A Livorno  l’industria non c’è (quasi) più, è sparita l’ex città delle fabbriche: il dossier

Ecco l'analisi di Prometeia per Camera di Commercio: il manifatturiero vale il 13% della “ricchezza” della provincia

LIVORNO. Chiusi come siamo dentro il quasi-lockdown, fare pronostici sul futuro in questo periodo è un po’ come agitare la palla di vetro dall’interno e pretendere, da come cade la neve, di indovinare quel che sarà. Eppure le previsioni di Prometeia – non esattamente il mago Otelma e nemmeno l’ultimo venuto – rappresentano di per sé una “fotografia” di aspettative che racconta molte cose: l’ultimo dossier pubblicato in questi giorni dalla Camera di Commercio dice chiaro e tondo che non basterà tutto il 2021 a recuperare il contraccolpo choc del coronavirus. Al dicembre del prossimo anno ci ritroveremo ancora un punto e mezzo al di sotto di quel che eravamo nel 2019, già tutt’altro che entusiasmante: qualcosina peggio dello standard nazionale (anche se meglio del resto della Toscana in affanno).

Ma il dato da mettere nel vetrino sotto il microscopio è un altro: riguarda il peso specifico dell’industria nel cuore del nostro territorio identificato come il cuore del sistema della grande fabbrica in Toscana con la storia che hanno alle spalle Livorno, Piombino e Rosignano.


Noi ex città industriale anzi un tris di poli sulla costa

Dire che siamo una zona ex industriale è la scoperta dell’acqua calda: c’era una volta il gigantesco polo siderurgico piombinese e chissà quanto ce n’è ancora; c’era una volta a Livorno il regno degli stabilimenti di componentistica auto, non sparita e tuttavia dimezzata (con la chiusura di Trw e Delphi, ora solo un catafalco abbandonato là dove c’era la Spica che era un gioiello di ingegno); c’è ancora la Solvay a Rosignano, ma senza esser più la fabbrica-città come prima, anzi rimanendo in zona proprio grazie a quel che di differente le è nato intorno.

Queste però sono chiacchiere, a parlare sono i numeri. Raccontano due cose. La prima: il valore aggiunto dell’industria in provincia di Livorno – tanto quello rilevato nel 2019 quanto quello stimato per il prossimo anno – non arriva nemmeno al 13%. Già non era granché il 16% nella prima metà del decennio scorso, adesso è perfino meno. La seconda: se parliamo di quanto contano le fabbriche all’interno della “torta” della ricchezza prodotta dall’economia provinciale, le previsioni per il futuro vicino indicano che la percentuale resterà inchiodata al 12,9%. La terza: questi standard dell’ex provincia industriale sono ben lontani da quel che accade altrove, la metà rispetto al peso dell’industria nel resto della Toscana (sopra il 23% nel 2019) o nella penisola (21,5%). La quarta: tanto su scala regionale che in campo nazionale Prometeia ipotizza che il prossimo anno si assisterà a un recupero del ruolo dell’industria dentro il sistema economico (un terzo di punto in più in Toscana e quasi due punti nel made in Italy, a Livorno no).

È la solita cronaca di una Caporetto annunciata? Forse le cose sono un po’ più ingarbugliate di così. Basta girare lo sguardo sulla base di dati di Banca d’Italia per accorgersi che l’emergenza coronavirus è stata un uragano per l’economia eppure non ci sono mai stati così tanti soldi in banca come a agosto, ultimo dato disponibile.

Sorpresa: più soldi in banca anche per le imprese

Le cifre pubblicate dal quotidiano confindustriale “Sole 24 Ore” attestano che ciascuno di noi livornesi, bebè e ultranovantenni compresi, ha un gruzzolo di quasi 21.700 euro (in media, sia chiaro...). Quanto basta per dire che è aumentato del 7,3% da Capodanno a fine estate. È una tendenza che, contrariamente alle attese, segna quasi tutti i territori.

A trainare la crescita un po’ ovunque è l’impennata dei conti in banca sul fronte delle imprese: in otto mesi hanno avuto un incremento del 28%. Tradotto: c’è chi è stato rovinato dal lockdown ma mica tutti hanno azzerato i fatturati, anzi per metà delle imprese livornesi c’era l’autorizzazione a restare comunque in attività anche nel periodo del “tutto chiuso” e i conti si sono provvisoriamente gonfiati perché è stato rinviato ogni investimento rinviabile.

Produzione industriale: i dati fra alti e bassi

Inutile dire che quest'anno contraddistinto dalla pandemia ha visto il volume della produzione industriale andare sull'altalena fra alti e bassi. Ad esempio, nel trimestre del (quasi) "tutto chiuso" - da marzo a maggio - le ricerche dell'Irpet spiegano che in provincia di Livorno è scesa sì del 24,6% rispetto al trimestre precedente, ma ben al di sotto della maedia regionale (34,2%): in tutta la Toscana solo Grosseto e Lucca se la cavano meglio di noi.

Nel report successivo, quello che misura l'andamento da maggio a luglio, l'istituto economico della Regione rileva che la crescita congiunturale di Livorno è neanche la metà di quella delle altre province toscane. E comunque se è vero che perdiamo colpi rispetto a dodici mesi prima, il calo della produzione industriale non arriva a 14 punti, tre meglio dell'insieme delle altre province toscane. La dice lunga anche l’identikit delle imprese che alzano la saracinesca per la prima volta e di quelle che la tirano giù definitivamente. Anzi, prima ancora lo spiega il numero: nel giro di appena un anno il settore commercio si è ritrovato con 162 ditte in meno e i trasporti con 34 in meno. Fra le imprese manifatturiere no: in questo campo a fine settembre in provincia di Livorno si contavano 1.882 aziende attive, pressoché lo stesso numero (1.885) di quante ce n’erano dodici mesi prima. Addirittura, proprio nel periodo dello stop da Covid l’esercito manifatturiero è perfino aumentato (nove ditte in più fra fine marzo e tutto settembre).

In questi numeri sembra di sentire l’eco delle risposte che gli imprenditori hanno dato al questionario della Camera di Commercio durante la prima ondata: timori per la liquidità che non c’è, rabbia per le incombenze che incalzano. Una sventagliata di proteste, mugugni e cazzotti sul tavolo. Ma, a domanda esplicita, era limitatissimo il numero degli imprenditori che annunciava che avrebbe alzato bandiera bianca.

Manifatturiero: stesso numero ma cambia l’identikit

Però non è vero che tutto resta uguale a prima e c’è solo da stringere i denti (e la cinghia). Anche qui parlano le cifre: l’anagrafe delle imprese della Camera di Commercio segnala che nella “fotografia” di fine settembre scorso salta agli occhi la lenta erosione di tutta una serie di tipologie tradizionali come, ad esempio, l’industria dei prodotti del legno (sette società in meno), le confezioni di abbigliamento (sei in meno), la fabbricazione di macchinari (sette in meno) o altri mezzi di trasporto (quattro in meno) mentre d’un colpo aumentano le attività di “riparazione, manutenzione e installazione di macchine” (24 in più). L’accelerazione è nei mesi del Covid ma è una tendenza che si era manifestata già prima dell’emergenza sanitaria: questa categoria di ditte è aumentata numericamente del 60,6% negli ultimi dieci anni (mentre tutte le altre classi manifatturiere sono diminuite del 18%).

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