettivo della vaccinazione è impedire che la gente si ammali, trasformare un’infezione che può essere severa in un’infezione che non dà problematiche. Vaccinando si riduce anche la circolazione del virus. La rapidità delle varianti e la lentezza del vaccino però sono gli elementi critici, se il virus circola c’è il rischio che si selezionino altre mutanti».

Contro cui il vaccino potrebbe avere un’efficacia ridotta?

«Gli studi dicono che le varianti inglese e brasiliana sono controllate dal vaccino, sia quello di Pfizer che di Moderna, sull’inglese è efficace anche Astrazeneca, mentre sulla variante sudafricana sicuramente Astrazeneca non funziona».

C’è da essere preoccupati?

«Se continua il contagio e le varianti si diffondono, cosa estremamente probabile, c’è il rischio che la vaccinazione possa essere messa in dubbio nella sua efficacia».

Sta dipingendo un quadro drammatico.

«Non voglio mettere preoccupazione, dico solo che se circolano e si diffondono le varianti, queste rischiano di diventare predominanti e di mettere in difficoltà ciò che è stato fatto quest’anno. Che è tantissimo, a partire dall’aver trovato un vaccino in meno di un anno, io su questo ero molto scettico».

Sta rilanciando la soluzione proposta da alcuni suoi illustri colleghi di stringere ancora le misure di contenimento?

«Chi sosteneva che serviva il lockdown per fare rapidamente le vaccinazioni diceva cose sensate. Non era per punire qualcuno ma per proteggere la vaccinazione che è l’unica arma per battere il virus. I vaccini possono avere effetti ridotti sulla variante sudafricana che non mi risulta presente in Toscana ma che sporadicamente è stata rintracciata in diverse zone d’Italia. Quando si parla di chiusure o non chiusure bisogna tenere presente questo fatto, al di là della possibile terza ondata: se arrivano varianti su cui il vaccino non è efficace si ricomincia da capo, perché il virus ci mette un attimo a ripartire».

Quale percentuale di vaccinati dovremo raggiungere per affermare di aver svoltato nella lotta al Covid?

«Quando sarà vaccinata una quota consistente delle persone a rischio, dunque gli ultraottanenni ma anche gli ultra 65enni con patologie, otterremo il risultato di ridurre il problema clinico della malattia e di eliminare il carico sugli ospedali. Questo sarà un momento cruciale».

Si stimano tre mesi per coprire la popolazione over 80. E nel frattempo, con l’aumento delle forniture, dovrebbe partire la vaccinazione di massa. Per l’estate forse sarà vaccinata la parte più a rischio della popolazione: potremo stare tranquilli?

«Io non credo a chi dice che ad aprile-maggio saremo a posto. Spero che allora si sia vaccinato tanto e che ci sia una riduzione del contagio e dell’ospedalizzazione. Già ottenere che la gente non si ammali e non abbia forme gravi, sarà tanto. Ma di certo l’estate non potrà essere come quella dell’anno scorso».

Sta auspicando misure più restrittive?

«Vede, non è che l’anno scorso il virus sia quasi scomparso per colpa del caldo. Ricordiamoci ciò che ha fatto in modo che si arrivasse a maggio e giugno senza contagi: è stato il lockdown. Non è un problema di estate o inverno, anche se è chiaro che la stagione fredda peggiori le cose. Per tornare alla normalità bisogna arrivare a contagi-zero. Ci sono posti dove sono tornati alla normalità perché sono stati fatti lockdown totali e per periodi lunghi, come l’Australia, la Nuova Zelanda, per non dire Cina e Corea. Noi alla normalità in questo modo non ci torniamo, dunque dobbiamo continuare con i restringimenti per evitare almeno che il contagio riparta».

Torneremo al mare con le mascherine?

«Sicuramente non si dovrà andare a giro per il mondo, bisognerà evitare i viaggi sia verso l’estero che dall’estero e il divieto di spostamenti tra regioni andrà mantenuto».

Quando finiranno queste limitazioni?

«Mi accontenterei molto se si potesse affrontare il prossimo inverno con tranquillità, ma sarà necessario rispettare le misure».

Lei nota un’attenzione calata da parte della popolazione verso le misure di contenimento?

«Mi sembra che spesso manchi la percezione della malattia, della tragedia di questa storia. Sembra quasi che noi medici si bluffi, è sparita quella sensazione di preoccupazione che portava ad avere comportamenti di un certo tipo. La seconda ondata è stata molto più impegnativa per numero di morti e contagi ma non si è accompagnata alla stessa preoccupazione che la popolazione aveva durante la prima».

