Dal traffico di esseri umani dentro i container siamo passati ai trucchi per infilarsi fra i camion

Com’è cambiato il flusso di irregolari sulle banchine e la tipologia del loro nascondiglio. E un tempo Livorno era il porto dei disperati che morivano sognando di raggiungere il Canada  

Un interminabile susseguirsi di nomi e cognomi declamati nel flash mob in tante piazze della nostra città nel corso di un flash mob nel febbraio dello scorso anno: sono i 34.361 morti durante la fuga dalla fame, dalla miseria e dalla guerra verso noi, “fortezza Europa”. Nessuno li conosce, e nessuno sa che qualcuno di loro la morte l’ha trovata qui da noi: nel porto di Livorno, dentro un container.

L’arrivo dei migranti ce lo immaginiamo come nient’altro che l’esodo biblico a bordo di barconi che fanno la spola fra le coste libiche o tunisine e quelle siciliane: qualcosa, insomma, lontano da noi almeno mille chilometri. In realtà, buona parte del flusso è dato da chi arriva con un qualunque visto temporaneo come un passeggero di traghetti o di aerei e non rientra quando scade: ma è una folla che si mescola all’andirivieni ordinario e dunque, non avendone consapevolezza, anche questo lo sentiamo come lontano.

I cinque irregolari piombati in Darsena 1 all’imbrunire di venerdì hanno alzato il velo su qualcosa che sembra non riguardarci e invece lo è: basti dire che pochi giorni fa un altro gruppetto di nordafricani era stato scovato in mezzo ai trailer arrivati a bordo di una nave tunisina.

I nomi recitati nel flash mob richiamano invece alla memoria una serie di storie tragiche sul fronte dell’immigrazione a cavallo fra gli anni ’90 e il decennio successivo. Ma con una differenza sostanziale nella tipologia di nascondiglio, che non è solo un distinguo tecnico.

Livorno, il migrante in fuga dalla nave salvato in porto



Vent’anni fa i disperati venivano rimpiattati dentro container: all’interno, nascosti dietro la merce, veniva ricavato un piccolo vano - tipo due metri per due o anche meno – in cui accalcare quattro o cinque persone con un po’ d’acqua e un po’ di cibo. Ma questo presuppone: 1) qualcuno che abbia la disponibilità di un contenitore “truccato”; 2) qualcuno in grado di gestirne l’invio da un porto all’altro, e dunque sia una impresa con contatti nei vari porti; 3) qualcuno che chiuda il container dall’esterno con le persone dentro e che lo apra quando arrivano a destinazione. L’ingresso a bordo è via container, perciò tramite gru. Insomma, c’è bisogno di una ramificata organizzazione di trafficanti di esseri umani che coinvolga parecchie persone a vari livelli: altrimenti, semplicemente l’utilizzo di container non è possibile.

Nel periodo più recente, gli irregolari tentano di intrufolarsi in qualche modo fra i semirimorchi nei terminal delle “autostrade del mare” che si occupano di spedire i camion via nave: l’accesso a bordo è dunque quello dei traghetti, cioè con il portellone poppiero. In questo caso, la possibilità di soluzioni estemporanee è meno difficile: può essere sufficiente che qualcuno chiuda un occhio.

Basta gettare lo scandaglio nell’archivio della cronaca dal ’95 in poi per scovare in pochi anni una lunga carrellata di episodi. Con un minimo comun denominatore: in genere Livorno non era com’è adesso il punto di sbarco per toccar terra in un qualunque lembo d’Europa. Al contrario, funzionava come porto d’imbarco: quasi sempre con destinazione Canada. Non è un caso: Livorno è tradizionalmente un porto con forti legami con il Nord America.



Nella primavera 2002 quattro irregolari rischiano di morire asfissiati in Darsena Toscana in un contenitore arrivato in treno dal Nord Italia. Poco prima del Natale precedente quattro rumeni sotto i quarant’anni vengono trovati senza vita in un container di piastrelle partito da Reggio Emilia: li ha asfissiati l’antiparassitario spruzzato per motivi igienici. Non è stata l’unica volta: nel maggio ’99 tre nordafricani fra 20 e 30 anni muoiono in un container diretto da Livorno a Vancouver. In quello stesso anno le autorità di frontiera canadesi scoprono 35 persone che stavano tentando di entrare irregolarmente nel loro Paese via mare: 27 di essi provenivano dal porto di Livorno.

Ma la lista dei casi potrebbe essere lunghissima: ad esempio, raccontando dei quattro moldavi che nel dicembre 2001 vengono salvati in extremis dagli agenti di Polmare. Poche settimane prima un altro gruppetto dall’Est viene scoperto appena prima di morire per disidratazione: avevano fra 20 e 22 anni, un po’ di cibo ma soprattutto un trapano per fare i buchi nella lamiera dello “scatolone” da venti piedi se avessero sentito mancare l’aria. E in precedenza la stessa sorte era toccata a sette dominicani fra 14 e 30 anni che in un porto dei Caraibi si erano travestiti da portuali per infilarsi su una nave che pensavano fosse diretta negli Stati Uniti.

Nel ’97 era stata smantellata una “agenzia di viaggi” che reclutava immigrati nelle piazze di Pisa e utilizzava come “sala d’attesa” una baracca nascosta nella vegetazione poco fuori del porto di Livorno, prima di esser infilati ciascuno dentro il bagagliaio di un’auto e entrare all’interno della cinta doganale per esser rinchiusi dentro un container da aprire e poi ri-sigillare.

Cos’è che ha cambiato tutta questa storia? Potremmo far riferimento al giro di vite che già alla fine degli anni ’90 le varie autorità nazionali misero in campo annunciando castighi record e multe salatissime colpendo le compagnie armatoriali prima ancora che gli organizzatori della tratta di esseri umani.

Ma l’aspetto decisivo è stato un altro: dopo l’attentato islamista alle Torri Gemelle, gli Stati Uniti si convincono che il traffico di merce containerizzata rappresenta una delle potenziali minacce più gravi per ulteriori attacchi sul suolo Usa. Ecco che le Dogane americane mettono in piedi una collaborazione che di fatto pretende l’utilizzo di scanner che facciano le “lastre” a una serie di container ritenuti ad alto rischio dagli 007. Livorno, che già si stava dotando di attrezzature di questo tipo, viene coinvolta al punto da ospitare una task force permanente di doganieri statunitensi. Del resto, nel 2002 un sito israeliano di intelligence aveva indicato, non si sa con quale fondatezza, il porto di Livorno come «uno di quelli più frequentemente usati da AlQaida per infiltrare all'interno di container suoi terroristi negli Stati Uniti».

Difficile capire se davvero da Livorno siano entrati negli Usa illegalmente «da 75 a 125» infiltrati islamisti. Fatto sta che quasi di punto in bianco si è chiuso il traffico di irregolari rinchiusi dentro i container.