Qui le aziende non aprono: Livorno ultima in Toscana per nuove imprese nel 2020

Nella foto Anna Lapini e Franco Marinoni

È quanto evidenzia lo studio di Confcommercio sullo stato di salute del terziario toscano: i dati di Livorno

LIVORNO. Male. Anzi, malissimo. Già sofferente per una crisi che parte dal lontano, almeno dal 2008, Livorno è stata messa alle corde dai contraccolpi economici e occupazionali conseguenti alla pandemia di Covid. Lo evidenzia lo studio di Confcommercio, affidato a Format Research, sullo stato di salute del terziario toscano: Livorno, purtroppo, è la maglia nera.

Un dato su tutti sintetizza la situazione di grande difficoltà: nel territorio della provincia di Livorno, nel 2020 le nuove imprese iscritte sono state il 28% in meno rispetto al 2019. Qui, insomma, aprono meno aziende che altrove in Toscana, segno evidente di una sfiducia nel futuro dettata da una grave incertezza finanziare.


E se non nascono nuove aziende del settore terziario - commercio in prims - il territorio si svuota, si impoverisce, si degrada e va dritto verso il fallimento. Ecco perché lo studio di Confcommercio non deve essere sottovalutato: è un reale segnale d’allarme per la nostra economia.

E parlando appunto di commercio, tra aziende che lottano per sopravvivere ed altre che nemmeno nascono, parafrasando una espressione medica, il covid nel Livornese ha operato - come detto - in un quadro clinico già compromesso. Mancanza di esperienza, formazione e scarsa digitalizzazione: sono questi i veri mali delle nuove attività del territorio secondo Confcommercio. «Qualcuno sta vivendo una lunga agonia: si regge in piedi tra ristori statali, proprie risorse e prestiti in banca – commenta la presidente di Confcommercio Toscana Anna Lapini – tutto pur di resistere e vedere come andrà a finire, nella speranza che arrivi presto una ripartenza dopo la fine del piano vaccinale. Anche perché, a volte, chiudere ha costi proibitivi. O meglio, richiede una liquidità immediata che ora è merce preziosa, per saldare i debiti con banche e fornitori, pagare i Tfr ai dipendenti, sistemare ogni passaggio burocratico. Staccare la spina può essere perfino più difficile di tirare avanti a stento».

Preoccupano, quindi, le circa 7.500 imprese “zombie” tenute in vita in Toscana dai ristori (diverse centinaia a Livorno), ma di fatto inattive, che secondo Confcommercio Toscana potrebbero tradursi in altre cessazioni entro il 2021. «A meno di un miracolo, alla fine di quest’anno potremmo vedere una contrazione ancora più forte del tessuto imprenditoriale toscano - evidenzia il direttore di Confcommercio Toscana Franco Marinoni - in questo momento l’unico settore vitale è quello dei servizi, innovativi in particolare, cresciuti in Toscana di 522 unità nel 2020. Per il resto è crisi nera: la ricezione turistica segna un -67% nei ricavi, la ristorazione -60%, il dettaglio non alimentare -41%. Se non fossero arrivati neppure i ristori, per quanto pochi, il terziario toscano nel post-lockdown avrebbe perso almeno 20mila aziende».

E non poteva essere altrimenti, a fronte di un calo dei consumi fortissimo, pari al -14% dal divampare della crisi, unito ai blocchi delle attività imposti dai vari Dpcm. «Tra novembre e dicembre 2020 in Toscana abbiamo vissuto quasi sessanta giorni di zona arancione o rossa, con tante imprese costrette alla chiusura. Una situazione durissima anche a livello psicologico, oltre che economico», sottolinea la presidente Lapini.

Per i mesi a venire, la fiducia degli operatori resta ancora ai minimi termini. Il primo banco di prova arriverà a marzo, quando – salvo contrordine del governo – finirà il blocco dei licenziamenti. «Rischiamo di perdere il 19% del personale in organico», dice Marinoni. E la situazione più critica è proprio a Livorno e nel territorio della provincia.

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