Il Palazzo d’Inverno conquistato con i voti: così Livorno divenne roccaforte rossa

Domenica 22 l’anniversario dell’elezione del primo sindaco socialista. La sinistra vince le elezioni, i vecchi ceti liberali abbracciano i fascisti 

LIVORNO. Solo un bizzarro capriccio del destino poteva fissare nell’anniversario della rivoluzione sovietica la data della vittoria elettorale che ha portato i socialisti alla conquista del governo locale. Inutile dire che quel giorno stesso gli operai piantarono in asso le fabbriche per festeggiare il successo con un corteo che non nascondeva la voglia di impossessarsi della città fra “Bandiera rossa” e “l’Internazionale”. Ma, prima ancora che Sergej Ejzenstejn ne facesse un film-capolavoro parlando dell’Urss, la conquista del Palazzo d’inverno di noialtri, quaggiù fra Santa Giulia e la Venezia, sarebbe andata in scena un lunedì di novembre – domani fanno cent’anni esatti esatti – con le plebi vocianti che risalgono lo scalone d’ingresso. Bisogna tornare indietro fin qui, dice Claudio Frontera, per capire le radici della sinistra di governo a Livorno.

Il lampadario del Palazzo


Il cronista del Telegrafo di allora annota che urlano: «Viva il Comune socialista! Viva la Russia! Viva Lenin! ». E poi “fotografa” con le parole l’immagine del «buon Volandri, capousciere» mentre accende i cristalli dell’aula consiliare. Andrà tutto in frantumi: il “donzello” non se n’è accorto ma «le splendide lumiere» delle liturgie di quel tot di democrazia di fine Ottocento sono già sbriciolate sul pavimento.

Non è passata nemmeno una settimana dal voto, ed ecco che nel fronte anti-socialista si squaglia il vecchio notabilato liberale post-risorgimentale che con il fuoco incrociato del Telegrafo e della Gazzetta aveva cercato di sottrarre consenso al Partito socialista (già nel ’19 oltre il 50% a Livorno) e viene sostituito dall’emergere di un nuovo ceto politico un po’ nazionalista un po’ fascista. Il debutto: il 10 novembre, tre giorni dopo la vittoria socialista, i manifestanti livornesi al rientro da Roma dopo la celebrazione del Milite Ignoto mettono a ferro e fuoco la città operaia. Sono soprattutto giovani allievi dell’Accademia navale. E questo non stupirà: se è vero che la Marina militare ha sempre tenuto a presentarsi come “regia” più che fascista, non si dimentichi che nella parabola del regime mussoliniano a Livorno ha un ruolo centrale Costanzo Ciano che prima di esser ministro per dieci anni, aveva vestito l’uniforme di alto ufficiale della Marina.

Il paradosso

«Paradossalmente – spiega Paola Ceccotti in uno studio sull’avvento del fascismo a Livorno – mentre il Partito socialista, nella sua anima massimalista, si richiama ai principi rivoluzionari, di lotta di classe, di dittatura del proletariato e poi invece combatte sul terreno delle regole politiche e democratiche, all’opposto cresce un movimento che raccoglie gli esclusi, i delusi, i nostalgici che fanno della patria, dei valori tradizionali borghesi, del rispetto per le istituzioni il baluardo più alto ed in nome della restaurazione dell’ordine ritengono che ogni ostacolo possa essere superato con la forza e con il terrore».

Non c’è solo il primo tentativo di far sentire ai “rossi” il morso della “Santa repressione” e la conquista della leadership dell’opposizione da parte dei fascisti. Siamo con tutte e due le scarpe ben dentro il “biennio rosso”, dunque non è un episodio solo livornese. Ovunque ci si giri, tira aria di revolverate. Il D-day del nuovo consiglio della cittadella “rossa” viene tenuto a battesimo all’indomani della strage di Bologna: 11 morti e un fiume di feriti per l’assalto al Comune da parte degli squadristi che avevano fatto il giuro di impedire ai socialisti, trionfatori alle elezioni, di issare il loro vessillo rosso sul Palazzo.

Clima incandescente

È in questo clima politico che si taglia a fette che Giuseppe Emanuele Modigliani, il fratello di Modì, già deputato e fresco di rielezione, apre i lavori da consigliere anziano: «Questa dovrebbe essere in teoria la casa di tutti ma è sempre stata la casa di chi ha tenuto il potere».

Lo ripete garantendo alle minoranze libertà di parola e agibilità politica: siccome siamo su un campo di battaglia, è quasi una scelta di civiltà. E dall’opposizione gliene dà atto l’avvocato Adolfo Corcos: ma appena con un piede dentro il Palazzo, i socialisti vogliono marcare il segno e vogliono mettere ai voti la condanna della gazzarra fascista al rientro da Roma e, al tempo stesso, la solidarietà a leader anarchici perseguitati. Sono le prime bandiere piantate sul perimetro del campo e la scaramuccia comincia subito: figuriamoci se i partiti borghesi si associano (non esistono perseguitati e non si emettono condanne a senso unico).

Mondolfi eletto sindaco

Ed è il prof. Uberto Mondolfi, poi eletto sindaco, a dirlo senza troppi diplomaticismi: «Le violenze che deplorate sono le violenze che voi stessi stimolate con tutti i mezzi». E poi: «Noi teniamo a dichiararci i rappresentanti del disordine, noi che vogliamo costruire il nuovo ordine». Lo ribadisce dopo aver ironizzato sui «provocatori fascisti» come «rappresentanti dell'ordine», senza risparmiarsi la stoccata contro un consigliere di minoranza: era nella spedizione squadrista.

L’insediamento del consiglio provinciale – che vedrà Menè Modigliani eletto presidente – sarà qualche giorno più tardi: per far capire bene che avrebbero conteso ogni spazio “fisico” a ridosso delle gracili istituzioni, i fascisti arrivarono in duecento per presidiare Palazzo Granducale.

Era cambiato il governo della città (e della provincia): cambiava il ring della politica perché entravano sulla scena i partiti di massa (e di lì a poche settimane, al Goldoni si sarebbe celebrata la scissione socialista dalla quale nascerà il Pci): è una parabola raccontata anche, solo per fare un paio di nomi, da uno storico come Stefano Gallo, soprattutto a cavallo della Grande Guerra, e da Renzo Cecchini, che ritroveremo dopo la Liberazione come assessore.

Ma era cambiato anche molto altro: a cominciare dall’identikit del porto, che si sarebbe spostato a nord e diventato a servizio del polo industriale. Dopo la lunga crisi della formula di emporio commerciale europeo, Livorno aveva cambiato modello di sviluppo: da città mercantile a città di ciminiere e operai.
 

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