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Cioni, Solange e una Livorno bella e spensierata: erano gli Ottanta voglia di felicità

Da sinistra, nella prima foto Jerry Calà e Umberto Smaila al Ciucheba. Accanto in alto una partita di basket al PalaMacchia con migliaia di tifosi. Sotto la Baracchina Rossa

Con la scomparsa di Cioni e Solange se ne vanno due protagonisti di quell’epoca. Sport, divertimento e una città spensierata. Ecco come eravamo in quegli anni d’oro

Ottanta voglia di quegli anni. Favolosi. Felici. Spensierati. Dove tutto sembrava possibile, vicino. Bastava chiedere per ottenere: il motorino, le Timberland, il costume dell’O’Neill. Perfino la zoppa di Montenero andava in settimana bianca all’Abetone. E la Livorno del basket – sponda Libertas – sfiorava lo scudetto dei canestri con Milano regalando un dolore ai suoi tifosi e una gioia ai rivali della PL. Era il 1989. E se questo non era un sogno ci andava molto vicino. Ma senza saperlo stavamo toccando la vetta della decade migliore della nostra storia.

In sottofondo c’erano le canzoni di dj Cioni e sul piccolo schermo, tra i Visitors e Dynasty, compariva Solange. Per questo, ora che se ne sono andati insieme, a poche ore di distanza, un bel po’di quel gusto di Alexander, salmastro e miscela bruciata ci manca ancora di più.


Perché allora la città portuale aveva voglia di divertirsi di prendere il largo. Di mostrarsi, archiviato il tempo della ricostruzione. E lo faceva con sfrontatezza con una Marboro (detta alla livornese) tra le dita. Pensando che tutto sarebbe andato per il meglio. Spesso superando anche il limite. E non è un caso che la beffa delle teste di Modigliani sia nata pochi anni prima: era il 1984. E le scritte di Zeb iniziavano a comparire proprio allora.



Erano i figli di quel tempo incantato a cambiare la storia. Quelli da cui Paolo Virzì – che quel tempo lo ha attraversato – ha osservato vissuto, digerito, per poi farne cinema con “Ovosodo” e “La prima cosa bella”. Erano gli anni delle domeniche d’inverno agli Atleti con il bomber double face. E d’estate con le Superga bianche, sul Ciao per arrivare in discoteca pensando di essere davvero “In America”. Ma quelle domeniche ruggenti erano soprattutto quelle legate allo sport: con il Livorno calcio che trotterellava tra un fallimento e un campo di patate, era il basket a far innamorare e appassionare. Con due squadre in serie A che dividevano perfino le famiglie come succede nelle contrade senesi: Livorno era diventata basket city.

Una rivalità vissuta tra colpi bassi – qualche scazzottata – e prese in giro: indimenticabili le scritte “Trentanove modi per portare una sciarpa” ricordando il massimo svantaggio nel derby da parte della Pielle e “Tre due uno Zeppilli olè” per evocare la decisione dell’arbitro di annullare il canestro di Forti che avrebbe dato lo scudetto all’Enichem del compianto Alberto Bucci.

È dopo le prime vasche tra l’Attias e piazza Cavour, che vedevamo comparire sulle tv commerciali nazionali Solange, uno di noi, come noi. Che era arrivato, dal nulla, a sedere allo stesso tavolo, nello stesso salotto – anche quello del Maurizio Costanzo show – di quelli che allora si chiamavano vip. E se ci era riuscito lui – pensavamo – le porte del successo erano aperte a tutti. Anche perché la notorietà, per la prima volta – e ben prima dei reality – era davvero a pochi passi da noi. Se andavi al Ciucheba trovavi Renato Zero, Jerry Calà ed era una doppia libidine. Andavi al Frumpy ed ecco Walter Chiari. Passeggiavi per la Venezia e ti imbattevi in Gino Bramieri che in città veniva a fare spese a caccia di ispirazioni per le sue nuove barzellette. Ti fermavi in via Grande e il cartellone della stagione teatrale pareva la notte degli Oscar: Proietti, Gassman, Fo.

I ragazzi di allora guardavo nelle prime videocassette “Un mercoledì da Leoni” e Vada sembrava la California ma quella vera al di là dell’Oceano. Le mosse di Grease servivano per fare colpo e le ragazze sognavano il loro tempo delle mele.



Insomma, se la Milano degli anni’80 era la “Milano da bere” Livorno era una città tutta da godere. Nel senso che ok i drink (quelli di allora, Alexander e Cosmopolitan soprattutto per le fanciulle in cerca di alcol zuccheroso e più brutali coca e rum o Negroni per i maschietti) ma il divertimento livornese non finiva tra bicchieri, ghiaccio e cannucce. E l’aperitivo era una roba da vecchi con le tartine la domenica prima di pranzo.

Divisi per tribù (dai i più fighetti agli alternativi) e per età (cugi e mini fighetti con versioni e motorini mentre i più grandi si spostavano in gruppo su 4 ruote) le ragazze e i ragazzi livornesi dei fantastici e illusori Ottanta avevano comunque tutti in comune un concetto di divertimento senza limiti di spazio e di tempo. Ci si divertiva la notte ovviamente a ballare nei locali fuori città soprattutto: nomi esotici e strampalati eppure familiari che segnavano la mappa dei gusti e dei gruppi di appartenenza.

A Castiglioncello c’era il Ciucheba dove capitava di incontrare tipi famosi e un certo stile era richiesto. A Tirrenia invece si andava al Trumpy, un po’più pop, oppure allo Spinnaker dove cantava un Bocelli ancora quasi sconosciuto. Erano notti quasi sempre in trasferta almeno per i più grandi che in base a un “calendario” settimanale sempre aggiornato ( “venerdì usa la Barcaccina… domenica è ganzo il Seven, sabato in Canniccia”) si sorgevano lungo tutta la costa almeno da Marina di Cecina (mitico Babayaha) all’alta Versilia dove i più originali si tuffano in Superficie. E anche al Frau di Torre del Lago, prima discoteca anche gay della zona, buona musica e atmosfera garantita. E poi nell’entroterra, provincia di Pisa, di Lucca e Pistoia, disco più pop e ancora fumante di livornesi a portare la loro voglia di divertirsi.

Ma se la serata in discoteca era il clou dell’evasione anni’80 c’erano tutti i riti del prima e del dopo. Il ritrovo in baracchina Bianca o Rossa in base alla tribù di appartenenza per “fare le macchine” e decidere dove andare poi al ritorno all’alba la colazione da Perfetti, laboratorio di pasticceria al Picchianti dove alle 4 del mattino il parcheggio sembrava quello di un supermercato di sabato pomeriggio. E di giorno? Ancora divertimento per i giovani inarrestabili livornesi degli spensierati anni Ottanta. In estate magari alle spiagge bianche di Vada per esibire corpi perfetti costruiti in palestra (fu allora che le palestre si moltiplicarono e diventarono luoghi di diletto oltre che di sudore) e per abbronzare quei corpi da esibire di nuovo la notte. E quando giornate troppo corte e cieli plumbei bloccavano l’accesso a mare – spiaggia e scoglio anche fuori stagione – proprio negli anni Ottanta si cominciò a intravedere una nuova luce. Quella delle lampade a raggi uva e dei “centri solari”, musica a palla in cabina per prepararsi belli rossi arrazzati alla lunga notte della disco. Quella che oggi, senza Cioni e Solange, sembra davvero lontana.