Contenuto riservato agli abbonati

Il primario Sani: «La diffusione del Covid è sottostimata, ecco i casi che lo dimostrano»

Il primario di Malattie Infettive Spartaco Sani e a destra i controlli all’ingresso dell’ospedale

Livorno, la nostra intervista al primario di Malattie infettive che attacca anche il sistema delle fasce di colore

LIVORNO. «La mattina mi alzo e penso che giornata sarebbe se non ci fosse più il Covid. Ma l’unico modo perché possa accadere è mantenere un atteggiamento rigoroso», dice Spartaco Sani, primario di Malattie Infettive, ripetendo il mantra che rilancia da mesi.

Dottore, non è esattamente ciò che sta accadendo a Livorno: ha visto le immagini di via Cambini venerdì sera?


«Sì ho visto e non mi stupisco: queste cose succedono. Quando si lascia tutto alla responsabilità individuale, gli irresponsabili ci sono sempre».

Sta tornando a invocare un restringimento delle misure?

«Da questo incubo bisogna uscire: senza soluzioni drastiche, non se ne esce».

È una bocciatura del sistema dei colori?

«Le soluzioni ammezzate fanno sì che non si risolva il problema. La divisione in colori è stata inefficiente, bisognava essere più restrittivi dappertutto. Il risultato è che così non siamo liberi».

Le scelte della politica non l’hanno soddisfatta?

«A ottobre, nell’intervista che suscitò un polverone, io ritenevo opportuno un lockdown duro. Se si fosse fatto, oggi la situazione sarebbe diversa. L’obiettivo deve essere quello di ridurre il contagio a un livello molto basso in modo da tornare a fare il tracciamento nella maniera adeguata».

Come fotografa la situazione in città?

«Siamo dentro la seconda ondata che non si è mai conclusa. C’è stata una riduzione dei casi ma c’è un’oscillazione preoccupante e soprattutto un plateau, un livello di fondo che ancora è troppo elevato. I risultati delle misure che sono state prese non sono sufficienti per stare tranquilli».

Siamo la città con più contagi in Toscana in questo scorcio di 2021.

«Io ritengo che ci sia una sottostima dei contagi».

Cioè c’è più virus di quello che emerge dai tamponi?

«Esatto. Il numero dei tamponi è inferiore ai casi reali».

Perché?

«Non si è proattivi nel tracciamento: i tamponi andrebbero diffusi maggiormente, anche oltre l’indicazione legata ai contatti dei contagiati».

Da dove nasce questa sua convinzione?

«Dal fatto che permane alta, troppo alta la percentuale di tamponi positivi sui tamponi effettuati: supera sempre il 10%. Un parametro estremamente preoccupante che documenta che sotto sotto c’è tanto virus sconosciuto che circola».

Si tratta di soggetti asintomatici.

«Gli asintomatici trasmettono. Il professor Crisanti passerà alla storia per aver dimostrato scientificamente che gli asintomatici diffondono la malattia. Ha dato una lezione di come si dovrebbe fare: essere proattivi, incrementare il controllo sul territorio andando a cercare le persone positive. Il tracciamento è fondamentale, ma se hai un numero alto di positivi non ce la fai».

È per questo che scene come quelle di venerdì in via Cambini sono pericolose.

«Io credo che sia molto difficile la gestione di queste situazioni perché c’è la legittima voglia da parte dei giovani di uscire. Però i ragazzi devono essere consapevoli che questi sono gravi errori che compromettono la salute di tutti: così facendo rischiano di inficiare i risultati ottenuti. Non possiamo permettercelo».

È un problema di indisciplina livornese?

«Queste cose succedono dappertutto, non solo a Livorno. Fare una zona gialla equivale a dare un messaggio di libertà e c’è sempre qualcuno che si prende più libertà di quella che gli è concessa».

Eppure la zona gialla è diventata una medaglia per chi amministra le Regioni: il presidente Giani sta sostenendo che la Toscana ha i numeri per restarci anche la prossima settimana.

«Le Regioni vogliono liberarsi, lo capisco. È positivo che ora in Toscana si possa pensare al giallo, ma se questo corrisponde al messaggio che è tutto a posto, che non ci sono problemi, nel giro di pochissimo tempo ci troveremo in ginocchio. Le regioni più colpite sono quelle che sono state a lungo gialle e in cui al giallo si è associata una sottovalutazione delle situazioni. Da noi il contagio è a un livello che non ci consente di stare tranquilli».

Zaia, presidente del Veneto, ha dato la colpa alle varianti del virus, non al giallo.

«Quando c’è una diffusione di malattia come quella che c’è stata nelle zone gialle non si può dare la responsabilità alle varianti. La variante inglese c’è da settembre, ma non è documentato che sia responsabile del contagio in aumento. L’impressione è che non si siano mantenute le precauzioni, che si siano rispettate poco le regole in maniera rigorosa. In Veneto è sfuggita di mano la situazione: la realtà è che la gente ha meno paura e rispetta meno le regole».

La gente ha voglia di tornare alla normalità.

«A maggior ragione bisogna dare un messaggio chiaro di come stanno le cose. Se ogni tre secondi si cambia colore, la popolazione va in confusione».

