Anche l'ex cestista della Libertas all’assalto del Campidoglio: «Trump frodato, ma sono qui solo per pregare»

David Wood a Washington mentre suona lo shofar e in maglia Enichem nella semifinale scudetto contro la Knorr

David Wood con l'Enichem disputò la finale scudetto contro la Philips nel 1989: ha percorso 4000 chilometri fino a Washington per contestare Biden

La felpa a stelle e strisce. Intorno al collo, a mo’ di sciarpa, una bandiera bianca col messaggio An appeal to heaven, Un appello al cielo. In mano lo shofar, l’antico corno di ariete spesso citato nell’Antico Testamento come segnale di battaglia. David Wood, l’ex giocatore della Libertas che negli spogliatoi di via Allende leggeva la Bibbia prima di entrare sul parquet, lo porta alla bocca e lo fa risuonare nel cielo di Capitol Hill, Washington, mentre in sottofondo si sentono le sirene della polizia e la piccola telecamera che ha attaccata sul berretto inquadra i lampeggianti e il muro di agenti in assetto anti-sommossa a difesa del Campidoglio.

“Dovunque udrete il suono dello shofar, là raccoglietevi presso di noi. Il nostro Dio combatterà per noi”, scriveva il profeta Neemia. La battaglia invocata dall’americano che nel 1989 in maglia Enichem sfiorò lo scudetto contro la Philips, stavolta non è sportiva ma politica, in ballo non c’è un rimbalzo da strappare a Bob McAdoo ma la vittoria elettorale di Joe Biden.


«6 gennaio 2021: sono qui al Capital Building di Washington. Lodando il Signore e pregando per l'America», scrive Wood in uno dei tantissimi messaggi che ha postato nelle ultime ore sul proprio profilo Facebook, da quando il 3 gennaio ha lasciato la moglie Angela, i quattro figli maschi e la villa a Reno, nel Nevada, e ha attraversato l’America in un quasi coast to coast, dal Pacifico all’Atlantico, fino alla capitale, 2596 miglia, oltre 4000 chilometri per sostenere dal vivo Donald Trump.

«Sono al Freedom Plaza di Washington Dc - raccontava il 4 gennaio, davanti al palco su cui era atteso il presidente uscente – per chiedere che la corruzione e le frodi degli elettori siano smascherate insieme al traffico sessuale». Le foto e le parole di Wood hanno fatto il giro del mondo. Perché dopo l’esperienza di Livorno - tre mesi indimenticabili per i tifosi libertassini - il pivot volò al Barcellona (dove vinse un titolo spagnolo) e da lì fece una signora carriera nell’Nba: Houston, San Antonio, Detroit, Golden State, Phoenix, Dallas, Milwaukee, quasi duemila punti segnati nella lega dei mostri.

E ora, proprio mentre la Nba tutta si schierava contro l’assalto al Congresso e le violenze di Washington, con i giocatori di Warriors e Clippers che si sono inginocchiati in campo prima della palla a due e molte squadre che volevano fermare il campionato, mentre i social oscuravano Trump e il mondo intero condannava l’accaduto, l’ex stella del basket livornese partecipava alle manifestazioni che hanno sconvolto la capitale, senza neanche scrivere una sola parola di condanna delle violenze.

Chi ha tifato per David Wood nella sua lunga carriera e ne ricorda la correttezza sportiva e la salda fede mormone, chi ha letto le sue continue citazioni bibliche e assistito al suo proselitismo sui social, è rimasto colpito. E infatti il giocatore ha negato di aver preso parte all’assalto al Campidoglio e a qualunque azione violenta, anche se ha ammesso di aver cancellato la maggior parte dei suoi messaggi su Facebook nei quali non sappiamo che cosa avesse scritto. «Il presidente Trump ha chiesto a tutti i partecipanti di tornare a casa - ha aggiunto ieri -. Ma Dio vuole che io rimanga più a lungo e preghi e così farò. Rimarrò e continuerò a pregare pacificamente. Non sto protestando nè prendendo d’assalto fisicamente le porte della capitale. Non ho assalito nessuna porta e nessun cancello terreno».

Rassicurati dalle parole di Wood, a Livorno non si è perso tempo per scherzarci su. “Un libertassino doc”, ha commentato nel gruppo dei tifosi Pielle Matteo Lanza, il samurai della Pallacanestro Livorno. E nelle chat e sui social ha iniziato a girare un fotomontaggio del Wood in versione sostenitore di Trump davanti al palasport di via Allende con la didascalia “manifestante Usa chiede il riconteggio dei secondi della finale Enichem-Philips del 1989”. Una piccola vendetta dopo che, appena 4 giorni fa, i tifosi della Libertas avevano celebrato ovunque il 34esimo anniversario del derby del più 39 che vide i gialloblù di Rod Griffin trionfare sulle rovine degli odiati cugini. Come dire: anche tre decenni dopo, gli anni d’oro del basket non sono mai passati.