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Il gioco d’azzardo, il clan e quell’avvertimento. Sulla fine di “Cacciavite” c’è la mala Livorno

Il calcio, i banchi di abbigliamento e poi alcuni giorni prima dell’agguato Alfredo Chimenti sarebbe stato avvisato dopo uno sgarbo  

LIVORNO. Agli investigatori che cercavano una pista, un movente e magari il colpevole, è stato raccontato che Alfredo Chimenti avrebbe firmata la sua condanna pochi giorni prima di essere ucciso in un agguato a colpi di pistola sotto casa, in piazza Mazzini, intorno alle 4, 30 del 30 giugno 2002.

Dentro al circolo “La Garuffa”, la sala gioco che aveva aperto sugli scali del Corso con alcuni soci, sarebbero arrivati un paio di scagnozzi mandati in città da gente importante che allora gestiva il sottobosco delle scommesse, delle bische clandestine in Toscana e non solo. Persone legate al clan Musumeci.


A loro era arrivata all’orecchio la voce che “Cacciavite” si volesse mettere in proprio, allargare il giro degli affari o forse soltanto una fetta più grande degli incassi. Tanto – a loro dire – da aver accumulato diversi debiti. Ma alle loro richieste “Dedo” avrebbe risposto alla livornese, mandando a quel paese i due. «Era una pentola di fagioli, non voleva mosche sul naso», raccontò all’indomani dell’omicidio un amico che conosceva il carattere della vittima.



Di un collegamento tra questo episodio e il delitto, però, non sono state trovate conferme. Ma oggi sembra proprio questa la pista che si sta facendo sempre più strada per risolvere il delitto irrisolto. Un giallo che da diciotto anni aspetta una soluzione. E non solo per una questione di giustizia. Ma perché dentro all’omicidio di “Cacciavite”, in gioventù promessa del calcio, poi principe di piazza XX Settembre dove ha gestito per anni un banco di abbigliamento con la ex moglie e infine riferimento del mondo delle scommesse, dalle carte ai cavalli, c’è lo spaccato di una città che si racconta attraverso un’inchiesta. C’è, in mezzo, la passione per il pallone di un talento che poteva fare di più, il mondo del commercio da sempre terreno di conquista, quello dell’azzardo che ai livornesi non è mia dispiaciuto e certi legami pericolosi.

Non a caso nei giorni successivi all’agguato furono ascoltate decine di persone e altrettante telefonarono in questura – l’inchiesta era della squadra mobile – per fare segnalazioni anonime, raccontando di voci, legami e ipotesi, molte delle quali senza fondamento.

«Tutti sapevamo qualcosa, ma nessuno sapeva niente», sintetizza un investigatore ricordando quei giorni convulsi tra documenti da acquisire, legami da tracciare e assegni da setacciare.

Proprio questo lavoro portò per due volte a indagare (e poi prosciogliere) come autore materiale del delitto Riccardo Del Vivo, oggi 70 anni, e un passato immerso nelle criminalità fino all’ultima condanna di tre anni fa nell’ambito della maxi inchiesta “Akuarius”, iniziata dopo il delitto di Giuseppe Raucci e dove è emerso un collegamento tra la’ndrangheta e Livorno dove Del Vivo era il ferente principale.



Lo stesso Del Vivo e Chimenti per anni hanno frequentato le stesse persone e i medesimi ambienti, si conoscevano, i loro sguardi si sono incrociati più di una volta. Il curriculum di Del Vivo è un condensato di ombre e gesta che per una certa Livorno hanno fatto storia. Come quella volta in cui riuscì a evadere, era il gennaio del 1984, dal carcere della Gorgona. Un’impresa senza precedenti. Complice dall’esterno, tra gli altri, quell’Ennio Lonzi che i giornali ribattezzarono la primula rossa per la capacità che aveva di scavalcare le mura di cinta delle carceri e di spiazzare carabinieri e poliziotti. Una fuga rocambolesca, quella da Gorgona, con la barca che si ferma a un miglio di distanza dalla costa. Lonzi verrà nuovamente arrestato quasi subito per aver aiutato la fuga, Del Vivo, invece, nel periodo in cui rimarrà latitante commetterà una lunga serie di rapine in tutta la Toscana. Viene preso mesi dopo e, nel 1987, è in carcere a Porto Azzurro quando scoppia una rivolta dei detenuti che passerà alla storia. Il suo nome scompare dai giornali. Dopo 32 anni di carcere esce e tenta di rifarsi una vita. Come adesso che è diventato un collaboratore di giustizia

Alfredo «Cacciavite» Chimenti, invece, aveva la reputazione del buon ragazzo, ma nel suo passato c’erano anche ombre. Che adesso, dopo diciotto anni potrebbero sparire.