Le Olimpiadi del moschettiere livornese Angelo Scuri a Los Angeles nel 1984

L’olimpiade del livornese Angelo Scuri, durante gli allenamenti e con i compagni sul podio

Erano i giochi di Carl Lewis e del Basket italiano di Dino Meneghin: davanti a 100mila spettatori il fioretto maschile  conquistò l’oro battendo la Germania. «Fiero di rappresentare il mitico Fides, società sportiva leader nella scherma»

Los Angeles, 28 luglio 1984. Con una pirotecnica sfilata al Memorial Coliseum, di fronte ad oltre 100mila persone, si aprono i giochi della XXIII Olimpiade. L’olimpiade boicottata dalle federazioni dell’est, che scelgono di non partecipare in risposta al medesimo atteggiamento dei paesi occidentali quattro anni prima, quando disertarono Mosca. È l'edizione in cui Carl Lewis, il figlio del vento, ripercorrendo le orme del mitico Jesse Owes, conquista 4 ori nell’atletica leggera. Sono presenti fuoriclasse entrati nella storia: l’ostacolista Edwin Moses, il tuffatore Greg Louganis, il cestista Michael Jordan, e il decatleta Daley Thompson. Insomma un nugolo sterminato di campioni. E poi gli italiani, che in mezzo a cotanto talento, non stanno certo a guardare conquistando ben 39 medaglie. Oggi, una di queste (del metallo più prezioso), si trova a Livorno. A casa di un insospettabile dirigente di banca. Egli, 36 anni fa, fece parte della quella squadra di fioretto maschile, che, sconfiggendo in finale la Germania, seppe salire sul gradino più alto del podio: il suo nome è Angelo Scuri.



«Ero un ragazzino gracile - racconta Scuri - e il medico consigliò a mia madre alcuni sport, tra cui la scherma, con lo scopo di rinforzare le spalle. Per un anno feci solo preparazione atletica, non ci pensavo a tirare. Poi il maestro Athos Perone (un secondo padre, allenatore per tutta la carriera), mi convinse provare, e da lì nacque tutto. Sono un figlio del caso». La fortuna di far parte di un circolo storico. «Il Fides Livorno, che ha tuttora innumerevoli di iscritti. La società sportiva al mondo che fino al 2012, aveva ottenuto più medaglie in assoluto. Oggi è seconda, ma resta leader nella scherma. Un vero orgoglio». Una grande condizione a cavallo tra i ’70 e gli ’80. «Nella nostra disciplina andare alle Olimpiadi rientra nelle scelte del commissario tecnico, che si basa sui risultati ottenuti nell’ultima annata. Nelle gare di squadra, subentrano aspetti emotivi diversi: ognuno vuole essere portatore di punti, fornire un contributo fattivo. Ed io nella specialità riuscivo ad esprimermi al meglio».



La gioia dell’esser convocato per la grande avventura. «Un po’ me lo aspettavo ma quel giorno esplose l’entusiasmo nel cuore: era un coronamento di pesanti fatiche». Gioia, preceduta da una cocente delusione. «Nel 1980 restai fuori a causa del boicottaggio. Ero secondo in coppa del mondo e avevo vinto l’ultima gara. Avrei potuto andare a medaglia. Ma rimasi fregato quando la Russia invase l’Afganistan. E i paesi occidentali decisero di non partecipare ai giochi. L’Italia escluse gli atleti militari, ed io, carabiniere, persi l’occasione, senza responsabilità, nella mia migliore stagione agonistica».

. «Un’atmosfera indimenticabile. Ritrovarsi con l’intera delegazione italiana in divisa azzurra: ti senti pezzo di un progetto fantastico. Emozione che tuttavia devi dominare, non puoi sprecare nessuna energia. Eravamo preparati e seguiti da staff medici specializzati. In fin dei conti, in un giorno ti giochi 4 anni di lavoro. La medaglia olimpica ha un valore assoluto». Dunque una bella mattina di luglio, il decollo da Fiumicino, e al termine di un lungo viaggio, ecco l’America. «Qualche settimana di preparazione a San Diego, e poi, per motivi di sicurezza, ci misero all’interno di un campus universitario allargato, l’USC. Un’altra esperienza bellissima: ti ritrovi campioni di tutte le razze e taglie, un’incredibile varietà. E altrettanto suggestivo era vivere casa italia, confrontarsi con le altre discipline, fare amicizie, sostenersi a vicenda. A Long Beach ,dove combattevamo noi, venivano spesso i velisti a fare il tifo».

«Facevo parte di un gruppo potente, che ha vinto meno di quello che avrebbe potuto. Formata da grandi campioni: Numa, Cerioni, Borella e Cipressa. Insieme eravamo il top. I primi due espressero il loro massimo nell’individuale, e arrivarono un po’ sgonfi nella competizione a squadre. Numa vinse l’oro e Cerioni il bronzo, si sfidarono in una semifinale tesissima. E questa tensione si avvertiva nel gruppo. Io a quel punto, da buon vecchietto venticinquenne, dovevo tenere unita la formazione. Ci misi l’anima. All’assalto di semifinale incontrammo la forte Francia: vincemmo 9-7 e feci quattro punti su quattro: la mia performance ci condusse in finale, con la Germania. Ultimo atto dove i già medagliati furono straordinari». La magia del podio, quando suona l’inno di Mameli. «Un minuto fantastico, in cui ti passa tutta la vita sportiva davanti, dal giorno in cui i miei mi accompagnarono al primo torneo regionale». Tanti gli aneddoti. «Il pugile Francesco Damiani fregò la macchina elettrica del poliziotto e ci andava in giro per il villaggio. Mangiavo alla mensa insieme ad atleti leggendari. La sfilata della cerimonia di apertura a fianco di Carl Lewis, Edwin Moses. E la simpatica compagine di basket col mitico Dino Meneghin». Meno carini furono i calciatori, che tra l’altro fecero una figura modesta. «Se ne stavano in albergo 5 stelle esterno, e ci vennero a trovare nel villaggio, con uno spirito tutt’altro che olimpico». Fu un evento proficuo per l’Italia: come dimenticare, tra le altre, le gloriose medaglie di Alessandro Andrei (peso), Gabriella Dorio (1500 piani), Norberto Oberburger (sollevamento pesi) e Alberto Cova (10mila). «Per correttezza diciamo che, ad eccezione della Romania, non erano presenti i colossi dell’est. Noi comunque eravamo fortissimi, e come team di fioretto legittimammo quel trionfo, vincendo i mondiali del 1985 e ’86, ove battemmo anche la mitica CCCP».

Un percorso sportivo, quello di Scuri, che si interrompe alla viglia di Seul 1988. «Ero entrato in nazionale nel 1978 e smisi per mia volontà nel 1987. Una scelta dettata dal fatto che ero esausto e stufo. Uno sport che ti frigge il cervello, e non garantisce continuità. Non ho mai avuto nessun rimpianto. Ho chiuso la carriera nel pieno». Ma la passione non ha fine. «Mi fa piacere vedere gli atleti attuali - conclude l’olimpionico - essere figli della nostra scherma. Siamo stati rivoluzionari, modificando le tecniche di combattimento grazie al maestro Livio Di Rosa, anche lui livornese. Un po’ come l’Olanda che inventò il calcio totale. A Livorno vedo il lavoro che i maestri Pierucci e Zanotti stanno svolgendo al circolo Fides, e sono fiducioso per il prossimo futuro». Nel 2015, Scuri ha ricevuto, con colpevole ritardo, il prestigioso collare d’oro al merito sportivo, la massima onorificenza del Coni. —
 

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