Cosa è cambiato, a livello di cura, da quando arrivò il paziente numero 1 in ospedale?

«È migliorato l’approccio ai pazienti che adesso sono seguiti di più a casa. Che una persona arrivi in ospedale come arrivò il primo è molto improbabile. La malattia non era conosciuta, i malati arrivavano in condizioni già disperate».

Cavero giunse con le sue gambe in pronto soccorso...

«Purtroppo questi malati hanno una alterata percezione dell’insufficienza respiratoria fino a quando non precipitano. È una caratteristica che si manifesta in gran parte dei pazienti: sembra che stiano bene, poi gli accertamenti dimostrano che sono ipossici, che gli manca l’ossigeno. E infatti aveva una grave sindrome da distress respiratorio».

Cosa ricorda di quel 2 marzo e di Stefano Cavero?

«Ci fu una brillante intuizione dei radiologi che notarono un quadro compatibile col virus: fu rapidamente messo in Rianimazione nella stanza apposita individuata già allora. Gli facemmo il tampone, la risposta arrivò ben 18 ore dopo da Pisa, il che ci racconta bene i miglioramenti anche nella diagnostica che ci sono stati in questo anno. Fu curato con le terapie che conoscevamo al momento. È stato un evento che ci ha colpito, un caso molto importante. Morì in Rianimazione a causa di complicanze dopo che si era negativizzato. Purtroppo in certi soggetti le complicanze sono pesanti».

Dal punto di vista della terapie cosa è cambiato da allora?

«Da quando abbiamo iniziato a dare il cortisone, le cose sono migliorate. Ma non esiste oggi una terapia risolutiva e questa è la cosa più deprimente per me: non avere la certezza di possedere una strategia o dei farmaci che consentano di risolvere la malattia. La sensazione più forte che ho avuto a marzo, nel momento in cui avvertivo anche grande fiducia da parte dei livornesi, è stata il senso di impotenza».

Quale cura utilizzate oggi?

«La terapia varia a seconda della situazione clinica del paziente. Quella standard è cortisone più eparina, in alcune circostanze usiamo alcuni farmaci anti-citochine, si fa il plasma con una certa frequenza quando è necessario, ma non ha ancora validazione definitiva, faremo gli anticorpi monoclonali. Tutto questo però non cambia la prospettiva: non esiste una terapia salvavita, non c’è la certezza che chi si ammala guarirà. È la cosa peggiore che possa capitare a un medico».

Ritiene tuttavia che con le conoscenze di oggi avremmo evitato almeno alcuni dei primi morti?

«Direi fondamentalmente di no. L’unico errore nella fase iniziale è non aver utilizzato il cortisone perché avevamo indicazioni di usarlo solo nelle forme molto severe e in rianimazione. Certo, a volte uno pensa “se l’avessi adoperato…”. Però anche con quello, una serie di persone purtroppo non ce l’ha fatta, nonostante avessimo fatto tutto, tutto, tutto il possibile, ogni terapia a disposizione. Il nodo sull’andamento della mortalità casomai è legato al numero di pazienti: se non è elevato la qualità assistenziale può essere migliore, se arrivano tutti insieme è tutto più complicato».

Non a caso la mortalità rimane importante: da inizio anno a Livorno e provincia sono già quasi 50, dallo scorso marzo sono 331.

«Per fortuna prevalgono i casi che si risolvono positivamente, la mortalità livornese è la stessa italiana: purtroppo ci sono persone che non ce la fanno. Dunque ha ragione, la mortalità rimane alta, per quanto mi riguarda inaccettabile. Che mi muoia qualcuno in reparto è sempre una sconfitta gigantesca».

Com’è cambiata la sua vita in questo anno?

«Il Covid è stata una presenza costante, ho avuto meno possibilità di dedicarmi alle altre malattie. Dopo una fase iniziale di difficoltà per il senso di impotenza, siamo migliorati nell’approccio, ma ci troviamo comunque davanti a una patologia estremamente stressante, faticosa. I miei colleghi, gli operatori sono stati sorprendenti e lo sono tuttora nell’impegno e nella passione. Ma è estremamente difficile andare avanti. Ognuno di noi avrebbe necessità che finisse. Mi alzo la mattina e mi immagino il mondo com’era prima». —

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