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A ristoranti e pizzerie soltanto le briciole: «Non ce la facciamo più». Ristori e mancati incassi: le cifre di 25 locali

Livorno e provincia: fatturati crollati rispetto all’anno precedente, ristori insufficienti («sembrano delle mance»). Gli imprenditori tra chiusure e incertezze si sentono umiliati, delusi, arrabbiati e sfiduciati. Nell'articolo i dati forniti da 25 locali

LIVORNO. La categoria dei ristoratori è sicuramente tra quelle più colpite a livello economico in conseguenza della pandemia di coronavirus. Prima i lunghi mesi di chiusura per il lockdown, poi le aperture limitate al pranzo e di nuovo gli stop per la zona rossa natalizia e le incertezze legate al passaggio da zona gialla ad arancione con il clamoroso caso della chiusura la domenica di San Valentino, arrivata in extremis quando tutti i locali ella città e della costa avevano registrato prenotazioni da tutto esaurito. La tregua estiva è stata solo un ricostituente che ha restituito un po’ di forza e di speranza agli imprenditori del settore, ma gli effetti sono stati ben presto cancellati dall’irrompere della nuova ondata di Covid a cui sono seguite nuove restrizioni necessarie per tutelare la salute pubblica.

Il servizio a domicilio e quello da asporto hano permesso a diverse attività di andare avanti , ma ci vuole ben altro per risollevare un settore ridotto allo stremo.

I conti, infatti, non tornano. In un anno di pandemia ristoranti, pizzerie, trattorie, enoteche, agriturismi, friggitorie, fast food e bar hanno visto calare drammaticamente il fatturato ma in cambio, da Stato e Regione, hanno ricevuto solo pochi spiccioli. E qualche aiuto dalle amministrazioni, come l’utilizzo gratuito del suolo pubblico gratuito. Così non può andare.

A seconda del luogo e della tipologia di attività, a Livorno e dintorni si sono registrati cali di fatturato che variano dal 40 al 70% rispetto all’anno precedente, che tradotti in pratica significano decine di migliaia di euro per i locali più piccoli e fino a trecentomila euro per quelle più grandi o prestigiosi: a fronte di queste perdite, gli imprenditori si sono visti accreditare sul conto corrente appena qualche migliaia di euro. Uno squilibrio che spiega la rabbia mista a disperazione di tanti piccoli imprenditori e dei loro dipendenti.

«Abbiamo ricevuto circa 7.800 euro di ristori a fronte di 75mila euro di perdita, praticamente una mancia - dice per esempio Samuele Chinellato, che gestisce "Era Ora" a Nibbiaia, sulle colline livornesi, insieme alla moglie Ilaria Chiama - Le spese sono altissime e non sappiamo più come fare per andare avanti. Ed è un grande dolore perché questo locale è la nostra vita»

Già, oltre alle preoccupazioni per la situazione finanziaria c’è anche l’amore per il lavoro e l’affetto per il proprio locale: per tanti la chiusura forzata è vissuta come uno stato di depressione. E il ritornello, dovunque ci si affacci, è sempre lo stesso: questi imprenditori temono di non poter avere più un futuro. «Abbiamo perso circa 125mila euro e ne abbiamo ricevuti 18mila - spiega Francesco Belli, titolare del Mattarello 22 di Vada - Consideratei che, in tutto questo, abbiamo anche dfa pagare il mutuo del locale da 28mila euro e finanziamenti da circa 700 euro al mese per le attrezzature. Senza contare le bollette da saldare».

Un vero e proprio disastro anche per chi aveva il suo punto di forza nei flussi turistici. «Nel fine settimana lavoravamo soprattutto con gente da fuori Livorno, questi passaggi tra le varie fasce ci stanno affossando», fanno sapere dallo storico ristorante Antico Moro. Il problema dell’incertezza - un giorno puoi stare aperto a pranzo, quello dopo devi chiudere - è particolarmente sentito da questi imprenditori che devono programmare gli approvvigionamenti.

Giuseppe Mancini, Beppino per tutti, titolare della storica Barcarola non ha dubbi: «I ristori sono spiccioli in confronto al volume di affari perso nell’ultimo anno. Possono anche sembrare cifre consistenti, è vero, ma nel bilancio di una attività sono veramente insignificanti. E poi non dobbiamo dimenticare le conseguenze sui dipendenti, con stipendi ridotti dalla cassa integrazione, e sui fornitori, dai quali mi aspetto rincari alla riapertura. Per fortuna la nostra è una gestione familiare e riusciamo a limitare i danni, ma come fa chi è in affitto e ha dodici dipendenti?».

Già, come fa? La preoccupazione è talmente forte che molti ristoratori, interpellati dal Tirreno, hanno preferito non rilasciare dichiarazioni e nemmeno dichiarare quanto hanno perso di incassi: è tale l’amarezza per la situazione che si è venuta a creare che è comprensibile la sfiducia e persino la rabbia. Qualcuno ci dice di sentirsi «umiliato» per il trattamento ricevuto dallo Stato: da una parte i rigidi divieti, dall’altra i ristori insufficienti.

«Per carità, non pubblicate il mio nome in questo momento - dice un ristoratore del centro di Livorno con le lacrime agli occhi - Nel mio locale dalla riapertura ad oggi sono state rispettate tutte le indicazioni e protocolli sanitari: registrazione dei clienti all’ingresso, mantenimento delle distanze, sanificazione giornaliera degli ambienti, insomma ho preso tutte le misure possibili e immaginabili, facendo dei grandissimi sacrifici. Ho ridotto la capienza del 50% perché sono convinto che si debba tutelare la salute di tutti. E come me, lo hanno fatto tanti altri colleghi: chi decide i provvedimenti dovrebbe fare prima dei controlli nei locali. Se un ristorante rispetta le misure introdotte, dovrebbe automaticamente avere il diritto di lavorare». --

(Hanno collaboratoClaudia Guarino, Gianni Tacchi e Simone Fulciniti)

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