La sentenza del presidente degli avvocati: «Pochi aiuti, molti studi a rischio chiusura»

Fabrizio Spagnoli, presidente dell’ordine degli avvocati di Livorno

Fabrizio Spagnoli spiega la vita e le difficoltà della professione e chiede maggiori tutele per i lavoratori autonomi. «Consiglio e colleghi nonostante le difficoltà hanno garantito i diritti, ma per lo Stato la nostra categoria non esiste»

Da un lato la soddisfazione – come presidente dell’ordine degli avvocati di Livorno – di aver garantito e vigilato sul diritto alla giustizia anche in tempi difficili come quelli dell’emergenza coronavirus. Dall’altra Fabrizio Spagnoli non nasconde la preoccupazione per tanti colleghi che senza aiuti da parte del governo rischiano di chiudere i propri studi professionali.

Presidente, come sta il mondo forense livornese?


«Come gli altri mondi professionali. C’è una situazione di grande preoccupazione perché non solo il mondo degli avvocati ma di tutte le professioni e partite Iva sembra non facciano parte di questo Paese. Certe agevolazioni che hanno le partite Iva non ce l’hanno i professionisti come il finanziamento a fondo perduta. Purtroppo per lo Stato siamo uguali sono quando c’è da pagare. Su sollecitazione dell’ordine di Livorno siamo riusciti ad avere la casa integrazione in deroga. Ricordiamoci che nella nostra provincia tra segretarie, avvocati e praticanti si parla di quasi 1500 persone».

Però il tribunale nonostante l’emergenza ha continuato a lavorare

«Rispetto ad altre realtà qui la giustizia non è stata bloccata perché la situazione di partenza era migliore. Ed è merito di tutti: presidente, magistrati, dipendenti, avvocati e lo stesso ordine che in questa fase è stato in assemblea permanente riunendosi quattro volte a settimana. Ecco perché se il primo luglio ripartisse l’attività come ha promesso il ministero noi siamo pronti».

È possibile quantificare le perdite nei tre mesi di lockdown?

«Non abbiamo i dati del valore del servizio legale in provincia di Livorno. Gli studi legali non hanno mai chiuso garantendo il diritto di giustizia: arresti, separazioni. Ma lo stop dell’attività ha avuto conseguenze pesanti».

C’è il rischio che qualcuno non apra più?

«È una bella domanda. Al momento ci siamo attivati con la cassa di previdenza per supportare studi e avvocati. Purtroppo in Italia ci si rende conto dell’importanza di servizi essenziali come la sanità solo nell’emergenza. Eppure allo stesso modo, in un paese civile e democratico, la giustizia deve essere garantita a tutti. Un diritto che va parificato proprio a quello sanitario. Ecco perché se la giustizia non ripartisse e molti studi dovessero essere costretti a chiudere – com’è possibile che accada – sarebbe una sconfitta per il Paese».

Quali sono i segnali di questa sofferenza?

«Uno su tutti: i 600 euro del reddito di sostegno sono stati presi dal 50% degli avvocati su scala nazionale. Ma il numero potrebbe essere anche maggiore. Ecco perché è ragionevole pensare che per la fascia di reddito fino a 50 mila euro ciò potrebbe determinare una falcidia che deve essere evitata. Il governo ha parlato di tutte le professionalità, dimenticandosi della giustizia e in particolare delle cosiddette cause di minor valore, quelle che fanno la maggioranza de cittadini».

Forse la figura dell’avvocato ha perso di importanza o la giustizia è vista come un mondo distate?

«Della giustizia serve consapevolezza perché la figura dell’avvocato dovrebbero vederla tutti più vicina, non siamo azzecca garbugli, l’avvocato difende dei diritti che a volte vengono calpestati».

Quali le contromisure che avete in mente?

«Stiamo lavorando per sostenere l’avvocatura e garantire ai cittadini il servizio giustizia. È una situazione difficile che non siamo disposti ad affrontare passivamente. Dal 2010 a oggi, a Livorno, si sono persi 300 avvocati. E il numero di chi abbandona è superiore a quelli che entrano. Tutto il settore è in crisi».

Dunque cosa chiedete?

«Nell’immediato il consiglio forense oltre alla battaglia per far ripartire l’ordinaria attività di udienza in sicurezza, chiede l’estensione agli avvocati dei diritti garantiti a categorie similari con l’equiparazione ai lavoratori autonomi».

Almeno fino al 31 luglio le udienze saranno a porte chiuse, scelta che in qualche modo viola un diritto, quello del processo pubblico

«È una legislazione emergenziale, c’è una norma specifica nel decreto Cura Italia che prevede che per il periodo emergenziale i processi siano celebrati a porte chiuse. Ma certo non può essere un pretesto: il processo pubblico è garanzia di democrazia. In ogni caso vogliamo rassicurare cittadini livornese che l’ordine e gli avvocati hanno sempre vigilato che ciò non trascendessero in irregolarità. Insomma non abbiamo abdicato al controllo delle regole che sono state rispettate».