I Magazzini Kotzian simbolo di un’epoca Quando la città era fulcro del commercio

Il marchio sbarca nell’allora via Vittorio Emanuele, oggi via Grande, nel febbraio del 1878 e conquista i cittadini Eleganza e varietà di prodotti per una “firma” che dopo la Liberazione è tornata nella sua collocazione originaria

L’iniziativa



In via Vittorio Emanuele – via Grande, insomma – il marchio “Kotzian” sbarca un lunedì di fine febbraio dell’anno di grazia 1878: una bella scommessa, visto che Livorno stava perdendo colpi come grande polo commerciale.

Protagonista il figlio di quell’Agostino Kotzian che è figura centrale nell’economia livornese dell’Ottocento: entra a lavorare nella ditta di Pietro Senn, ne sposa la nipote e diventa socio di quest’impresa inizialmente appartenuta a monsieur Guigues fornitore dell’esercito napoleonico. Il documento più vecchio che era rintracciabile negli archivi era rappresentato da un registro di compravendita con la data del 5 marzo 1772: la ditta commerciava tutto quanto potesse esser commerciato, fosse il vetro di Venezia o la gomma arabica, le stoffe o il cacao e le volpi di Sardegna.

Un talento mica da poco: Agostino Kotzian lo ritroveremo presidente della Camera di Commercio, esponente influente della comunità protestante all’interno della Congregazione olandese-alemanna, uomo di riferimento della Banca di Sconto e “locomotiva” politica della costruzione di una delle prime ferrovie, la “Leopolda” che univa Livorno al centro del Granducato.

Era arrivato a Livorno da Brno. Ma le origini della dinastia rimbalzano sul mappamondo, colpa anche delle vicissitudini storico-geopolitiche: questa piccola grande capitale non s’è mossa dal suo angolino nel cuore d’Europa ma è stata talmente sballottata che i Kotzian sono stati raffigurati come austriaci, moravi, svizzeri e perfino armeni. Sta di fatto che abbiamo davanti un’altra delle grandi famiglie di mercanti che portando radici straniere – spesso intuibili dal cognome ma talvolta no (come nel caso dei Mimbelli, dei Maurogordato o dei Rodocanacchi, solo per citarne alcuni – hanno fatto la fortuna di Livorno nel Mediterraneo dal Seicento alla fine del porto franco.

In via Grande (o Vittorio Emanuele, che dir si voglia) i Kotzian avevano messo piede quando il cantiere della famiglia Orlando muoveva i primissimi passi e sul lungomare non era ancora stata messa la prima pietra dell’Accademia Navale (e Giuseppe Garibaldi non aveva ancora chiesto alla moglie di prender casa all’Ardenza per seguire il figlio Manlio cadetto). In via Grande vedete l’immagine amarcord della vetrina di Kotzian che troverete domani gratis in edicola acquistando la vostra copia del Tirreno: l’ennesima della serie di foto d’epoca per aiutarci a riscoprire il fascino della nostra storia. La presenza di quella “firma” commerciale in via Grande è stata anche un simbolo: basti pensare al vuoto lasciato nel ’43 con la decisione obbligata di lasciare Livorno devastata dai bombardamenti (e poi ingabbiata dalla “zona nera”) per trasferirsi a Pescia, come segnala lo studioso Ugo Canessa; basti immaginare quale segno di rinascita sia stato, dopo una provvisoria sistemazione nella Livorno liberata, il ritorno nella collocazione originaria lungo il principale corso cittadino, peraltro così cambiato con la ricostruzione post-bellica.

C’è un fotogramma che forse più di mille parole rende bene l’idea di quanto abbia contato la famiglia Kotzian: chissà se per le origini più o meno etichettabili come asburgiche, fatto sta che lo mandano a trattare con il generale D’Aspre appena prima della disperata difesa di Livorno nel 1849 contro il più potente esercito del mondo. Andò come si sa, ma Kotzian ci provò fino alla fine. Del resto, nella “Raccolta Ceramelli Papiani” sui blasoni delle famiglie toscane si ricorda, a consacrazione della piena integrazione nel contesto, che «Agostino Ignazio Kotzian fu ammesso alla nobiltà livornese nel 1851».

Non basta. Vale la pena, ad esempio, di seguire le minuziose ricerche di Matteo Giunti, attento studioso di album genealogici di mercanti ma anche di quella “Livorno delle Nazioni” attorno alla quale nascerà un’associazione della quale è presidente. Il motivo è il contesto: gli intrecci familiari ricostruiti da Giunti mostrano Agostino Kotzian e la sua famiglia dentro una rete fatta non solo di rapporti commerciali ma anche di arte e cultura. Non è affatto casuale il riferimento alla parentela con figure come l’editore Giovan Pietro Viessieux (cognato di Senn) o come il pedagogista Enrico Mayer (che sposerà la figlia di Agostino Kotzian) o come la famiglia Muller (Rodolfo sarà il primo ciclista italiano al Tour e Alfredo un ottimo pittore ancora da valorizzare, ultimi rampolli di un clan familiare alto-borghese sull’asse Livorno-Europa). Proprio il blog di Matteo Giunti dedicato ai mercanti livornesi con un elenco di oltre 120 nomi nell'arco di un paio di secoli mette in fila una sfilza di nomi che meriterebbero anche oggi attenzione per darci l'idea di quel che siamo stati quando non avevamo paura di vedere cognomi stranieri in mezzo ai Lenzi, ai Morelli, agli Jacoponi, ai Demi, ai Guerrieri e ai Barontini: a cominciare da Robert Bateman, mercante britannico che tanta parte avrà nel cimitero dei sudditi di Sua Maestà qui da noi. Oppure John Webb James la cui ditta di spezie è arrivata fino ai giorni nostri.

È proprio lo studioso livornese a ricordare in un paper su Webb James come la nostra città fosse tappa obbligata del Grand Tour della buona borghesia mercantile "non tanto per i monumenti quanto piuttosto come base logistica e principale porto di arrivo e di partenza". Potrebbe, guardando al passato, cominciare a essere una buona idea per costruirci anche un pezzo di futuro. —