Muore lo storico titolare dell’App end Aun: «Col suo sorriso ha fatto ballare Livorno»

Aveva 61 anni: ricoverato il 30 ottobre per problemi respiratori, poi il trasferimento in Rianimazione con il Covid  

LIVORNO. Alui piaceva ridere, divertirsi e ballare. Così, per unire il lavoro alle sue passioni, sedici anni fa aveva deciso di aprire in via della Cinta Esterna “App end Aun”, locale in cui aveva livornersizzato il suono inglese “Up and Down”. La ricetta del successo era semplice: portare a Livorno il sound legato al ballo latino americano che la moglie Joselyne, origini dominicane, gli aveva trasmesso. Ma non solo. Perché quel locale su due piani lungo lo stradone che corre tra il porto e la zona industriale, era diventato un punto di riferimento anche per feste e serate con musica dal vivo frequentate da generazioni di ragazzi.

Se n’è andato ieri, a 61 anni, Michele Elzio Briglia nel reparto di terapia intensiva dell’ospedale di Livorno. Era stato ricoverato lo scorso 30 di ottobre. Racconta in lacrime Ignazio, uno dei tre figli. «Aveva problemi respiratori, per questo abbiamo chiamato l’ambulanza. Nei giorni successivi, quando lo sentivamo in video chiamata gli abbiamo chiesto se era positivo al coronavirus. Ci rispondeva che era negativo, ma oggi, dopo quello che ci hanno detto in ospedale (il tampone era positivo ndr) crediamo fosse una bugia per non farci preoccupare».

Dieci giorni fa il peggioramento. «È stata una brutta sorpresa – prosegue il figlio – perché ci sembrava stesse migliorando, invece il quadro clinico è peggiorato, tanto che i medici lo hanno trasferito in terapia intensiva, poi lo hanno intubato e messo in coma farmacologico». Da quel giorno la famiglia ha cercato in tutti i modi di poterlo vedere, ma il protocollo in questi casi è moto rigido.

«Non poterlo salutare, non stargli vicini – va avanti il figlio – è un dolore che si somma al dolore». Oltre a Ignazio, il sessantunenne che era nato in Svizzera da genitori livornese emigrati, lascia altri due figli Alessio, 24 anni, e Michael, 32. «Nostro padre – proseguono – era felice di aver dato qualcosa alla città. Quel locale era la sua gioia più grande. Ecco perché quando l’emergenza sanitaria sarà conclusa vogliamo prendere il suo testimone».

Il lavoro però, non gli ha dato solo gioie, ma anche qualche grattacapo che lo aveva fatto soffrire e dal quale era uscito più forte. Come spiega il suo avvocato Claudia Piva. «Purtroppo il virus lo ha strappato alla vita senza pietà. Lascia un vuoto nella nostra e sua Livorno, cui ha insegnato ad amare ed apprezzare la musica e il calore latino americano. Era un imprenditore di rara onestà e probità, uomo generoso, si è sempre prodigato nell’aiutare i più deboli e sfortunati, con comportamenti concreti ed efficaci. Ecco perché Livorno – va avanti – perde un grand’uomo, cui va la nostra riconoscenza. Un uomo che ha sempre saputo rappresentare la natura multicolore della nostra città, oltre a rappresentarne l’intraprendenza e il coraggio. Le attività di Michele ci hanno accompagnato per oltre venti anni, regalandoci momenti di allegria e felicità, colorando le nostre serate dei colori più caldi e gioiosi».
 

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