Le ceneri di Ghiomelli: cavi, luci e ferri vecchi preda dei disperati - Video

Livorno, l’ex giardino di Natale così da cinque mesi. Lamiere liquefatte e vetri taglienti per terra. Ma crescono le piantine risparmiate della fiamme. L'imprenditore: "Riapriremo altrove". il nostro reportage

LIVORNO. In via Firenze il tempo si è fermato al 29 agosto, quando il fuoco ha cancellato 46 anni di storia. Cinque mesi dopo il Ghiomelli Garden è ancora un ammasso di lamiere. Non è cambiato niente. Un rettangolo nero che si espande fra la vecchia Aurelia, il parco Baden Powell, un autolavaggio e il fosso di via don Aldo Mei. Preso di mira di giorno e di notte dai disperati, che entrano spingendo i carrelli della spesa per fare rifornimento di cavi e di tutto quel poco che si è salvato dall’incendio in cui ha rischiato di esplodere perfino il distributore di benzina (e di gpl) accanto.

Luci a led e al neon un tempo chiuse a chiave dentro un box, ora sono state sezionate con cura e in parte rubate da chi sopravvive rivendendo questo materiale. Si trovavano sul lato sud dell’ex paradiso dei balocchi, il giardino di Natale che tanto piaceva ai bambini livornesi e non solo a loro, dalla parte del vialetto dal quale - secondo i vigili del fuoco - sarebbe partito l’incendio che in Corea ha messo la parola fine alla storia imprenditoriale della famiglia Ghiomelli.

Livorno, le ceneri di Ghiomelli: così a 5 mesi dall'incendio

Poco si è salvato dalla devastazione. Le luci, appunto, qualche pianta. Poco altro. Ferri vecchi, sacchi di pallet. Ma per quanto rimarranno lì? A pochi metri - dietro a un vecchio camper dove vive un uomo - c’è la recinzione di metallo divelta. Un buco grosso, di un paio di metri, dal quale si accede facilmente nell’ex negozio. Un tempo c’erano le telecamere a riprendere i tentativi di furto. Parecchie, sui capannoni. Ma anche dentro. E funzionavano. Perché durante i colpi che si sono succeduti negli anni hanno più volte ripresi i ladri e in un caso, addirittura, fatti arrestare. Ora ci sono sempre, ma ovviamente sono rotte. Inutilizzabili. Com’è dal 29 agosto a questa parte l’intera area, un tempo commerciale. Così come dall’altro lato, dove c’è il parco pubblico con l’area di sgambatura per i cani, ci si può addentrare in tutto il resto dell’ex grande magazzino, l’allora simbolo di quella parte della città.

Dentro ci sono ancora le auto bruciate, un’utilitaria e un furgoncino, senza più i finestrini. Un’altra macchina cancellata dalle fiamme, forse una Opel Kadett, è leggermente più lontana, al limite della proprietà. Mezzi dilaniati dal fuoco e arrugginiti dall’intensa pioggia che ha scandito l’autunno. Per terra i vetri taglienti e pezzi di vasi di plastica liquefatti, senza più piante e terriccio. Appoggiate accanto al traliccio di Terna, anch’esso mezzo annerito ma ben saldo nel terreno, un paio di cesoie.

C’è anche un’idropulitrice gialla proprio al confine col parco Baden Powell, forse portata lì dopo l’incendio, visto che subito dopo il rogo lì non c’era. È stata sicuramente utilizzata per ripulire quel poco che è rimasto dalla devastazione. Sul lato nord, risparmiate dalle fiamme, ci sono invece alcune piantine. Alcune sono belle verdi. Il fuoco le ha solo sfiorate, così come alcuni concimi e forse dei sacchetti di pallet. Con la pioggia sono cresciute. Per il resto non c’è più niente di salvabile. I vetri, disseminati ovunque, sono pericolosi e chi entra (ovviamente infrangendo la legge) rischia veramente di farsi del male se non sta attento.

