Tragedia del Moby Prince: spuntano nuove negligenze, ma nella terza inchiesta nessun indagato

L’ipotesi di reato della procura di Livorno è strage. L’indagine si sta concentrando su tre elementi: la gestione dei soccorsi, la vita a bordo e il sistema antincendio

LIVORNO. Negligenze e omissioni nella gestione dei soccorsi, dubbi sulla vita a bordo della nave e molte perplessità sul (mal) funzionamento del sistema antincendio del traghetto. Sono questi, ad oggi, i tre elementi sui quali la procura di Livorno sta lavorando per cercare – se esistono – nuovi profili di responsabilità penale sulla tragedia del Moby Prince, il più grande disastro della marineria civile italiana avvenuto tra il 10 e l’11 aprile 1991 nella rada davanti al porto di Livorno dopo lo scontro tra il traghetto della Navarma, diretto a Olbia, e la petroliera Agip Abruzzo (ancorata in una zona vietata) e costato la vita a 140 persone.

Tre elementi non casuali e in molti aspetti connessi l’uno all’altro per spiegare il tragico epilogo di una notte che non è ancora finita. L’ipotesi di reato della terza inchiesta – tre processi si sono chiusi senza colpevoli – è quella di strage, l’unica che non si è ancora prescritta permettendo a distanza di quasi trent’anni di eseguire nuovi accertamenti, affidare perizie a esperti, verificare testimonianze, documenti ed eventuali incongruenze. E di passi, in questi due anni, ne sono stati fatti. Da quando in via Falcone e Borsellino sono arrivate le conclusioni della commissioni parlamentare d’inchiesta che hanno fatto emergere nuovi elementi (l’accordo tra armatori in primis e il porto di provenienza della petroliera) che al momento, però, non hanno trovato rilievi penali. Infatti nonostante l’inchiesta sia stata prorogata, ad oggi, non risultano persone iscritte nel registro degli indagati e il fascicolo è ancora contro ignoti.


«Non vogliamo illudere i parenti», aveva detto il procuratore capo Ettore Squillace Greco parlando di possibili sviluppi, senza mai fare cenno all’indagine. Certo è che dall’inchiesta della pubblico ministero Sabrina Carmazzi di comportamenti omissivi e negligenti da parte dei soggetti che avrebbero dovuto tutelare la sicurezza e la salute dei passeggeri a bordo del Moby ne sono stati rilevati. E molti.

I SOCCORSI

I nuovi accertamenti, infatti, hanno confermato come la gestione dei soccorsi, nonostante si parli di trent’anni fa, dunque con mezzi, strumenti e un’organizzazione diversa dall’attuale, furono confusi e mal coordinati. Soprattutto in riferimento al comandate del porto e all’allora capo dei vigili del fuoco. A cominciare dal fatto che dopo lo scontro che ha generato il rogo, i mezzi dei vigli del fuoco, quelli della capitaneria e i rimorchiatori (l’armatore incassò 8 miliardi di vecchie lire per il recupero della Agip Abruzzo) si concentrarono sulla petroliera e non sul traghetto che venne raggiunto quasi due ore dopo l’impatto. Prendendo per buone le parole del comandante della petroliera Renato Superina: «Ci è venuta addosso una bettolina», disse ai soccorritori confondendo un gigante con una formica del mare.

LA VITA A BORDO

All’elemento dei soccorsi è legato quello della vita a bordo del traghetto. Perché è ovvio che se le 140 vittime – l’unico superstite fu il mozzo Alessio Bertrand – non morirono in mezz’ora come ipotizzarono le prime due indagini, a differenza di quanto scritto dalla commissione d’inchiesta che sostiene un tempo maggiore, qualcosa in più si poteva tentare. Al contrario il Moby Prince fu abbandonato.

SICUREZZA SUL TRAGHETTO 

Inoltre i passeggeri, quella notte, non poterono neanche sperare che le fiamme venissero o spente dal sistema antincendio della nave. Infatti è emerso che i cosiddetti sprinkler erano chiusi e si sarebbero potuti attivare solo manualmente. Ovviamente quel tipo di sistema, anche in caso di corretto funzionamento, era concepito per spegnere un incendio all’interno della nave e dall’esterno.

Ma lo stato di quel sistema la dice lunga su quanto il traghetto fosse sicuro per affrontare il mare ed eventuali roghi anche più lievi rispetto al disastro di quella notte. E qui arriviamo alla domanda a cui la procura dovrà rispondere se vorrà esercitare l’azione penale nei confronti di uno o più indagati: possibile che quella notte qualcuno – si tratterebbe di dolo eventuale – abbia accettato il rischio di far morire 140 persone sul traghetto innescando uno strage?