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Francesco, il cuoco degli ultimi: dall'hotel Palazzo alle navi quarantena per aiutare gli altri - Foto

Francesco De Pasquale con alcuni bambini sulla nave quarantena

Livorno: volontario della Croce rossa, ha soccorso la popolazione del Mozambico dopo un ciclone e aiutato i migranti positivi in Sicilia. Contagiato dal Covid, è guarito dopo un mese. La sua storia

LIVORNO. Sulla sua vita ci si potrebbe scrivere un libro. Anzi, sulle sue vite. Perché ne ha vissute tante. Chef all’hotel Palazzo; responsabile della cucina per le maxi-emergenze nell’ospedale da campo della Croce rossa in Mozambico; titolare di una rosticceria a Tirrenia; volontario sulle navi-quarantena noleggiate dal Governo per curare i migranti positivi al coronavirus; infine cuoco nella mensa universitaria di piazza dei Cavalieri, a Pisa, dove lavora tuttora e prepara i pasti per 100-150 studenti al giorno, «anche se prima della pandemia – racconta – ai tempi d’oro con i miei colleghi arrivavamo a diecimila ragazzi».

I volontari della Croce rossa sul ponte della nave-quarantena, fra loro Francesco De Pasquale


Francesco De Pasquale, livornese di 56 anni e fiero abitante del Pontino, è questo e non solo. E da dieci anni – «da quando ho vinto il concorso dell’Azienda regionale per il diritto allo studio andando a cucinare per gli universitari e passando da 16 a sei ore di lavoro al giorno» – ha deciso di impiegare il tempo libero per aiutare i più bisognosi. Lo fa in tanti modi, non solo nelle missioni all’estero con la Croce rossa, anche sulle ambulanze Covid e insieme ai volontari dell’associazione animalista Anpana, preparando i banchi fuori dai supermercati per raccogliere cibo per cani e gatti e portando in giro gli amici a quattro zampe delle persone contagiate dal coronavirus.

Francesco De Pasquale con due bambini sulla nave-quarantena Aurelia


Ma attenzione: il Covid lo ha preso anche Francesco, quando era imbarcato su una nave-quarantena al largo della Sicilia. Non come cuoco, ma come semplice volontario insieme a una ventina di soccorritori. Rifocillava fino a 500-600 profughi ed è risultato positivo nel penultimo dei suoi 24 giorni trascorsi a bordo dell’Aurelia, la nave noleggiata dal Governo dalla Snav per aiutare i migranti infetti. Dal primo ottobre dell’anno scorso, per De Pasquale, è iniziato un viaggio di 26 ore su un furgone. Direzione Livorno, il ritorno a casa. Dove ha trascorso un mese isolato. Ma lui, che sul traghetto si era imbarcato il 7 settembre, sapeva a quali rischi andava incontro. E lo rifarebbe cento, mille volte. Perché il suo animo è nobile e vuole aiutare gli altri. Che siano livornesi o africani, non importa.

I volontari della Croce rossa, nel gruppo c'è anche Francesco De Pasquale, alla fine della missione per il terremoto del Centro Italia


L’avventura dell’ex chef dell’hotel Palazzo – che come cuoco in passato ha lavorato anche al Cosmopolitan Beach e al Continental di Tirrenia – inizia dieci anni fa. Poco prima aveva aperto una rosticceria sul litorale pisano, si chiamava Rustenia, chiusa col concorso vinto al Dsu. Così entra nella mensa di piazza dei Cavalieri, a Pisa, dove lavora tuttora e ogni qualvolta la protezione civile ha bisogno di lui viene distaccato per le maxi-emergenze della Croce rossa. Era stato preallertato anche prima di Capodanno, per il terremoto in Croazia, ma alla fine con le cucine da campo si sono organizzati in altro modo. «Passare da 16 ore di lavoro a sei è in un certo modo traumatico – racconta – e avevo molto tempo libero, così mi sono avvicinato al volontariato, iniziando il corso da cinofilo col mio cane Blues». La sua abilità fra i fornelli, però, grazie anche ai colleghi della Croce rossa di Lucca ha convinto il comitato nazionale a ingaggiarlo come cuoco nel terremoto del Centro Italia. Era il 2017: «Ero a Pievebovigliana, un paesino di meno di mille abitanti – ricorda – e ci sono rimasto due settimane. Poi, lo stesso anno, sarei dovuto partire per l’Indonesia, dove ci fu un’alluvione. Feci i vaccini, ero pronto: poi però si sono organizzati in altro modo e saltò tutto».

