Medico cintura nera sventa l’aggressione al pronto soccorso: «Grazie al karate ho difeso i colleghi»

A destra Davide Lupia, medico del pronto soccorso di Livorno. A sinistra durante una gara di karate

Livorno: l'ex campione toscano di arti marziali, 34 anni, ha rischiato di essere picchiato dal paziente che stava visitando. «L’ho accompagnato fuori» 

LIVORNO. «Se al mio posto non ci fosse stato un karateka forse sarebbe finita male. Perché a un certo punto questa persona si è messa a urlare, ha tirato una bottiglia piena d’acqua mirando alla testa di un’infermiera e mi è venuta addosso gridando “Ti ammazzo, ti ammazzo”. A quel punto, le arti marziali me lo hanno insegnato, schivando i suoi colpi l’ho accompagnata fuori dal pronto soccorso, rendendola inoffensiva per la sua e per la nostra sicurezza, che mai come in questo momento è importante».

A parlare è Davide Lupia, medico d’urgenza di 34 anni in servizio al pronto soccorso di Livorno, che è cintura nera di karate e nel tempo libero si occupa anche di medicina estetica. Due settimane fa, lui e i suoi colleghi, si sono trovati di fronte un uomo di 45 anni (poi denunciato dalla polizia per interruzione di pubblico servizio, resistenza a pubblico ufficiale e dall’Asl per minaccia ndr) che in preda alla furia ha seminato il caos all’interno del reparto, per fortuna senza fare danni. Ma solo grazie all’esperienza sportiva di Lupia, originario di Crotone e da anni pisano d’azione, nel 2016 campione toscano di karate nella categoria fra i 60 e i 65 chili di peso.


Dottore, partiamo dall’inizio. Che cosa è successo due settimane fa?

«Gli infermieri mi hanno affidato un paziente e l’ho preso in carico, visitandolo. Inizialmente lui stesso voleva consigliami cosa fare, ma gli ho spiegato che il medico ero io e che sarei stato io a decidere cosa sarebbe stato meglio fare per lui. Quindi, dopo averlo convinto, ho spiegato all’infermiera come procedere».

E poi?

«Ero nella mia medicheria, quando ho sentito delle urla e un colpo secco. Lì per lì, dal grande tonfo, pensavo fosse caduto un paziente da una barella, poi ho capito che quest’uomo le aveva appena tirato una bottiglia piena d’acqua mirando alla testa, che lei fortunatamente è riuscita a schivare, altrimenti si sarebbe fatta molto male».

Lei quindi è intervenuto subito.

«Sì, sono uscito fuori. Quello che aveva fatto era molto grave, questo abuso verso la collega mi ha dato molto fastidio. Sono riuscito a controllarmi, ragionando. Poi è venuto verso di me e mi ha urlato “Ti ammazzo, ti ammazzo”, mentre cercava di colpirmi. Allora sono riuscito a schivare i suoi colpi, tenendolo lontano con le braccia e accompagnandolo verso l’uscita. Poi è scappato».

Quindi è stata una vera e propria aggressione quella nei vostri confronti?

«Certo, l’aggressione c’è stata, ma non è andata a buon fine perché lui non è riuscito a colpirmi, né io ho colpito lui».

Quanto è stata utile la sua esperienza sportiva per gestire quest’emergenza?

«Molto: le basi del karate sono state fondamentali. Il tempo e la distanza, due aspetti importanti per difendersi e, in questo caso, anche per difendere il paziente stesso ed evitare che si facesse del male da solo».

È da molto tempo che fa karate a livello agonistico?

«Da quando avevo 17 anni e in Toscana ho gareggiato diverse volte. È uno sport molto bello e insegna tanto».

È la prima volta che sul lavoro le capitano cose del genere?

«Sì, è la prima volta che mi succede una cosa del genere».

Come possono essere evitate, per quanto possibile, le aggressioni in ambiente ospedaliero?

«In generale è chiaramente complicato, ma parlando del caso specifico ci vorrebbero maggiori tutele e bisognerebbe che persone così, che nel recente passato hanno avuto molti accessi inutili al pronto soccorso, venissero accolte solo in caso di reale urgenza. Il nostro lavoro, soprattutto in questo periodo, è molto stressante, perché i pazienti da visitare sono molti a causa dell’emergenza Covid. Non meritiamo certo ulteriori stress causati dalle aggressioni gratuite».