Due operai morti nell’esplosione in porto: «Dopo la tragedia falsificato il documento sulla sicurezza»

La cisterna numero 62 all’interno della Neri Depositi Costieri esplosa il 28 marzo 2018

Oltre ai 14 indagati per omicidio colposo per la tragedia alla Costieri Neri, spunta anche un altro capo d’imputazione. Nei guai il responsabile prevenzione di Labromare: «Atti modificati il giorno dopo per alleggerire la posizione dei vertici»

LIVORNO. Parole aggiunte. Molte. In alcuni casi addirittura intere frasi. Correzioni disseminate in diverse parti del cosiddetto “documento operativo della sicurezza” dei lavoratori di Labromare. Una specie di vademecum su come comportarsi nelle operazione di svuotamento di una cisterna che contiene liquido altamente infiammabile, proprio come quello all’interno delle cisterne del deposito di via Leonardo da Vinci.

Modifiche ad hoc – secondo gli investigatori – effettuate in due momenti diversi, successivi all’esplosione alla Neri Depositi Costieri, avvenuta il 28 marzo 2018 e costata la vita a Nunzio Viola e Lorenzo Mazzoni. E poi consegnate alla polizia giudiziaria che ne aveva fatto richiesta. Un piano, secondo la procura che avrebbe avuto come obiettivo quello di alleggerire la posizione del datore di lavoro e del committente, appesantendo invece la posizione del collega degli operai morti facendo passare il documento modificato come attuale, vale a dire in vigore il giorno della tragedia. E che invece – è l’ipotesi della Procura – era difforme dall’originale.



È questo il lato più oscuro che emerge dagli atti d’indagine sulla tragedia avvenuta nello stabilimento alla perfieria nord di Livorno due anni e mezzo fa e che ha portato la pubblico ministero Sabrina Carmazzi a chiedere il rinvio a giudizio per i vertici e i manager delle due società coinvolte con l’accusa di omicidio colposo: Labromare in quanto datore di lavoravo dei due operai e Depositi Costieri Neri come proprietari del piazzale e appaltatrice dell’intervento.

IL SECONDO FILONE

Al centro di questo secondo filone d’inchiesta c’è il nome di Emiliano Coluccia, 47 anni, difeso dall’avvocato Gabriele Rondanina. All’interno di Labromare, il quarantasettenne livornese, indagato anche per omicidio colposo, ricopre il ruolo di responsabile del servizio di prevenzione e protezione. Per ricostruire l’ipotesi di falso in atto pubblico che gli viene contestata è necessario tornare alla sera del la tragedia quando nella sede di Labromare arriva la polizia giudiziaria per alcune perquisizioni finalizzate ad acquisire la documentazione su regole e prevenzione. La mattina successiva, alle 8.36 (l’ipotesi è che abbia passato la notte al lavoro), dalla casella di posta elettronica dello stesso Coluccia (e.coluccia@labromare.it) viene inviato alla polizia che lo aveva richiesto. Sei giorni più tardi, siamo al 4 aprile, tale documento viene consegnato ufficialmente. Ed ecco che spuntano le prime difformità sul “Documento operativo delle sicurezza dei servizi a terra”. Otto le modifiche cerchiate dagli investigatori rispetto all’atto che invece era in vigore. Nel paragrafo 9.1, ad esempio, dopo gas free viene aggiunto «fare riferimento al documento “Procedure operative per ambienti confinanti”». Nel punto che descrive le varie fasi dello svuotamento , dopo completa eliminazione compare una postilla: «Per le sostanze volatili e/o infiammabili è importante effettuare un coordinamento con il responsabile dei lavori committente anche prima di accedere al bacino di contenimento». E ancora due paragrafi dopo per quello che riguarda le attrezzature e linee di aspirazioni spunta la frase «mezzi operativo aspirante» e dopo attrezzi anti scintilla «bronzo, rame, inox).

LA SECONDA MODIFICA

Passano dieci mesi, siamo al 28 febbraio 2019, quando Coluccia consegna agli investigatori una seconda versione dello stesso documento. E qui – secondo la Procura – le alterazioni rispetto all’originale sarebbero una ventina in tutto. Viene aggiunta ad esempio «l’obbligo – si legge – per gli operatori di indossare idonei dispositivi a protezione delle vie respiratori e di indossare il rilevatore multigas in dotazione, precisando che è consigliabile far espletare tale attività almeno un paio di giorni prima dalla committente, verificando, in tal caso che tutti i passi d’uomo siano aperti». Viene previsto anche come «l’isolamento delle tubazioni in arrivo e in partenza dal serbatoio deve essere effettuato dal committente. Ci sarebbe anche stata una alterazione rispetto al ruolo del preposto – in questo caso il terzo operaio sopravvissuto all’esplosione e per il quale la procura ha chiesto l’archiviazione. A lui viene delegata la verifica della corretta messa a terra del mezzo operativo, la compilazione delle check list. Infine viene aggiunto un rischio – quello dell’esplosione oltre all’incendio. E un divieto: portare sul luogo di lavoro apparecchiature elettroniche in particolare il cellulare. —


 

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