Del resto sono molte le segnalazioni della presenza dei ladri giunte al 113. In primis - come raccontato anche sul Tirreno ieri - sabato pomeriggio. Quando un uomo, con un carrello della spesa, ha attraversato in pieno giorno via Firenze alla ricerca di ferri vecchi e cavi di rame o d’acciaio. Indisturbato. Convinto di fare la spesa nel luogo più economico della città, forse a due passi da casa. Magari anche ignaro perfino di rubare, vista l’area abbandonata e facilmente accessibile. Ma rubava, su quello non c’è dubbio, e la polizia lo ha cercato sia a Shangai che in Corea, visto che con un carrello di un supermercato pieno di ogni ben Dio non sarebbe potuto andare troppo lontano. E soprattutto avrebbe continuato a dare nell’occhio anche a chilometri di distanza, in via Filzi, come in via Mastacchi. Anche nella notte fra domenica e ieri i ladri sono tornati a farsi vedere, con un secondo intervento (in poche ore) sempre da parte delle volanti della questura, che però una volta sul posto non hanno più trovato nessuno. Ma il problema vero è quella della sicurezza. «Cosa pensano di fare? - si sfoga Riccardo Ghiomelli, che ancora una volta si trova senza più niente visto che dal 15 gennaio ha chiuso il negozio temporaneo aperto prima di Natale a Porta a Terra e ora lui e i suoi dipendenti sono a piedi - Sono senz’altro dei disperati, dentro non c’è niente. Mi costringono, ogni volta, a riparare a mie spese la recinzione, visto che non passa giorno che non la ritrovi rotta».

Gestire l’area - in parte di sua proprietà, in parte comunale perché in passato espropriata - non è semplice. «Un impegno gravoso, difficilissimo», dice. Ieri mattina - Il Tirreno è andato sul posto per verificare la reale situazione a cinque mesi di distanza dal rogo - i punti di accesso aperti erano due. Parti in cui la recinzione resta totalmente abbattuta: sul vialetto dal lato dell’autolavaggio e dell’impianto di carburante, dove la transenna è stata abbattuta e la recinzione di metallo con nylon verde completamente spalancata, e dietro, dove c’è il parco Baden Powell, il solito posto dal quale già nei mesi scorsi sono state fatte diversi irruzioni e, forse, quello più al riparo dagli sguardi indiscreti.

Fino a qualche settimana fa le parti di recinzione rotte erano di più. Almeno quattro altri accessi, giovedì scorso, sono stati chiusi dagli operai del Comune: l’amministrazione vigila su quest’area che presenta rischi. Di altre riparazioni se n’è invece occupato lo stesso imprenditore livornese, nei mesi e nelle settimane passate, nonostante «tornare in via Firenze per me resta un pugno nello stomaco, un colpo al cuore. Ci vado solo in queste circostanze o quando mi avvertono che i ladri sono nuovamente entrati. Se li notano, alla cittadinanza, chiedo di chiamare subito le forze dell’ordine, perché quell’area non può diventare di loro proprietà. Deve esserci rispetto per le proprietà private».

Nel frattempo l’inchiesta della procura di Livorno - con la sostituto procuratore Antonella Tenerani, che per le indagini ha delegato la Squadra mobile della polizia di Stato, diretta dal vicequestore aggiunto Giuseppe Lodeserto - va avanti e non si è ancora conclusa, anche se sembrano esserci pochi dubbi su quanto avvenuto cinque mesi fa. L’ipotesi più accreditata dagli inquirenti è che qualcuno abbia acceso un fuoco forse per cucinare con un pentolino e - complice il forte vento che soffiava quel giorno - le fiamme siano sfuggite totalmente al controllo del piromane - che non è stato mai individuato - cancellando in meno di mezz’ora i 46 di storia imprenditoriale sotto i palazzoni di Corea. Al momento non risultano esserci indagati nell’inchiesta della Procura. Resta il problema dello stato di abbandono della zona, che non è sotto sequestro.

Ma anche se l’inchiesta non è chiusa, l’amministrazione vuole risolvere il problema d’intesa ovviamente con la proprietà dell’area. Il Comune punta entro la fine del mese a censire tutti i rifiuti ingombranti nell’area di propria pertinenza, classificandoli e mandandoli in discarica o dove devono andare a norma di legge, per poi iniziare la bonifica e l’analisi sui terreni che, forse, potrebbero non essere inquinati, almeno nelle falde acquifere. È già stata chiesta la collaborazione di Arpat e di Aamps. Resta il colpo al cuore nel vedere, dopo oltre cinque mesi, ancora la devastazione a dominare via Firenze. Condita dal viavai di disperati che fanno avanti e indietro con i carrelli sull’Aurelia per rubare ferri vecchi e quel che rimane nel rettangolo verde diventato maceria. --

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