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Carezze a Rianimazione: così i reparti Covid dell'ospedale di Livorno riaprono alle visite dei parenti

La dottoressa Pini: «Sono stati trovati infermieri a piangere sulla scala antincendio, è qualcosa che pochi sanno ma che succede tutti i giorni». Le storie più toccanti

LIVORNO. Il paziente M. ha 63 anni. È in ospedale da quasi due mesi, la maggior parte dei quali passati in Terapia Intensiva. Nei giorni scorsi i suoi occhi sono tornati a sorridere: davanti al suo letto, nella stanza rossa del reparto di Rianimazione riservata ai contagiati Covid, ha visto apparire la figlia.

Bardata con la tuta bianca del personale sanitario, la maschera la visiera il copricapo tre paia di guanti le sovrascarpe, la donna, poco più che trentenne, non ha trattenuto le lacrime.

«Non si incontravano da 40 giorni. Il padre aveva pensato spesso che non l’avrebbe mai più rivista. Avrebbero voluto abbracciarsi ma questo purtroppo non è possibile», raccontano Rosita Alizzi, anestesista in forza al reparto di Rianimazione e Simona Ceccanti, psicologa dell’ospedale, che hanno preparato l’incontro e accompagnato la giovane al capezzale del babbo.

L’uomo era in condizioni molto serie, aveva gravi problemi emodinamici, tracheostomizzato, difficoltà nella ventilazione. La visione della figlia ha rappresentato una svolta nel decorso della malattia. «Quando è andata via, mi ha detto "dottoressa sono vivo, ce la metterò tutta perché la prossima settimana sia l’ultima in cui incontrerò qui la mia bimba. Voglio guarire, voglio tornare a casa dalla mia famiglia"», ricorda, emozionata, Alizzi.

Così è stato: il paziente ha avuto un importante miglioramento. Quell’incontro ha rappresentato probabilmente una spinta motivazionale per essere più combattivo e oggi i medici sono fiduciosi sulla sua guarigione.

La toccante storia del signor M. simboleggia la svolta portata nei reparti Covid dall’apertura delle corsie ai familiari dei pazienti ricoverati, stabilita da una delibera regionale e poi regolamentata dall’Asl e dalla direzione degli Spedali Riuniti, che ha permesso ai figli di alcuni malati di portare una presenza di conforto al proprio genitore oppure di vederlo per l’ultima volta e non farlo morire da solo.

L’anestesista Rosita Alizzi, la psicologa Simona Ceccanti e la primaria Cristina Laddaga

«MA NESSUNO È MORTO SOLO»

«Ma nessuno è morto da solo - tiene a sottolineare Chiara Pini, direttrice del dipartimento infermieristico -. È un messaggio che vogliamo dare ai parenti di chi è deceduto: noi ci siamo sempre stati. E questo impegno emotivo ha profondamente colpito tutto il personale. Vediamo morire persone con cui abbiamo parlato fino a 20 minuti prima. Sono stati trovati infermieri a piangere sulla scala antincendio, è qualcosa che pochi sanno ma che succede tutti i giorni».

MORTE IN DIRETTA TABLET

È per questo che gli psicologi dell’ospedale fin dalla prima ondata hanno iniziato a seguire e supportare medici e infermieri. «Per mesi abbiamo visto morire pazienti lontani dai loro cari - ricorda la dottoressa Rosita Alizzi -; tra novembre e dicembre abbiamo avuto tanti morti giovani che il giorno prima di essere ricoverati stavano benissimo e se ne sono andati a 60, 65 anni dopo settimane di lotta con la malattia senza avere un contatto con un parente, abbiamo visto i loro corpi chiusi nei sacchi, senza che neppure avessero l’ultimo saluto. Ci siamo prima attrezzati con i tablet, con i quali almeno riuscivamo a garantire un contatto visivo. Mi ricordo di un paziente musulmano: i parenti si sono riuniti in una videochiamata, collegati col reparto. Io tenevo il tablet inquadrando lui, che era intubato. Tutti insieme hanno recitato una lunga preghiera, accompagnandolo nel momento della morte».

