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I rischi al cuore di chi è guarito dal coronavirus: «Scompensi in un livornese su dieci»

Il cardiologo Frank Lloyd Dini

L’allarme del cardiologo Frank Dini: «Negli over 60 la malattia da polmonare diventa vascolare con trombosi e arteriti»

LIVORNO. I medici la chiamano sindrome post-Covid. E una ricerca cinese dimostrerebbe come più del 75% dei pazienti guariti dal Covid-19 continuino ad accusare problemi fisici anche dopo 6 mesi dal primo contagio. Frank Lloyd Dini, cardiologo pisano che ha già lavorato in prima linea contro il coronavirus coordinando in provincia di Pavia le unità speciali che monitoravano i pazienti positivi a domicilio, ora sta lavorando proprio sui pazienti post-Covid. E racconta al Tirreno ciò che osserva visitando, al Centro Medico Polispecialistico di via Giovanni March a Livorno, molti pazienti usciti dall’incubo del virus.

La sua esperienza maturata nella task force della Protezione civile, lo rende uno dei medici impegnati in una seconda fase dell'emergenza sanitaria. Quella della valutazione degli esiti della malattia da Covid e nella successiva riabilitazione dei pazienti guariti. «Il Covid-19 si estrinseca con una polmonite ma interessa presto tutto il resto dell’organismo, anche con conseguenze molto gravi – spiega Dini –. Nel caso di pazienti positivi giovani, questi hanno un decorso della malattia solitamente favorevole, simile all’influenza anche se con una convalescenza più lunga. Se ci troviamo di fronte a pazienti over 60, in particolare con patologie concomitanti, stiamo verificando che in un caso su 10 il Covid non risolve e in molti casi può portare a conseguenze molto gravi».



I casi di polmonite e problemi respiratori che richiedono il ricovero e il passaggio quasi immediato in terapia intensiva, infatti, non sono l’unico grave problema che gli ospedali hanno dovuto affrontare in questi mesi (quasi un anno ormai) di battaglia al coronavirus. Ora si iniziano a conoscere anche le conseguenze per quei casi che, se non riconosciuti per tempo, possono portare anche alla morte. E vanno ben oltre ai problemi di affaticamento e affanno, connessi a quelli respiratori, che sono descritti da molti ex positivi al tampone.

«Nelle visite ambulatoriali ai pazienti post-Covid stiamo verificando sempre più frequentemente, almeno nel 10% dei casi, il manifestarsi di una sindrome chiamata MicroClots – spiega ancora il medico pisano –. Si tratta di piccoli trombi nelle zone di polmone interessate dal Covid. La malattia, però, da polmonare diventa malattia vascolare». In altre parole i trombi generati a livello polmonare finiscono per sovraccaricare il lavoro del cuore. E se su questa seconda fase della malattia, che può durare anche mesi, non si interviene il rischio di gravi conseguenze è alto. «La parte del cuore del ventricolo destro è come sovraccaricata e sviluppa uno scompenso. Molti pazienti muoiono per questa problematica anche 3 mesi dopo il contagio – racconta il cardiologo in prima linea Frank Dini –. Negli ambulatori post-Covid che faccio regolarmente al centro medico Sant'Agostino di Milano e al Crpo di Livorno, trovo regolarmente, almeno un paziente su 10 tra gli over 60, con un’ostruzione che affatica il cuore. Formando, così, un’arterite».

Come riconoscere, dunque, questa problematica? Uno dei primi segnali è certamente la tachicardia: il cuore batte in maniera anomala, troppo velocemente. E il medico può controllarlo con l’eco cardiaco. «I pazienti che hanno contratto il Covid mesi prima della loro morte, spesso, non muoiono di polmonite ma per le conseguenze della malattia – dice ancora Dini –. Si può intervenire con farmaci cortisonici, in particolare viene molto utilizzata l’eparina».

Ecco perché farsi visitare e intervenire con le giuste cure e nei giusti tempi diventa fondamentale anche a distanza di mesi dal contagio. Anche quando la pandemia sarà superata, sperando in una campagna vaccinale efficace, le conseguenze della malattia dureranno ancora per mesi. Così come l'emergenza sanitaria. «Ci sono molti casi che ho verificato personalmente, in particolare un paziente di 55 anni che, nonostante un quadro clinico preoccupante, è migliorato facendo terapia curando con l’eparina l'arterite e la trombosi – conclude il cardiologo –. Fondamentale, però, è riconoscere i sintomi nel giro di poche settimane». —

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