Heller e la tentazione Livorno: «Provai a prenderlo 2 anni fa, ora diventerò socio»

Il presidente del Livorno Giorgio Heller

I retroscena del presidente: «Ho un patto con Mariani. La tifoseria rossa? La politica in curva non mi piace, ero capoultras della Roma, ma venni via». Sul "mi piace" alla vedova Almirante: «Volevo prenderla in giro. E una volta mi hanno clonato Facebook mettendomi "mi piace" anche a Forza Nuova»

Presidente Heller come sta?

«Ho tosse ma niente di esagerato. Ho scritto su Facebook del mio Covid perché era l’unico modo per avvertire tutti coloro che erano entrati in contatto con me».


Parliamo del Livorno: in società ha trovato il caos...

«Sono abituato alle sfide importanti».

Come è arrivato alla guida degli amaranto?

«Un paio di mesi fa Danilo Mariani con cui collaboro per Roma Capitale, sapendo che sono stato presidente del Trapani, mi dice “Giorgio, tu hai esperienza nel calcio, dammi una mano”. Da “dammi una mano” a essere coinvolto come presidente è stato un attimo. Ne sono felice perché questa è una piazza in cui crediamo e che merita ben altro. Facciamo e faremo di tutto per il Livorno. Mi spiace solo che ora dovrò farmi 15 giorni a casa».

Una partita da presidente è riuscito a vederla, è arrivato fino a Meda…

«Ho il 100% delle vittorie».

Che squadra ha visto?

«Il secondo tempo mi ha impressionato, ho visto un gruppo intelligente, che ha saputo gestire le difficoltà con personalità. E il mister è forte».

Urgono dei rinforzi.

«Entro domani (oggi, ndr) li metteremo a disposizione».

Dunque la fidejussione è risolta?

«È in corso di emissione, tra stasera e domani (oggi, ndr) si chiude. Non con Cerea».

Dovrete comunque fare i conti con Banca Cerea e con la sua parte di soci…

«Abbiamo un patto di maggioranza con Aimo che ci garantisce il 52%».

Un gruppo così nutrito di azionisti potrebbe creare difficoltà nella gestione.

«Mercoledì abbiamo fatto il primo consiglio di amministrazione alla presenza dell’avvocato Gargani in rappresentanza di Navarra e Ferretti».

Com’è andata?

«È stato confronto duro, che ci permetterà di lavorare in modo più chiaro. Sappiamo cosa vogliono fare loro e loro sanno che cosa vogliamo noi».

Ce lo spieghi.

«Quello che ci siamo detti in Cda è riservato».

Insomma continuate a non andare d’accordo. Come sono i rapporti adesso?

«Con Aimo c’è grande collaborazione e stima reciproca: lui è molto preso dal Livorno, si è trovato a disagio nella precedente gestione, c’era un uomo solo al comando o meglio voleva essere un uomo solo al comando, l’ha ribadito il suo rappresentante in cda».

Ce l’ha con Navarra?

«Ognuno vede a modo suo come stare in società. Ma per favore, mi eviti polemiche con Navarra. Non mi va e poi lui ha fatto un passo indietro.

Come si può risolvere questa situazione conflittuale?

«Abbiamo convocato un’assemblea dei soci per venerdì 6 novembre, che sarà molto importante per il futuro della società per ragioni che ora non posso anticipare».

Potrebbe essere deliberato un aumento di capitale in modo da ridefinire la spartizione del Livorno?

«Potrebbe».

Spinelli in tutto questo come lo vede?

«Si sta tenendo in retroguardia. Io contavo di andarlo a trovare a Genova, insieme a Mariani. Andrà Danilo».

Lo ha mai conosciuto?

«Feci la sua conoscenza un paio di anni fa, quando andai a Genova, nei suoi uffici, a chiedere di comprare il Livorno».

Dunque è un interesse di vecchia data: c’era Mariani?

«Avevo altri partner».

Mica Petroni con cui è arrivato a Trapani con grandi progetti per poi lasciare la società dopo pochi mesi, prima della retrocessione e del fallimento?

«No Petroni non lo conoscevo. Andai a fare un incontro col commendatore Aldo e col figlio Roberto, ma non ci si mise d’accordo. Però su Trapani mi lasci raccontare i fatti».

Prego.

«Abbiamo rilevato la società a giugno 2019 ed era un modellino, ebbi anche i complimenti della Lega. Purtroppo ci sono stati i capricci di una proprietà che hanno rovinato tutto. Ho portato io quell’imprenditore a Trapani, e fu molto apprezzato perché salvò la situazione in tre giorni, ma dopo un mese e mezzo si capì che il proprietario a dispetto di un accordo preso con me e con suo figlio, voleva far saltare il patto, e infatti a ottobre è andato via il figlio di Petroni e a dicembre io. Allora feci una conferenza stampa dove pronosticai tutto quel che poi è successo».

Quali erano i patti?

«Petroni non doveva entrare nel merito della società, che dovevamo gestire io come presidente e il figlio come amministratore delegato, senza sue interferenze. È durato poco».

Torniamo al Livorno: lei rappresenta una figura particolare, un presidente che non è socio.

«Il patto col Gruppo Carrano prevedeva che nell’immediatezza l’operazione fosse fatta da loro per tutto il 34%. Da qui a qualche mese entrerò in quota parte anch’io».

Con quale percentuale?

«Vede, con Carrano lavoro da 20 anni, con Danilo pure, ci siamo dati una stretta di mano, non stiamo a vedere ora le percentuali che tra l’altro con il bilancio del Livorno valgono anche poco: se hai il 20% del Livorno non è che puoi vantare un patrimonio, anzi oggi hai qualche problema».

