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Dietro la maggioranza del Livorno l’uomo che ha venduto l’Asti ai clan

Ecco chi è Pier Paolo Gherlone, ragioniere a processo per mafia, collante dei soci piemontesi e regista di ogni loro mossa. Martedì in via Indipendenza probabile resa dei conti in cda 

LIVORNO. La notizia, che il Livorno Calcio aveva omesso e che il Tirreno ha svelato ieri, è confermata: Pier Paolo Gherlone è stato nominato segretario generale del consiglio di amministrazione amaranto.

Il commercialista, ex presidente dell’Asti, si è già presentato più di una volta nella sede di via Indipendenza. Che funzioni e quali poteri siano riservati al segretario generale di un cda non è particolarmente chiaro. Nè è noto se il nome del ragioniere figuri anche nell’organigramma comunicato alla Lega o solo in un documento interno. Ma si sa come si sta muovendo Gherlone: da coordinatore, anzi meglio, da vero e proprio regista del consiglio di amministrazione, di cui pur non è parte.


Si racconta anche che in una recente riunione, a capotavola ci fosse lui a dare le carte. La conferma che Gherlone figuri ufficialmente nell’organigramma amaranto da un lato getta ulteriori dubbi sul nuovo assetto societario (visti i trascorsi del commercialista che in questo articolo proveremo a raccontare più nel dettaglio) e dall’altro conferma ancor di più quanto scritto ieri dal nostro giornale: un azionista di maggioranza assoluta nel Livorno Calcio esiste ed è l’accoppiata Aimo-Casella/Lopez, che sulla carta ha il 18% più il 34%, ma di fatto è un unicum 52% nelle mani di Gherlone che dei vari personaggi piemontesi entrati in società è non solo il punto di riferimento, ma il vero e proprio collante, per non dire burattinaio.

Chiaramente è confermato anche tutto l’assetto azionario e il quadro societario che - carte alla mano e senza timori di smentita - avevamo descritto ieri su questo giornale.

Se questo è il contesto, resta il dubbio su come gli altri tre soci Spinelli, Navarra e Ferretti (tutti con curriculum imprenditoriali e solidità economiche di livello) abbiano accettato di finire in minoranza e di ritrovarsi nel Livorno senza avere il diritto di poter prendere in mano il joystick.

La maggioranza delle azioni d’altra parte è ben rispecchiata anche nella composizione del cda, dove i piemontesi hanno la maggioranza: 4 a 3, grazie ai voti di Casella, Nitti, Presta e Aimo.



Al proposito, martedì prossimo, 22 settembre, è stato convocato un altro consiglio di amministrazione, che viene annunciato come un bivio per il destino della società e che potrebbe diventare addirittura una resa dei conti: Navarra da una parte, Gherlone & Company dall’altra.

Come il Tirreno aveva scritto l’altro ieri, il tema del giorno è anche (e soprattutto) la questione dei soldi: le prime spese di gestione, cioè gli stipendi, andranno pagate già a fine mese. Spicciolo più, spicciolo meno, si tratta di 400mila euro.

Domanda da un milione di dollari: questo gruppo di soci piemontesi che per comprarsi il Livorno ha dovuto chiedere un prestito al cento per cento da restituire in 4 anni, sarà in grado di sborsare la parte di propria competenza?

Banca Cerea ha affermato di aver limitato il proprio finanziamento all’acquisto della società amaranto e di non prevedere prestiti finalizzati ai costi di gestione. Dunque Aimo (con la sua società da 500 euro di capitale sociale e un solo addetto) e Casella-Lopez (con la loro società da 10mila euro e zero dipendenti) entro il 30 settembre dovranno pagare rispettivamente 72mila euro e 144mila euro. Riusciranno a rispettare gli impegni e chi eventualmente li aiuterà a farlo?

Un aiuto concreto potrebbe arrivare proprio da Gherlone, visto che di fatto il commercialista è quello che ha messo insieme questo gruppo di micro-imprenditori, molti dei quali passati dal Censin Bosia, il piccolo stadio di Asti. Pare scontato che il ragioniere avrà pensato a come reperire le risorse.

Ma perché questo interessamento al Livorno, si chiedono in molti? Raccontava Gherlone in un’intervista di due anni fa alla Nuova Provincia di Asti: «Ho vari progetti in mente, ad esempio un centro sportivo con albergo a Novara con alcuni soci». Un sogno che aveva già accarezzato rilevando un albergo ad Asti, l’Hasta Hotel. Chissà che quel progetto adesso non sia stato spostato sulla costa toscana, visto quel che ha raccontato l’altro giorno il presidente di Banca Cerea Luca Mastena: «Colevano comprare il Novara ma li ho convinti a spostarsi sul Livorno...».