Dunque la strada giusta qual è?

«Intanto le misure devono essere strettamente correlate all’entità reale del contagio che è il parametro più importante: contare i casi per centomila abitanti. Con 250 si va in rosso. Ma l’ideale sarebbe stato prendere misure drastiche tre mesi fa e una volta ottenuto il crollo dei contagi come nella prima ondata, ripartire con intelligenza e con la possibilità di un tracciamento completo che è fondamentale».

C’era (e c’è) un problema economico, lo sa bene.

«Il binomio salute-economia o economia-salute io non l’ho recepito fin dal primo minuto: se non si risolve il problema del Covid l’economia fallisce. Non mi sembra che andando a tastoni l’economia stia bene. Ci vuole ancora un periodo di restrizioni, in alcune zone anche impegnative».

Un altro lockdown totale sembra inattuabile.

«Il problema è probabilmente culturale: in Cina ci hanno dimostrato che i risultati si possono ottenere, bisogna essere estremamente fiscali. In tutte le zone gialle la gente fa più di quello che è concesso, perché si sente libera e il contagio tende a risalire. Ripeto: servono restrizioni importanti, è impopolare dirlo ma se a ottobre si fosse fatto un lockdown totale oggi staremmo meglio e affronteremmo la vaccinazione nella maniera migliore».

Teme che la vaccinazione possa essere danneggiata?

«La vaccinazione oggi è l’elemento più positivo di tutto il quadro: c’è un’adesione molto diffusa. C’è stata un’ottima organizzazione che sta portando a una distribuzione corretta, rapida ed efficace dei vaccini. È l’inizio della soluzione, ma non va inficiata».

Lei ha preso la prima dose due settimane fa: ha avuto reazioni?

«Macché, è una passeggiata. Dal punto di vista degli effetti collaterali è un vaccino tranquillissimo, sicuro e non trasmette alcuna malattia».

Cosa ne pensa del focolaio esploso a Villa Serena il giorno dopo la vaccinazione?

«Qualcuno ce l’ha portato: è indicativo del fatto che c’è un’ampia circolazione del virus».

Potrebbe essere stato qualche operatore visto che gli ospiti sono isolati.

«È un virus molto rognoso, di difficile gestione, asintomatico: lo screening sul personale si fa ma può avere problemi, perché si fa a periodi standard e se uno ha il Covid in incubazione, fa il test ed è negativo, magari si positivizza dopo tre giorni e la frittata è fatta».

Perché teme che la ripartenza dei contagi possa inficiare la vaccinazione?

«Se ora ripartono i contagi l’organizzazione dell’ospedale potrebbe accusarne, compresa quella dedicata ai vaccini. E poi meno la malattia gira, più la vaccinazione funziona».

I ricoveri Covid stanno aumentando.

«Volevamo riaprire l’ospedale alle altre patologie, perché il virus toglie spazio al resto e mette in difficoltà la salute degli altri malati. Io speravo di liberare il mio reparto ma purtroppo non ci sono riuscito perché i contagiati sono ricresciuti. Il dato positivo oggi è che la pressione sulle Terapie intensive è diminuita nettamente, ma non facciamo gli errori di ottobre quando si diceva che ci sono casi ma non vanno in rianimazione e dunque il virus è meno grave. Se aumentano i casi avremo proporzionalmente anche il riempimento delle Terapie intensive. Ricordiamoci quello che è successo».

Stiamo pagando l’abbassamento della guardia durante le feste?

«Io credo che Livorno nella seconda ondata abbia pagato le vacanze e la libertà vissuta durante l’estate: il contagio è ripartito e si è diffuso da lì. Adesso ritengo che il problema siano i continui cambiamenti di misure più o meno permissive che hanno creato una minor consapevolezza del rischio e non sono state applicate in maniera rigorosa anche quando sono state più stringenti».

Qualche negazionista sostiene che lei (e il Tirreno) abbiano stancato a raccontare che il quadro è preoccupante. Come risponde?

«Per l’attività che faccio e per il mio ruolo sento il dovere di dare messaggi. Anche essere stato il primo a vaccinarmi ha voluto significare che la vaccinazione va fatta senza se e senza ma, perché è utile. Chi si espone dando indicazioni ha il dovere di dare l’esempio. Per questo rinnovo la mia preoccupazione: è un momento cruciale, le prossime settimane sono fondamentali per il nostro futuro. Abbiamo la vaccinazione che deve diffondersi e il rischio molto elevato di avere una riaccensione della seconda ondata. L’ospedale è già carico e se i contagi ripartono andiamo in ginocchio. Penso che la gente debba rendersi conto: io non voglio rompere le scatole a nessuno, voglio far riflettere sui comportamenti che ritengo si debbano avere. Non mi piace che si pensi di trovare nei cittadini i responsabili della ripartenza dei contagi, sebbene chi fa assembramenti abbia le sue colpe. Penso che le istituzioni abbiano il compito di dare indicazioni chiare: l’atteggiamento di compromesso visto nell’ultimo periodo dà un risultato inadeguato, in questo modo i contagi non si azzereranno mai».