Ma lei è stipendiato o no?

«No, come nessuno dei membri del cda. Tuttavia un presidente stipendiato è come un amministratore delegato stipendiato, è un manager. Il patron vecchio stile è un’idea superata, oggi le società vano gestite. Insomma non ci vedrei nulla di male e neanche nego che in futuro potrà essere così. Se dovessimo rimettere in piedi la società è giusto che la dirigenza venga pagata, compreso il presidente».

Che apporto pensa di poter dare da presidente?

«Voglio portare il mio contributo nei rapporti con Lega, Federazione e sponsor, sapendo come tenere a bada il sistema di un club non facile da gestire».

Ma lei oltre al Trapani ha gestito altre società calcistiche?

«No, solo il Trapani».

Anche lì era presidente non socio…

«C’era lo stesso tipo di accordo, solo che qui l’ho fatto con persone serie».

Lei è ebreo, convinto sostenitore dei diritti di Israele, e uomo di destra. Sa che a Livorno troverà una delle tifoserie che è stata tra le più rosse d’Europa? E che in questo stadio più volte ha sventolato la bandiera palestinese?

«Sono un ebreo che pensa di destra, ma non sono della destra romana. Sappiamo che cos’è la destra romana, ha un’accezione brutta nei miei confronti. Mai e poi mai ho militato nella destra romana».

Il Giornale l’ha inserita anni fa tra i big della destra nazionale con Crosetto, Storace e Alemanno raccontando di una sua partecipazione al teatro Adriano a un evento con Arturo Diaconale.

«Io l’ho smentito».

Ma non risulta.

«Le ripeto non sono militante della destra romana, sono consigliere della comunità ebraica, come fa un consigliere della comunità a essere di destra?».

Ci sono molti ebrei di destra, non è un reato.

«Ma la destra romana è una brutta parola».

Sul Tirreno dei giorni scorsi abbiamo tratteggiato un ritratto della sua vita extracalcistica parlando proprio dei suoi rapporti con la politica e del suo ruolo nel mondo ebraico, della sede della sua fondazione nell’ex convento concessole gratis da Alemanno etc. Lo smentisce?

«Sulle questioni professionali avete scritto tutte verità, non mi ha disturbato. Voglio precisare che Ulissi fu assolto con formula piena non prescritto. Ma la storia di Almirante proprio non mi va giù».

Abbiamo citato un post che lei ha fatto sul suo profilo Facebook in cui rilancia la frase di Donna Assunta e ci clicca pure “mi piace”...

«Non è possibile».

Guardi qua, glielo inviamo via whatsapp...

«Ah, ora ricordo, ma l’ho cliccato per prenderla in giro».

Ma esistono altre faccine su Facebook per evidenziare un dissenso.

«Ma allora non ero molto esperto di social, mi ero iscritto da poco. Le racconto un aneddoto: un giorno mi chiama mio cugino e mi dice “Giorgio, hai messo mi piace su Forza Nuova?”. Io rimasi stupito, poi ho scoperto che mi avevano clonato il profilo e mi mettevano “mi piace” sulle cose di destra».

Con Alemanno come è rimasto?

«Siamo amici, lo conobbi poco prima che divenisse sindaco perché era interessato a fare beneficenza verso ragazzi palestinesi e israeliani quando io ero vicepresidente di un’associazione italo israeliana. Iniziammo un rapporto e vide che avevo contatti importanti con grandi aziende tecnologiche e così quando divenne sindaco mi delegò a gestire i rapporti con tecnologia e ambiente, poi feci la fondazione Roma Capitale».

La descrivono spostato verso Salvini: è vero?

«Sono tra virgolette amico di Matteo, con cui ho stabilito una serie di rapporti. Il secondo viaggio di Salvini in Israele ho contribuito io a organizzarlo. Ma in un’accezione di positività dei miei interessi ideologici parlo con Salvini così come con Zingaretti, che conosco bene. Ah, ho votato Rutelli, non certo Fini all’epoca».

A proposito di Salvini: perché ha cancellato il suo profilo Twitter in cui rilanciava molti dei messaggi del leader della Lega?

«Ora mi cancello anche da Facebook, mi arrivano 50mila messaggi al giorno».

Ma non ci dica che era inondato di messaggi anche su Twitter...

«Ma non l’ho mai usato, avrò fatto 10 post».

Per la verità ha fatto 220 tweet e messo 293 like. Sa che risulta cancellato anche il suo profilo Wikipedia?

«Guardi non ho nulla da nascondere. La mia attività social non la rinnego: il mio sostegno a Israele che ho espresso su Twitter da ebreo è quasi automatico, quasi...».

Dalla tifoseria che si aspetta?

«Io non penso che Livorno sia una città chiusa, poi se mi diranno che me ne devo andare me ne andrò. Devo fare il presidente di una società, quel che fanno i tifosi sono affari loro. La politica in curva non mi è mai piaciuta, e sta parlando con un vecchio curvarolo della Roma».

La politica è da decenni in Curva sud all’Olimpico.

«Io ero un capoultras dei Cucs, uno davvero conosciuto allo stadio, mi allontanai nel 1991 proprio perché non sopportavo più la politica in curva. Se mi dovevo porre il problema della curva del Livorno non sarei neanche venuto, sono qui per fare calcio, nel mio lavoro vivo di relazioni che a volta sono con amministrazioni di destra e di sinistra, e mi piace intrattenere rapporti, ma non mi ritengo nè di destra né di sinistra».

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