È chiaro che molto del presente (e forse del futuro) amaranto ruoti intorno alla figura di questo ragioniere commercialista, ex assessore al Bilancio del Comune di Asti.

Va detto che mettere ai raggi X tutta l’attività di Pier Paolo Gherlone è affare molto complicato: anche per la sua professione, alle varie Camere di commercio del Piemonte si contano ben 66 società di cui è stato amministratore, liquidatore, sindaco revisore, e in diversi casi propietario.

Tra queste c’è proprio l’Asti Calcio, dal quale è iniziato il principale dei suoi guai giudiziari, tuttora in corso: dopo essere stato arrestato due volte in passato per reati fiscali e contro la pubblica amministrazione, nello specifico nell’ambito di un’inchiesta sui fallimenti di alcune società di sicurezza, e sempre assolto o prescritto, Gherlone si trova adesso di nuovo imputato a seguito dell’indagine “Barbarossa” condotta dalla direzione distrettuale antimafia di Torino che l’ha accusato di essersi fatto aiutare a pagare debiti dell’Asti Calcio da soggetti appartenenti alla ’Ndrangheta.

Il processo è ripreso in questi giorni dopo la pausa estiva e martedì scorso c’è stata un’udienza durante la quale Gherlone ha tra l’altro rivelato di aver collaborato con la giustizia nell’ambito di un’altra inchiesta per mafia: «Mentre in questo processo venivo accusato di fiancheggiare la ‘Ndrangheta, nell’ufficio accanto la polizia giudiziaria mi trattava con i guanti perché sono stato un collaboratore nell’ambito di un’indagine sull’usura praticata dalla ‘Ndrangheta in Piemonte», ha raccontato in aula come riporta la Nuova.

Ma qual è l’accusa mossa a Gherlone? Negli atti si legge che Gherlone «concorreva nell’associazione di tipo mafioso denominata ’Ndrangheta consentendo alla predetta organizzazione, nei cui confronti manteneva relativa autonomia, agendo per tornaconto personale e nella consapevolezza di contribuire al consolidamento del sodalizio criminoso, di conseguire le finalità di ottenere in modo diretto o indiretto la gestione e il controllo di attività economiche sul territorio».

Di fatto il commercialista si sarebbe attivato per cercare finanziamenti da utilizzare per far fronte alle necessità dell’Asti Calcio e avrebbe acconsentito alla decisione della famiglia Catarisano di far assumere il presunto «capo dei clan della Valle del Tanaro», Rocco Zangrà di Alba, nella società calcistica consentendogli di ottenere una modifica e un’attenuazione delle prescrizioni della sorveglianza speciale di pubblica sicurezza.

Accuse che Gherlone ha respinto, come riporta La Stampa, attraverso il suo legale, l’avvocato Serse Zunino, e in una lettera aperta: «Nel periodo delle contestazioni, Gherlone era già fuori dal direttivo dell’Asti calcio. Non vorrei finisse come nelle altre occasioni, quando dopo anni di processi e grande risalto mediatico alle accuse è stato poi assolto», ha detto il suo legale.

Martedì scorso, al processo, il nuovo segretario generale del cda del Livorno Calcio si è difeso in aula, spiegando che Zangrà per lui era uno sconosciuto presentato da Catarisano come un amico che aveva bisogno di un posto di lavoro per poter godere dei benefici della misura preventiva.

È proprio alla famiglia di Giuseppe, Giovanni e Domenico Catarisano, che Gherlone nel 2016 aveva venduto l’Asti Calcio, poi fallito e penalizzato: di quel periodo i tifosi astigiani si ricordano ancora di quando Catarisano portava a pascolare il suo cavallo sul campo di gioco dello stadio Bosia che la famiglia aveva trasformato nella propria casa.

Nell’ottobre 2019 al termine di un rito abbreviato dello stesso processo in cui è oggi imputato il commercialista, a Zangrà venne poi inflitta una pena di 11 anni di galera, mentre a Giuseppe e Ferdinando Catarisano 9 anni e 4 mesi, come riporta Quotidiano.Net.

Qualche mese prima il Tribunale Federale della Figc aveva deciso l’inibizione per 5 anni di Giuseppe Catarisano. Nella decisione del presidente Alfredo Repetti si legge tra l’altro: «Giuseppe Catarisano è da ritenersi unitamente al signor Gherlone Pier Paolo il principale attore di una gestione societaria dissennata».