Dalla Terrazza Mascagni alla Venezia, ecco la Livorno deserta nella notte di Capodanno - Le foto

Viaggio in strade e piazze della città che fino allo scorso anni ospitavano i festeggiamenti. Dalle ore 22 in poi quasi nessuno in giro. Solo al rintocco della mezzanotte ecco i fuochi e una speranza  

LIVORNO. Nella notte più lunga dell’anno c’è una città che (quasi) nessuno ha visto. È una Livorno vestita a festa. Ma deserta. Surreale e sconosciuta. Affascinate da un lato e speriamo irripetibile. Sicuramente indimenticabile. Con le luci che sbrilluccicano, gli alberi di Natale, i festoni e le statue illuminate. Tutto come se da un momento all’altro qualcosa dovesse accadere. Cambiare. Scoppiare.

Invece – come imponeva il decreto legato all’emergenza sanitaria – le strade restano vuote, i locali chiusi e le saracinesche abbassate. Per tutti. A parte chi lavora, chi ruba (cinque i furti in altrettanti negozi) e chi non ha un tetto dove andare. Nelle case i cenoni bonsai (per numero di invitati si intende) e fuori dalla finestra un grande silenzio. Almeno fino alla mezzanotte. Dove qualcosa esplode: i bòtti, molti nella case, perché l’ordinanza del sindaco li aveva vietati nei luoghi pubblici. E con loro, forse, anche la speranza che qualcosa cambi. In meglio.


È un viaggio per immagini quello raccontato per il Tirreno dal nostro fotografo Dario Marzi dalle 22, orario del coprifuoco, in poi. Che ci porta dentro sei luoghi simbolo della città che fino allo scorso anno erano i centri del divertimento nella notte di San Silvestro, verso il futuro e il nuovo anno. C’erano (e torneranno) il concerto alla terrazza Mascagni, la movida nei locali della Venezia, i fuochi d’artificio in piazza della Repubblica, la gente fuori dai locali: gli abbracci, i baci dati e presi. I sorrisi. E le bottiglie che saltavano e passavano di mano in mano.

Invece eccola la Terrazza Mascagni, bagnata e malinconica come una canzone di Bobo Rondelli: Di notte a Livorno piove sempre/Anche se non si vede, lacrime/Che bagnandomi il viso/Mi dicono che un giorno anch’io/Dovrò morire/ È notte, sulla terrazza Mascagni/Anche i lampioni dormono/Essa ospita i miei fantasmi/E insieme aspettiamo la pioggia/Che non serve a dimenticare.

C’è piazza Attias che somiglia a un’opera d’arte decadente: la “A” di Renato Spagnoli, sola come non mai. Il Granduca Ferdinando senza più un regno né sudditi in una piazza della Repubblica troppo vuota anche per la sua grandezza. Sulla piazza Grande una macchina della finanza parcheggiata davanti al Duomo spezza il chilometro dei nostri desideri, quello dello shopping, dell’ultimo acquisto prima del cenone, del via vai di auto piene che fino a dodici mesi fa viaggiavano verso una meta, nuova, affascinante, spensierata, forse irraggiungibile.

Pochi passi ed ecco la Venezia dei giovani perduti, delle feste, a volte anche degli eccessi. È vero. Risse e botte non mancano a nessuno. Il resto però sì: incontri, sguardi e baldoria. Ma è guardando la piazza del Luogo Pio che il passato sembra lontanissimo. Perché appena dodici mesi fa, non un secolo, alla stessa ora, fuori dal museo della Città c’era una fila di persone in attesa di entrare alla mostra “Modigliani e l’avventura di Montparnasse. Capolavori dalle collezioni Netter e Alexandre”. Si parlava di maschere e non di mascherine, di Modì invece che di Covid. E si contavano ogni giorno i nuovi visitatori aggiornando il numero complessivo con la stessa attenzione con cui oggi, purtroppo, si guardano i nuovi contagi. Di quello che è stato è rimasto solo un arco rosso, dentro la zona rossa. Un pertugio che separa il passato dal futuro. E tutti noi, in mezzo, cercando un riparo.

Spiega e il sindaco Luca Salvetti nel messaggio di buon Natale alla città: «Nelle difficoltà l’impegno, la resistenza e la consapevolezza di poter affrontare qualsiasi cosa con serietà e passione. Questa è la frase che potrebbe riassumere in un attimo questo 2020. Un anno straordinariamente difficile, che ha messo a dura prova il mondo, il nostro paese e naturalmente la città di Livorno. Una città che però è stata più resiliente di tante altre, ovvero è stata in grado di reagire con forza, ottimismo e positività ad eventi drammatici, di riorganizzare la propria vita dinanzi alle difficoltà, di fronteggiare efficacemente le contrarietà e dare nuovo slancio alla propria esistenza raggiungendo risultati significativi e facendo tante cose belle». Ma la prima, di queste cose belle è intorno a noi. Ieri era vuota, sola e va riempita di nuovo: di colori, di suoni, di sorrisi, di vita. Si chiama città.