Il cinquantaseienne sulla nave-quarantena noleggiata dal Governo


L’altra missione fondamentale due anni fa. Mozambico, Beira. La città che non esiste più, distrutta dai cicloni. De Pasquale risponde ancora presente. «La Croce rossa aveva montato un ospedale da campo con le sale operatorie – racconta – e io mi occupavo di fare da mangiare. A pranzo eravamo 30-40 persone, anche interpreti e autisti, di sera una ventina. Mi svegliavo alle 6 per fare la colazione, poi andavo a fare la spesa, facevo il pranzo, mi riposavo un po’ di pomeriggio e preparavo la cena. Non c’era un attimo di pausa. È stata un’esperienza incredibile. Con tre pentole sui fornelli, come succede in una cucina di emergenza, dovevo fare da mangiare per tutti».

Francesco De Pasquale accanto a un'ambulanza della Croce rossa di Livorno


L’ultima esperienza, però, è stata quella emotivamente più forte. Perché Francesco ha dovuto affrontare il virus in prima persona, rifocillando i 500-600 migranti assistiti dallo Stato su una nave-quarantena e, nonostante tutte le precauzioni, è risultato contagiato. Con lievi sintomi. «Sono partito il 7 settembre, restando a bordo 24 giorni – racconta – la nave, l’Aurelia della Snav, per la maggior parte del tempo è rimasta in mezzo al mare. Imbarcavamo i migranti positivi a Lampedusa, li sbarcavamo negativi a Trapani. Le loro storie sono incredibili».

Francesco De Pasquale in una cucina della Croce rossa


E ne elenca alcune: «Donne che hanno camminato dal Mali alla Libia per cinque anni, che portano dietro i figli nati lungo il tragitto. Molte di loro sono state violentate. I padri non si sa chi siano». Mentre 94 profughi da lui assistiti erano stati soccorsi, prima di essere imbarcati sulla sua nave, da una chiatta con cinque membri dell’equipaggio nelle acque internazionali: «Non avevano neanche i vestiti, hanno dormito sul ferro della nave – dice – e alcuni di loro erano malati: non solo positivi al Covid». Sulle navi-quarantena a ogni profugo viene assegnato un numero e una camera. Un periodo forzato in una cabina di quattro metri quadri, con un’altra persona dello stesso Paese. Non mancano i bambini: «I raggruppamenti vengono fatti per etnia e anche per età – racconta De Pasquale – così si facilita il dialogo. A bordo siamo affiancati dai mediatori. Persone della stessa nazionalità dei migranti, che hanno vissuto le stesse esperienze. Parlano la stessa lingua, conoscono le difficoltà che hanno passato. Sono persone fondamentali».

Francesco De Pasquale sulla nave-quarantena


A fine settembre, dopo aver aiutato i ragazzi africani, Francesco viene contagiato. Lo scopre con il tampone, visto che ogni dieci giorni almeno uno era obbligatorio farlo per i volontari. Insieme a lui, sull’Aurelia, sono positivi altri due volontari: «Può capitare, non ho alcuna recriminazione – dice – e per fortuna ora sto bene. L’assistenza della Croce rossa è stata impeccabile, non mi hanno mai lasciato solo. Per un periodo siamo rimasti a bordo perché non potevamo attraccare. Poi, con un furgone, ho trascorso 26 ore in viaggio per la Toscana e il 2 ottobre sono tornato a Livorno». In casa è rimasto isolato un mese. Senza mai uscire: «Era il momento in cui c’era molta incertezza da parte dell’Asl su come monitorare noi positivi – rivela – quindi per il tampone ho aspettato un po’ di tempo. Poi a inizio novembre sono potuto tornare alla vita».

Francesco De Pasquale nel campo della Croce rossa di Beira, in Mozambico


Una vita di lavoro – alla mensa universitaria – ma anche di volontariato: «La prima cosa che ho fatto è tornare a operare con la Croce rossa, a Livorno – conclude – nei servizi Covid. Il mio presidente mi diceva: “Ma no, non li fare, aspetta magari un po’…”. Ma io gli ho risposto: “Sono stato contagiato, ho gli anticorpi, chi meglio di me può svolgerli…”». E, infatti, sulle ambulanze, è risalito subito. In attesa di un’altra chiamata dalla Croce rossa internazionale per aiutare i popoli in difficoltà. In tutto il pianeta, perché Francesco non conosce la parola confine.