L’Olimpiade nascosta del Capitano Caprilli è l’emblema della città delle 500 medaglie

Il capitano Federico Caprilli, livornese, classe 1868

L’ufficiale campione mai riconosciuto ai Giochi di Parigi del 1900 perché gareggiò in incognito infischiandosene degli ordini  

Il Caprilli – solo il cognome – è rimasto inchiodato all’amarezza di un pezzo di Livorno che se n’è andata per sempre e ora pesa come un enorme buco nero, una menzogna o un vizio assurdo che ha fatto sparire una striscia di lungomare. Congelato, segregato, inghiottito nel nulla: rimosso dall’immagine e dall’immaginario, basta tener chiuso il cancello.

Anche la storia dell’ex ippodromo abbandonato viene da lontano, ma quel che ci interessa qui è un Caprilli che viene ancora più da lontano: stiamo parlando di Federico Caprilli nel senso del capitano di cavalleria considerato l’inventore dell’equitazione moderna. Anzi, Federigo Olinto detto Ghigo, come lo ricorda il bel libro edito da Erasmo e scritto da Gabriele Benucci: classe 1868, una vita così “livornese” che sembra un romanzo. A cominciare da quel patrigno garibaldino che rimpiazza il padre vero morto quando Ghigo era un bambino. Militare tutto d’un pezzo sì, ma anche con uno spiritaccio labronico: al punto che giustamente Benucci lo identifica come forse il primo campione dello sport amato dalle masse. Niente codino-Mulan alla Ronaldo e tattoo alla Lebron James (“Chosen 1”) o alla Chris Andersen (con le ali sulle braccia) ma un paio di baffoni spavaldi e incantatori per le giovani pulzelle di buona famiglia.


Negli annuari delle Olimpiadi non c’è ma è lui il primo medagliato con targa livornese nella storia dei Cinque Cerchi. Prima di lui nel fiume di allori olimpici, iridati o continentali nelle competizioni sportive – nella lunga cavalcata ai vertici dello sport internazionale che con mezzo migliaio di medaglie conquistate mette Livorno nell’Olimpo delle città più medagliate di tutto il pianeta – c’è il bronzo del “quattro con” agli europei del 1895 a Ostenda da Ettore Sebastiani, Fortunato Barbini, Alfonso Taddei, Ezio Carlesi (tre su quattro erano livornesi così come il timoniere Corrado Gragnani), bis nella stessa disciplina quattro anni più tardi ma conquistando l’argento (con Giovanni Rodinis e Niccolò Razzaguta, ambedue labronici, al posto di Sebastiani e Barbini).

Di Caprilli tutti sanno o comunque sospettano che, nell’ultima prova ai Giochi di Parigi del 1900, abbia preso il posto del conte Gian Giorgio Trissino, del quale l’ufficiale livornese era preparatore. A quei Giochi doveva esserci Caprilli, solo che il via libera non arrivò affatto.

Benucci rievoca un singolare ricordo che di Caprilli farà il conte Enrico Giacobazzi Fulcini: Caprilli va sì in incognito a Parigi, prepara i cavalli ma poi però ci ripensa e rientra disciplinato nei ranghi e lascia i Giochi. Lo scrittore-regista labronico non ci sta e immagina che il capitano livornese approfitti del fatto che non l’hanno riconosciuto e con una prova magistrale nella gara in estensione regali la medaglia a Trissino. Poteva quest’ultimo piantare una grana? Forse, ma non dimenticatevi che nella gerarchia era un sottoposto di Caprilli. Di lì a due anni il capitano sanjacopino farà anche il record mondiale di salto in elevazione. E comunque, per uno che all’uscita dall’Accademia era stato bollato come “mediocre in equitazione”…

Del resto, l’ufficiale si era fatto parecchi nemici anche nelle alte sfere: raccontano che perfino il generalissimo Cadorna lo guardasse di traverso. Dipende forse dal fatto che lo spiritaccio labronico era mal tollerato dalle gerarchie militari sabaude, figuriamoci poi se costui ci metteva il carico delle pose da rubacuori. Lo si vide anche per il giallo della morte: come se Hamilton si ammazzasse alla guida di una Smart perché si è dimenticato di dare la precedenza.

La storia di Caprilli ci riporta alla memoria un’altra non-medaglia di un livornese (d’azione): quella del ’72 a Bruce Biddle, ciclista neozelandese che avrebbe dovuto salire dal quarto posto al bronzo per la squalifica di un positivo al doping. Non è andata così: è stato il Comune di Collesalvetti (Biddle vive a Vicarello da lungo tempo) a oareggiare i conti con un “bronzo” simbolico.

Caprilli medagliato o no, sta di fatto che nei primi decenni del Novecento Livorno è una fucina di campioni. Bisognerebbe qui lasciar parlare per ore il nostro inviato molto speciale Aldo Santini per farsi raccontare l’epopea di Neo Nadi e del fratello Aldo (ma anche quella del padre padrone Beppe) e il prodigioso raccolto di titoli. Nedo d’oro a Stoccolma nel 1912 nel fioretto individuale, poi a Anversa 1920 un filotto di cinque straordinarie vittorie olimpiche (fioretto, sciabola e spada individuale più due titoli a squadre): quanto basta per farne una superstar in tutta la storia olimpica (come caso unico nella scherma sia perché ha fatto l’en plein in tutte le armi sia per il numero di ori vinti nella stessa edizione). Alle Olimpiadi del 1920 c’è un altro atleta livornese che conquista l’oro: è Vittorio Lucchetti nella ginnastica, farà il bus quattro anni più tardi.

Se invece torniamo alla scherma la straordinaria dynasty della famiglia livornese dei Montano – anch’esso caso unico al mondo – inizierà alle Oimpiadi ’36 con nonno Aldo, babbo di Mario Aldo ma anche zio di Carlo, Tommaso e Mario Tullio e nonno di Aldino, quasi una cinquantina di medaglie fra Olimpiadi e mondiali.

C’è un’altra “famiglia” in un altro sport, ma è sempre dal cuore labronico: sono gli Scarronzoni, che contrassegneranno nel canottaggio mondiale con poco meno di una trentina di atleti nell’arco di quasi vent’anni dal titolo europeo del ’29 con due argenti alle Olimpiadi del ’32 e del ’36.

Negli anni precedenti il nome di Livorno l’aveva tenuto alto nel tiro a segno un campione come Riccardo Ticchi: di scena già dai mondiali di Lione 1904 fino alla seconda metà degli an ni venti (ai campionati iridati 4 ori, otto argenti e un bronzo).

L’elenco potrebbe proseguire: ci sarebbe da raccontare anche l’azzurro di talenti labronici come Mario Magnozzi nel calcio e di Bianco Bianchi o Ivo Mancini nel ciclismo. Alla prossima volta. —