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La prima notte all'ospedale di Livorno col paziente uno: «Dopo quel tampone è iniziato l’incubo»

Le infermiere di Rianimazione che hanno assistito Stefano Cavero raccontano quei momenti a un anno di distanza: «Con lui abbiamo imparato a lavorare con la paura» 

LIVORNO. È il 2 marzo. Non è un lunedì qualsiasi, le immagini da Wuhan e Codogno fanno paura. Medici e infermieri lo sanno, la città comincia a prepararsi: prima o poi arriverà anche qui. Emilia è di turno in Rianimazione nel tardo pomeriggio. Dal pronto soccorso arriva un paziente «con una polmonite seria»: la diagnosi è chiara, insufficienza respiratoria. Le condizioni sono gravi, molto. Indossa la mascherina e respira male. Sono appena passate le 17. 30. Il paziente, 55 anni, livornese, viene subito isolato e trattato come un possibile caso positivo. L’ossigeno che non arriva, il casco respiratorio per la ventilazione.

«I dispositivi di protezione non sono quelli di oggi, ma il reparto è già pronto per rispondere a un’emergenza del genere». Serena è di turno di notte, la notte tra quel lunedì e il giorno successivo. Prende le consegne dai colleghi: c’è un paziente in isolamento, bisogna capire di più. In Rianimazione decidono per il tampone, il primo in assoluto all’ospedale di Livorno. Tocca a Serena e a un’altra collega. Sono pronte, preparate dopo una settimana di corsi di aggiornamento con Paolo Roncucci e Spartaco Sani, i primari di Rianimazione e Malattie infettive. Il tampone viene eseguito e spedito a Pisa per le analisi. È la prima notte di Covid a Livorno. Perché quel tampone tornerà positivo qualche ora dopo.

REPARTO PIENO

Emilia Livigni, 49 anni, è una delle infermiere più esperte del reparto: è tornata al lavoro in Rianimazione un paio di anni fa, dopo la prima esperienza a soli 21 anni. Serena Bello fa parte invece della squadra più giovane: trent’anni compiuti qualche settimana fa, una parentesi al policlinico di Osio Sotto prima della pandemia («è in provincia di Bergamo, una delle zone più colpite dal Covid») e nel 2017 il ritorno a Livorno.

Il dramma di quei giorni, di quella notte, continua a passare davanti ai loro occhi. «In quel momento siamo dentro l’incubo, è un vortice di ansie e paure». Emilia torna al lavoro 24 ore dopo, per Serena il rientro è due giorni più tardi. «In quelle ore il reparto si riempie. Da un caso isolato a pazienti che arrivano da Massa, da Piombino, dall’isola d’Elba. La situazione degenera, non abbiamo il tempo di focalizzarci sul paziente 1 che ne arriva subito un altro. I casi aumentano, ma aumentano anche le informazioni su come trattare la patologia». Il terrore di Emilia è quello di una mamma a stretto contatto con una malattia ancora sconosciuta: «portare il virus a casa», «contagiare il marito e i figli», «aver paura di abbracciarli». Per Serena «è la prima volta davanti a un isolamento del genere»: la visiera, i dispositivi di protezione, le mascherine Ffp3. Sarà così per uno, due, tre mesi. Un anno. E continua a essere così.

LE PAROLE DEI PAZIENTI

Il paziente di quella notte, Stefano Cavero, dipendente del Gruppo Spinelli, contagiato probabilmente a Bologna dove era andato a metà febbraio per un torneo di boccette, si arrende dopo 24 giorni di ricovero. È il 26 marzo. Livorno si ferma, l’ospedale no. È il momento dell’emergenza, sono le settimane più dure. «In Rianimazione - racconta Emilia - di solito arrivano pazienti già sedati, spesso dopo un incidente o un infarto. Con i malati di Covid è diverso: arrivano respirando male ma sono coscienti, piangono, hanno paura, ti guardano e ti chiedono se ce la faranno. L’unico sollievo è una videochiamata ai parenti prima di essere intubati».

«Tutto questo ci logora, i doppi turni sono devastanti - aggiunge Serena - spesso la gente non si rende conto di quello che abbiamo vissuto e continuiamo a vivere, non si può parlare di scuole e ristoranti mentre qui si soffre tutti i giorni. Oggi il reparto è diviso in due: un’area Covid e una per tutte le altre emergenze. Ormai siamo rassegnati, la terza ondata è questione di giorni». Giorni di dolore, ma anche di vaccini e speranze. Emilia e Serena si sono sottoposte alla somministrazione del vaccino Pfizer e ora lanciano un appello: «Con l’inizio delle vaccinazioni ci siamo emozionate come poche volte nella nostra vita. Fa male sentire quelli che dicono "io aspetto", "non lo so", "poi vedrò se farlo". O ci vacciniamo tutti o non si esce da questo incubo». Un anno dopo quel primo tampone, «il vaccino è l’unica possibilità che abbiamo». --© RIPRODUZIONE RISERVATA