LA MESSA IN RIANIMAZIONE

L’apertura ai parenti in realtà è una riapertura. «La Rianimazione era già stata aperta anni fa, poi col Covid è stata chiusa, compresa quella cosiddetta "pulita", dove non ci sono pazienti contagiati - ricorda il primario Paolo Roncucci -. Questa possibilità che diamo ai familiari di entrare è uno dei corollari dell’umanizzazione delle cure, ma non l’unico. Penso ad esempio a quando abbiamo avuto ricoverato in gravissime condizioni per Covid un sacerdote di 45 anni, proveniente da fuori Livorno. L’8 dicembre, per il giorno della Madonna, ha voluto pregare con noi. Poi ha chiesto che fosse celebrata la Messa e abbiamo fatto venire in reparto il nostro parroco don Placido Bevinetto. Ma penso anche alla famiglia di un paziente deceduto: sono venuti dopo il decesso perché erano tutti in quarantena, hanno voluto sapere quale era stato il suo letto, e dal vetro hanno voluto osservarlo. Sono stati lì parecchio a guardare quel letto vuoto. Credo che abbia dato loro sollievo».

Spiega la psicologa Ceccanti: «Si tratta di gesti determinanti affinché parta il processo di lutto, che inizia quando si prende consapevolezza che il proprio caro non c’è più ma che è fatto di tanti riti, in primis il contatto fisico, l’abbraccio, ma anche, in casi come questi, un semplice contatto. Altrimenti c’è il rischio che i parenti possano vivere un lungo periodo in cui sanno che il proprio familiare è morto ma non conoscono che la morte è davvero avvenuta».

LA RIABILITAZIONE

Di questo processo di umanizzazione è parte determinante anche l’apporto medico-sanitario dei riabilitatori. La Rianimazione di Livorno è l’unica a vantarli in tutta la Toscana Nord Ovest. «L’altro giorno un paziente che non ha visto il fisioterapista si è messo a piangere», racconta il primario Roncucci.

E la direttrice della Riabilitazione, Cristina Laddaga, conferma il sentiment dei pazienti: «I malati vogliono vedere la fine del tunnel e l’esercizio fisico che proponiamo loro finalizzato al recupero dà loro anche questa rappresentazione».

CHI PUÒ ENTRARE

Chi potrà dunque entrare in Rianimazione o negli altri reparti Covid per salutare un proprio familiare? Si tratta di una possibilità che è attentamente regolamentata e non potrà essere garantita a tutti. «L’accesso deve essere limitato ai casi essenziali, perché più persone entrano in ospedale più aumenta il rischio», sottolinea il direttore dell’ospedale Luca Carneglia. «È bene dirlo chiaramente: ognuno di noi rappresenta una piccola porzione di rischio. In un anno sono state ricoverate 14mila persone e ne sono passate dal pronto soccorso 70mila: se riusciamo a non aggiungere a questi numeri il carico derivante dalla visite, nei limiti della delibera regionale, è un vantaggio per la protezione dei pazienti».

Finora nei reparti Covid sono stati fatti entrare alcuni parenti di pazienti a fine vita, in altri casi invece è stata effettuata la videochiamata nel momento del trapasso. In Rianimazione invece sono stati selezionati solo parenti di ricoverati svegli, in gravi condizioni, ma non intubati.

L’entrata di un parente in un reparto Covid è molto delicata e anche problematica. C’è un aspetto psicologico e un aspetto sanitario di cui tener conto. «Portiamo in un ambiente contaminato persone negative al virus», evidenzia Alizzi.

Il parente che fa richiesta deve essere prima "studiato". «Facciamo un colloquio per valutare se la persona sia in grado di reggere lo stress della vestizione e dell’impatto emotivo dell’incontro - racconta la psicologa Simona Ceccanti -. La nostra preoccupazione è quella di tutelare la persona che entra in un ambiente contaminato. Dobbiamo valutare che non ci siano difficoltà pregresse: non può entrare chi soffre di disturbo di ansia, di attacchi di panico, di claustrofobia, il rischio è che all’interno poi si tolga i dispositivi. Finora hanno chiesto di entrare solo i figli di pazienti tra i 50 e i 65 anni e non è capitato che abbiamo negato l’ingresso». A chi supera il colloquio viene dato un appuntamento per entrare in reparto la settimana successiva. «Gli consegnamo una mascherina perché a casa si abitui alla respirazione, gli illustriamo un video in cui viene istruito sulla vestizione e sulla svestizione, che è il momento più rischioso per contaminarsi», racconta Alizzi. «Il giorno della visita ci vestiamo insieme. Poi lo accompagnamo al letto, dove il paziente e il parente non possono toccarsi. Il tempo previsto per una visita è di un quarto d’ora. La figlia del signor M. è già venuta due volte. Era previsto che li lasciassimo soli, ma alla prima visita il paziente ha voluto che restassimo con loro. Sono stati minuti indimenticabili».

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