Un ponce lungo 130 anni: tanti auguri, bar Civili. I segreti dello storico locale

Carlo Fusco mentre serve uno dei celebri ponce del Bar Civili

Livorno: un po’ museo di cimeli, un po’ galleria d’arte, questa attività racconta di epoche e grandi eventi

LIVORNO. La festa è qui anche se il compleanno numero 130 che il bar Civili sperava di celebrare alla grande se lo è mangiato l’emergenza Covid, «e pazienza, si farà appena sarà possibile».La festa è comunque qui perché nei locali del Civili, nato nel lontano 1890 in via Del Vigna, le voci, i volti, le chiacchiere e le risate ci sono sempre, anche in questi giorni di saracinesca semi abbassata perché siamo in zona arancione e si può fare solo asporto. Non c’è il silenzio del vuoto perché non c’è il vuoto, e con i titolari Emiliano Saglimbene e Carlo Fusco innamorati del loro lavoro è facile ricordarsi o immaginarsi queste stanze piene di gente e anche pensarle, in epoche lontane, con i pittori che si ritrovavano qui un po’ come al Caffè Bardi, con gli operai che cercavano un po’ di riposo dopo i duri turni di lavoro, con gli studenti che qui trovavano asilo nei pomeriggi d’inverno.

Perché di vita e di storia, appunto quasi 131 di vita e di storia, parla ogni centimetro quadrato di questa piccola città nella città, un po’ museo dell’innocenza e delle cose perdute e un po’ galleria d’arte, club sportivo e tempio dell’amarcord. Ma anche spazio della contemporaneità, con le mascherine con impresso il logo del bar, le magliette, i gadget rinchiusi in una vecchia vetrina . E poi dei flash dei momenti memorabili come la grande foto con gli azzurri che ai mondiali dell’82 posano in campo e dietro si vede lo striscione, questo cimelio dei cimeli, dei “Forza Azzurri-Bar Civili Livorno”, mentre proprio dentro il bar altri tifosi, quelli che non erano potuti andare alla finale, esultavano davanti alla tv in un locale così pieno da non riuscire a entrare.

Foto di personaggi famosi che hanno visitato il Bar Civili


Spirito labronico e professionalità, ecco la ricetta (a parte quella segreta che fa del loro ponce “il” ponce alla livornese) sono la formula magica di Carlo e Emiliano ma anche di tutti quelli che li hanno preceduti da quel lontano 1890 quando il locale, trattoria e fiaschetteria, fu aperto da Augusto Civili. Carlo ed Emiliano sono comunque discendenti di questo pioniere che forse senza saperlo dette vita a un luogo di culto e stanno portando avanti l’attività con uno sguardo al passato e uno alla modernità. Intanto da parecchi anni hanno riaperto la trattoria, «proponiamo piatti della cucina livornese, prevalentemente a base di pesce, il cacciucco anche, e ora stiamo lavorando molto con l’asporto anche se certo non è come quando il locale è aperto».

Poi si sono inventati una linea di gadget, le magliette con il simbolo del bar Civili, ma ci tengono a dire che lo spirito del locale è sempre lo stesso. E sperano si torni presto al via vai di clienti dalle 8 di mattina alle una di notte. Vengono per la trattoria anche, ma prevalentemente per quel “ponce dal Civili” che nel manuale della ritualità gastronomico-godereccia livornese è sempre stato in cima alla lista, con il 5&5 di Gagarin, seguito dal frate di piazza Cavallotti, la schiacciata del Nencioni, la spuma e le tartine da Torquato, la cioccolata calda di Torricelli, le paste di Ughi. Capofila di questi santuario del gusto livornese, sopravvissuto insieme a pochi altri, il Civili porta quindi avanti fieramente la tradizione. Clientela trasversale, di tutte le età, di tutti i ceti sociali e, quando si può, a tutte le ore. «In tempi normali serviamo centinaia di ponce in un giorno - spiegano - ed è un lavoro duro quello del bar trattoria. Ma la soddisfazione di gestire un locale come questo, conosciuto in tutta Italia e in gran parte del mondo, è unica».

Centinaia di gagliardetti donati dai clienti


Con orgoglio quindi si muovono tra le mille testimonianze di una storia così bella e lunga. C’è la dedica un po’ sgrammaticata di Pelè “To bar Civilli, da amigo Pelè” con la foto, c’è la selva di gagliardetti («ce li regalano i clienti, vogliono lasciare un ricordo»), i quadri di Natali, Da Vicchio (suo il dipinto dei Quattro Mori che spicca nella econda sala), Domenici, Lomi, Rontini, Filippelli. E ancora vecchie ricevute con un conto da 200 lire per 18 persone, le foto dei titolari che si sono susseguiti con i personaggi famosi che non si sono voluti perdere un ponce alla livornese del Civili durante una tournée o una trasferta, da Marcello Lippi a Panariello, da Mietta a Biagio Antonacci. Poi grandi foto d’epoca di Livorno («le abbiamo fatte realizzare noi da antiche cartoline, volevamo ricreare l’atmosfera delle origini». Immancabili pile di mazzi di carte, perché qui, sempre in “tempi normali” il pomeriggio si gioca a carte. Poi la sera c’è il giro del dopocena, e il ponce in questa fascia oraria la fa da padrone. «Ma noi lo serviamo’ a tutte le ore - spiegano Carlo e Emiliano - anche la mattina certo... Nei giorni in cui eravamo aperti fino alle 18 tutti venivano a prenderlo anche prima di andare a cena a casa, tipo apertitivo... Insomma al nostro ponce i livornesi non riununciano facilmente». —



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